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“Il silenzio sugli innocenti”, il racconto del massacro di Utoya che rivive nel libro di Luca Mariani
Pubblicato il 17-08-2013


Mariani-Silenzio_innocenti-OsloParole e immagini. La strage di Utoya è stata anche questo. Soprattutto questo per chi vi ha assistito da dietro gli schermi delle Tv o i monitor dei computer. Un’analisi lucida, profonda, ma soprattutto politica di quell’evento terribile è quella fatta dal giornalista parlamentare dell’Agi, Luca Mariani. In quel giorno di luglio del 2011, il killer Anders Behring Breivik, dichiarato sano di mente, compì un gesto dalla forte connotazione politica. L’apprezzamento rispetto all’opera di Mariani è quello di saper inquadrare nella sua corretta e tragica essenza quell’eccidio: un oltraggio a quell’idea d’Europa tollerante, culturalmente libera, multiculturale e civile che le forze socialiste e riformiste hanno prima ideato e poi contribuito a costruire.

UN’IMMAGINE CHE HA SCALFITO IL CUORE DELL’EUROPA – Le parole del libro di Mariani sono raffigurate nell’opera fotografica della norvegese Andrea Gjestvang che nel suo lavoro “One day in history” ha raccontato la storia delle centinaia di sopravvissuti alla carneficina. Immagini, ferite e corpi sfregiati che rappresentano una deturpazione della memoria collettiva di un Continente colpito a morte. Più della metà di loro erano ragazzini neanche diciottenni. Lo stesso Luca Mariani, nel suo libro “Il silenzio sugli innocenti. Le stragi di Oslo e Utøya” racconta le impressioni della sua visita su quell’isola che era il passaggio obbligato per generazioni di giovani socialisti, una sorta di punto d’incontro del riformismo laico e laburista che ospitò, tra gli altri, il giovane Willy Brandt, uno dei padri della socialdemocrazia tedesca, insignito del premio Nobel per la Pace. Una sorta di colonia, ricorda Mariani, dove fa paura respirare, oggi, il clima di goliardia misto al ricordo del massacro: «Alcuni innocenti moriranno perché semplicemente si troveranno nel posto sbagliato al momento sbagliato», aveva detto Anders Behring Breivik, teorizzando la carneficina.

UN ATTO POLITICO – Ma l’analisi di Mariani si spinge oltre le immagini create dalle parole, cercando di ricostruire quella tela che attraversa, spesso silenziosa e proprio per questo insidiosissima, la galassia dell’estremismo razzista e xenofobo del Vecchio Continente. Un viaggio che lo porterà dall’Inghilterra dell’English Defence League, fino a Forza Nuova in Italia. Un viaggio che si snoda attraverso le tappe segnate nel delirante manifesto politico di più di 1500 pagine che l’assassino aveva redatto, tessuto, proprio come la tela del ragno, a partire dal 2009. Una vera e propria mappa che, naturalmente, Mariani riassume e che racconta il background ideologico dietro quella terribile azione studiata per anni, nei minimi dettagli, che voleva annientare alla radice il futuro stesso del Partito Laburista colpendone i figli migliori. Un gesto, spiega il manifesto, che nasce, si alimenta e monta nutrito dall’odio contro gli immigrati e contro la politica multiculturalista.

ABBASSARE LO SGUARDO – Scorrendo il libro di Mariani emerge chiaramente come quella schiera di esperti di “sicurezza”, di “antiterrorismo” e di “pericolo islamico”, spuntati come funghi dopo l’11 settembre nella speranza di drenare parte dei miliardi pompati nel settore “sicurezza”, sia affrettata a parlare di attentato islamista. Smentite le loro analisi dall’evidenza dai fatti, pian piano il gesto è stato descritto come l’espressione della follia di un singolo squilibrato. Una chiara volontà di negare un male che cova fin dentro i paesi più civili dell’Europa che vive un periodo di crisi economico-sociale, terreno fertile per radicalismi tutti nostrani. Voleva uccidere i giovani laburisti in quanto tali il macellaio di Oslo e Utoya, primo clamoroso atto di quella guerra civile contro immigrati che il giovane teorizzava riprendendo, come ricostruisce Mariani, proprio un’idea di un leader ultranazionalista britannico.

I MEDIA E IL “SILENZIO SUGLI INNOCENTI” – Forse l’Europa non volle vedere. Sta di fatto che il libro di Mariani racconta come, in Italia, la parole “laburista” e “socialista” sparirono da ogni articolo di giornale nei giorni successivi l’eccidio, fatta eccezione per “l’Avvenire”. Fino ad arrivare all’ignobile articolo di Feltri che accusava i giovani laburisti dell’isola di non “essere stati in grado di difendersi” di fronte alla follia omicida dell’assassino armato fino ai denti. Dietro le parole di Feltri si intravede una sorta di parallelismo con una certa idea di “vitalismo da superuomo” in grado di affrontare, a mani nude, le pallottole.

UNA CHIACCHIERATA CON UN SOCIALISTA – Tutto cade nel dimenticatoio, ma non per chi ha scelto la bandiera del socialismo e del riformismo. Non per chi conosce il valore dell’Europa, la fatica fatta per renderla un’identità, una sensibilità collettiva. Non per chi, come Riccardo Nencini, segretario del Psi e senatore della Repubblica, storico medioevalista e conoscitore del socialismo europeo, è in grado di leggere la prospettiva storica e il significato della presenza di quei giovani, in quel giorno di luglio, sull’isola di Utoya. Forse per questo Marini dedica un intero capitolo ad un’intervista con il segretario del Partito Socialista, che parla d’Europa, di cultura della diversità e razzismo, analizzando anche il panorama della nuova destra italiana. Mariani ricostruisce una pagina dolorosa e un processo politico, storico e sociale ancora aperto. Grazie al suo “Il silenzio sugli innocenti”, oggi continuiamo a voler capire, a interrogarci sul significato profondamente politico di quella tragedia di cui la fotografa Andrea Gjestvang ha ritratto le ferite. Erano giovani, sicuramente innocenti, si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma non erano lì per caso, quei giovani. Erano li perché credevano in un’idea, perché volevano costruire insieme il futuro, perché avevano qualcosa da dire e un percorso da costruire. Erano innocenti, ma non rimasero in silenzio.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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