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Opinioni e commenti
 

“I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”. L’inedita storia del sequestro Moro raccontata dal giudice Imposimato
Pubblicato il 14-08-2013


Moro-ImposimatoSono passati trentacinque anni da quel tragico 16 marzo 1978 quando, in via Mario Fani a Roma, Aldo Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse e i suoi 5 uomini di scorta uccisi. non sono bastati per far luce sul caso Moro. Fu il momento più buio, insieme alla strage di Piazza Fontana a Milano del ‘69,  di quella che venne definita “La notte della Repubblica”. Sono passati circa 12775 giorni, ma un tempo così lungo non è riuscito ancora a portare la verità. A fare un po’ di luce ha provato il giudice Ferdinando Imposimato con il suo ultimo libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera”, una analisi lucidissima su quei drammatici giorni raccontata da una dei più grandi giudici istruttori del caso Moro, su cui non ha mai smesso, in tutti questi anni, di indagare. Tante le zone d’ombra e i coinvolgimenti internazionali per una vicenda che ha cambiato la storia d’Italia, impedendo per sempre, come lo stesso Imposimato dichiara all’Avanti! a «un grande statista di guidare con successo i futuri governi dell’Italia»

Giudice Imposimato, perché Moro “doveva” morire?

Perché Moro era considerato dai suoi amici e dai suoi avversari pericoloso perché era l’uomo delle “nuove frontiere”, aveva una visione che andava oltre l’equilibrio di Yalta. In qualche modo possiamo dire che il suo approccio politico aveva previsto e anticipato la  caduta del Muro di Berlino. Sotto questo aspetto era considerato un pericoloso sovversivo sia da destra che da sinistra. Lui aveva capito che la divisione del mondo in due parti non sarebbe durata in eterno e questa sua intuizione, da grande statista quale era, paradossalmente lo rese un pericoloso personaggio politico sia per quelli che erano i suoi alleati a destra che a sinistra. Accadde quello che era avvenuto a Kennedy a cui, proprio per questa similitudine con la storia di Moro, dedico il primo capitolo del libro.

Quali sono le analogie tra gli affaire Kennedy e Moro?

Innanzitutto il fatto che Kennedy venne in visita proprio a Roma nel ’63 mentre si preparava un governo frutto dell’accordo tra Nenni e Moro. La ragione di quella visita era chiara: l’ambasciatore americano a Roma, infatti, era un conservatore e stava ostacolando con tutti i mezzi a sua disposizione il futuro governo. Il presidente Usa, avendo saputo che c’era interferenza, viene a dire all’ambasciatore di smettere di immischiarsi nel processo democratico italiano e di non ostacolare il governo Moro con i socialisti. Venne varato il governo di centrosinistra e dopo tre mesi Kennedy pagò con la vita.

Ma i socialisti avevano dato prova di essere un partito pienamente inserito nell’arco costituzionale e di aver abbandonato le velleità rivoluzionarie.

Questo è il punto. Purtroppo Washington non aveva capito il reale ruolo che i socialisti giocavano in Italia, e li considerava ancora troppo legati ai comunisti, in particolare i nenniani, ritenuti troppo filo-Pci.

Quanto ha pesato la politica “filo araba” del presidente democristiano, il cosiddetto”Lodo Moro”?  

Ha pesato molto. Moro ha fatto delle scelte non facili dopo la strage di Fiumicino del ’73. In quella circostanza, dopo il loro arresto, i responsabili furono estradati. Come sappiamo, l’estradizione non è decisa da un magistrato, ma dal governo per persone responsabili gravissimi delitti. Moro con quest’azione si è inimicato sia gli americani che gli israeliani anche se lo faceva per gli interessi italiani, per mettere al sicuro il Paese dal rischio attentati.

Poi c’era anche la politica energetica però…

Certo, Moro si preoccupava di avere forniture di petrolio dai paesi arabi e questa cosa non andava giù alle famose Sette Sorelle così come non avevano accettato, prima di Moro, la politica di Mattei. Inoltre anche L’Inghilterra non vedeva di buon occhio la politica morotea.

Quanto, oltre alle ostilità sia a livello nazionale che internazionale, ha pesato una certa inerzia della calasse politica nella morte di Moro?

Io parlerei di inerzia non solo della classe politica, ma anche dei cittadini. Questo è il fatto più grave. Non mi meraviglio di Kissinger o di Cossiga, non mi meraviglio della ferocia dei terroristi e dalla crudeltà dei “congiurati”, ma dell’indifferenza dei molti che hanno ritenuto che questo fatto riguardasse una persona e non il destino del Paese. Non dobbiamo dimenticare anche che Moro fu oggetto di violenti attacchi anche da parte della stampa e che sullo stesso Corriere della Sera, nei giorni precedenti il sequestro, erano apparsi articoli indicavano il presidente della Dc come sospetto autore trattativa per l’affare Lockheed . si trattava di una vera e propria calunnia ordita dalla massoneria, dai Servizi Usa e da quella parte della stampa che in quel momento era guidata da Licio Gelli. Volevano infangare Moro affinché l’opinione pubblica lo considerasse un politico corrotto.

Ma, dopo tanti anni, le paure di quella parte di politica italiana che lasciò morire Moro possono considerarsi giustificate in qualche misura? Sarebbe stata davvero la tragedia che dicevano se Moro fosse riuscito nel suo progetto politico?

Al contrario. Moro aveva capito tutto, tanto è vero che fu lui stesso, in una lettera a Zaccagnini a dire che la “il mio sangue ricadrà sul Paese e sulla Dc”. Lui come nessun altro era in grado di guidare l’Italia, un paese cosi difficile grazie alle sue capacità straordinarie anche in politica economica.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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