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Opinioni e commenti
 

La ricetta dell’economista di Renzi, Gutgeld: “Ecco come uscire dalla crisi”
Pubblicato il 05-08-2013


RENZI1

Quello di Yoram Gutgeld è un nome di cui si sentirà molto parlare in futuro. Nella sua vita ha sempre lavorato, prima come senior partner e poi come direttore della McKinsey&Company, colosso multinazionale dei servizi di consulenza. Nato a Tel Aviv quasi cinquantaquattro anni fa, da febbraio è deputato del Pd, ma soprattutto uno degli esperti di economia più ascoltati da Matteo Renzi. Tanto che qualcuno vocifera di una sua possibile nomina a ministro delle Finanze qualora ci fossero elezioni, il giovane sindaco di Firenze fosse candidato e soprattutto le vincesse. Se così fosse, Gutgeld non si farebbe trovare impreparato. Perché un programma di governo lo ha già presentato, con tanto di coperture. Misure semplici ma di efficacia immediata per riattivare l’economia: riduzione di 100 euro sulle tasse di chi guadagna meno di 2000 euro, abbattimento dei costi per 4 miliardi sulla Rc Auto e di 5 sull’energia, riforma fiscale, riprogrammazione degli investimenti e dei trasferimenti alle imprese e potenziamento del fondo di garanzia per le Pmi. Ma l’esperienza e la conoscenza dell’economista democratico (“preferisco dire che mi occupo di economia”) superano i confini dell’Italia.

Onorevole Gutgeld, l’Europa esiste sulla carta ma nei fatti resta una grande incompiuta. Questa lacuna che danni provoca al sistema economico occidentale, e di conseguenza all’Italia?

Sarebbe utile che la Banca centrale europea operasse da vera banca centrale. La nostra Bce non ha lo stesso potere di stampare moneta che hanno invece la Federal Reserve in America, la Bank of Japan o la Bank of England. Dunque, la Bce ha modo di modo di iniettare liquidità nel sistema, ma solo in modo indiretto. E questo sicuramente riduce la nostra forza. Un sistema del genere, a mio avviso, ha fatto sì che l’euro fosse sopravvalutato, creando un grosso svantaggio per per le aziende che esportano. Per il resto, io non vedo l’Europa né come un grande vincolo, né come una grandissima fonte di aiuto, a meno che non si vada verso l’unione bancaria, fiscale ed economica. Ma questo è un processo lungo, che durerebbe decenni. L’euro, invece, è stata una fantastica ancora di salvataggio, ed è impensabile uscire dalla moneta unica. Molti di quelli che sostengono certe tesi dimenticano che rischieremmo di tornare esattamente dove eravamo prima, cioè ad un tasso di inflazione alto e interessi sul debito alle stelle. E chiuderemmo bottega il giorno dopo.

Molti politici ed economisti italiani sostengono che la Germania sia un modello vincente, forse l’unico degno di essere seguito o addirittura copiato. Lei è d’accordo?

Copiare è sempre una brutta parola. Noi dobbiamo fare le cose che possiamo permetterci di fare, e sono tante, partendo dalla lotta a un’evasione fiscale arrivata a livelli ormai troppo alti. Il vero nodo da risolvere con la Germania, però, è quello della enorme differenza tra il nostro tasso di interessi e il loro. Avendo la stessa moneta, Roma non può avere un tasso inflazione così alto rispetto a Berlino, perché questo sfavorisce le imprese. Invece lo squilibrio esiste e cresce di un punto percentuale all’anno, che in dieci anni fanno ben dieci punti di svantaggio. Questo è il problema grosso da affrontare. La differenza dell’inflazione è tutta legata ai servizi: energia, assicurazioni auto, trasporti. Per questo motivo va assolutamente fatto un lavoro molto importante per ridurre questi costi.

Una battaglia che l’Italia combatte da anni.

Beh, mica tanto. Si è parlato di liberalizzazioni soprattutto nel 1996, ai tempi del governo Prodi, perché fu fatto un buon lavoro sulla produzione di energia elettrica e il commercio, ma da allora è stato fatto molto molto poco. Dobbiamo riprendere tutti i temi dei servizi e lavorare finché non avranno costi più bassi. Non è solo un problema di liberalizzazioni e concorrenza, ma di regolamentazione. Per essere chiari: noi paghiamo l’assicurazione auto 22 miliardi all’anno, il doppio rispetto al resto d’Europa, una cifra 5 volte e mezzo superiore a quello dell’Imu sulla prima casa. Il problema sono i risarcimenti troppo alti e le frodi; regolamentando il mercato, potremmo garantirci costi più bassi per i servizi.

Ma non basta.

Esatto. Gli investimenti pubblici e i trasferimenti alle imprese sono gestiti in modo assolutamente catastrofico. Il che significa 80-90 miliardi di euro l’anno buttati a mare.

Ricapitolando: non bisogna copiare gli altri o inventarsi la luna, ma agire su fattori che sono già alla portata dello Stato.

Basta sistemare problemi come la lotta all’evasione fiscale, la riduzione dei costi dei servizi e correggere investimenti finora fatti malissimo, per rivoltare il Paese come un calzino.

Il modello scandinavo, ad esempio, sarebbe importabile da noi?

Oggi il modello scandinavo, ovvero tassazione molto alta in cambio di un livello di servizi stratosferico, è troppo lontano. Però, l’idea di non alzare le tasse e rendere il nostro Welfare State più performante, è fattibile. Ciò significa innalzare il livello qualitativo senza aumentare i costi per i cittadini. Sicuramente possiamo prendere spunti dalla Scandinavia per rendere lo Stato sociale un’area di sviluppo, ma importare interamente il modello è improponibile.

Il famigerato spread di cui abbiamo sentito tanto parlare negli ultimi anni è un nemico reale o una grande bufala?

Lo spread è una misurazione reale e concreta di un rischio percepito. Avere lo spread alto vuol dire che i mercati, i risparmiatori, percepiscono in maniera elevata il rischio che un Paese non onori il suo debito. L’Italia ha uno spread alto perché abbiamo un debito pubblico alto e non riusciamo a crescere. Faccio un esempio per rendere ancora più semplice il concetto: pensiamo ad una famiglia che ha un mutuo alto da rinegoziare ogni sei mesi. Se il reddito della famiglia è in calo, la banca o non le concede i soldi o li concede ma solo ad un tasso di interesse più alto, proprio perché ha paura che la famiglia non ce la faccia a ripagare il debito. L’Italia è esattamente in questa situazione. Noi dobbiamo assolutamente tornare a crescere. Infatti, se crescessimo al ritmo del 2% annuo, il nostro spread sarebbe vicino allo zero.

Lei è considerato un “guru” dell’economia, pur provenendo dal mondo del lavoro e non da quello accademico. A suo modo di vedere, per uno Stato sovrano il mercato è solo una bestia famelica da cui difendersi o un’opportunità di crescita e sviluppo?

Questo lo insegnano centinaia di anni di storia: dove c’è mercato c’è sviluppo, dove non c’è mercato non c’è sviluppo. Detto questo, i mercati vanno assolutamente regolati. E da noi, mediamente, sono regolati male. Prendiamo l’esempio limite dell’assicurazione in caso di morte: il risarcimento che paghiamo in Italia è 10 volte superiore a quello che pagano in Francia; questo si ripercuote a cascata sulle aziende e sulle famiglie che pagheranno di più la Rc Auto.

Nel suo piano di misure per rilanciare l’economia ritorna la proposta, già lanciata da Renzi in campagna elettorale per le Primarie 2012, di ridurre di 100 euro le tasse a chi guadagna meno di 2000 euro, in modo da riattivare i consumi. Nelle condizioni in cui si trova oggi l’Italia, questa proposta che impatto avrebbe, sempreché l’Iva non venga aumentata?

A mio parere è una misura fondamentale. È chiaro che per essere realmente efficace, deve essere percepita come una cosa stabile, non una ‘una tantum’. Le persone devono capire che avranno in tasca più soldi da spendere. E soprattutto deve essere accompagnata da altre che facciano comprendere ai cittadini che stiamo cambiando marcia. All’interno di sei o sette proposte come quelle che ho presentato io, mettere altri soldi in tasca dei lavoratori con redditi medio-bassi darebbe un forte stimolo ai consumi. Soprattutto adesso che si è verificato un calo negli acquisti di generi alimentari mai visto prima negli ultimi 18-24 mesi. E per completare la risposta, anche un eventuale aumento dell’Iva avrebbe effetti del tutto marginali. Perché se un cittadino guadagna 1500 euro e li consuma tutti, aumentandogli l’Iva di un punto si troverà a pagare 15 euro in più.

Dunque l’Italia ha bisogno di uno shock economico?

Secondo me sì.

A inizio giugno è circolato un suo paper con alcune proposte di politica economica, divise in cinque keywords, produttività, flessibilità, tasse, mercato del lavoro e stato sociale, che unite a queste ultime possono rappresentare la “scossa” di cui abbiamo bisogno?

Le mie sono misure forti e fattibili, anche se sta ad altri valutarle. Ma se le attuassimo potremmo dare veramente una scossa al Paese per farlo ripartire. Con la politica dei piccoli passi non ne verremo mai fuori dalla crisi.

Il dubbio è sempre lo stesso. Nella situazione in cui si trova l’Italia, e soprattutto con questo governo, misure del genere sono attuabili?

Questo governo sta gestendo un esercizio politico ed è intervenuto su alcune emergenze, come la cassa integrazione in deroga, i precari della Pubblica Amministrazione e il rifinanziamento delle missioni all’estero. Soldi totalmente pianificabili, che semmai rientrano nel discorso su come facciamo le previsioni di conti pubblici, sul quale potremmo aprire una polemica più in là, perché sono rimasto abbastanza sorpreso che alcune spese note con certezza non erano state previste nei conti. Restando all’attualità, io credo che l’occasione giusta per attuare queste misure sia la prossima Legge di stabilità. E spero che il governo le prenda in considerazione nella discussione che si aprirà a settembre, ecco perché ho scelto di presentarle proprio in questo periodo.

Lei ha proposto di ridurre i costi della Rc Auto per 4 miliardi, dell’energia per 5, la riforma fiscale semplificando le procedure con la tecnologia, l’azzeramento e la riprogrammazione degli investimenti e dei trasferimenti alle imprese e il potenziamento del fondo di garanzia per le Pmi. Come si coprono i costi di queste misure?

In regime straordinario, per il primo anno vendendo aziende di Stato, in parte o totalmente, a seconda di ciò che serve. Dal secondo al terzo anno, invece, coi proventi della lotta all’evasione e la riduzione dei costi dello Stato, che è un processo fattibile ma graduale. E al quale nessuno ha realmente pensato, perché se sommiamo tutte le manovre fatte negli ultimi vent’anni, dovremmo avere la spesa pubblica a zero. Invece non è così, e ciò dimostra che sono state manovre finte.

Nel suo programma c’è anche un capitolo dedicato alle nuove generazioni.

Io ho proposto un intervento sul meccanismo perverso delle pensioni alte senza copertura contributiva. Un vero regalo a chi i soldi ce li ha già, perché il sistema prevede che più alta è la pensione, quindi più ricco è il contribuente, più basso è il contributo versato. La mia intenzione è recuperare questo surplus speso in maniera immotivata per investirlo in un grande piano per i giovani, visto che in Italia abbiamo 2.200.000 ragazzi che non lavorano né studiano. È una proprità assoluta, dunque, recuperare fondi per metterli sull’apprendistato o le borse di studio, per consentire loro di lavorare o studiare.

Un esempio delle pensioni d’oro sono proprio i parlamentari. Come farà a convincere i suoi colleghi a rinunciare a un privilegio simile?

Se partiamo da questi presupposti è inutile star qui a far le leggi, meglio andare a casa subito.

La “flexicurity” potrebbe essere la soluzione alla piaga della disoccupazione?

Questa era la proposta di Pietro Ichino, che è un po’ complicata da applicare perché implica che lo Stato elargisca molti contributi. Comunque c’è anche quella di Boeri, ma anche molte altre.

Ad esempio?

Partiamo dalla realtà: tra i nuovi assunti, il 20% hanno contratti a tempo indeterminato e l’80% sono precari. Ma precari precari, di quelli a tre o sei mesi, che non danno nessun futuro, nessuna certezza. Dunque il problema è stabilizzare il lavoro, e l’unico modo per farlo a mio avviso è il Contratto unico a protezione crescente. Mi spiego meglio: con questo sistema l’azienda assume un lavoratore, ma è libera di chiudere il rapporto qualora non abbia più esigenza delle sue prestazioni. Se lo manda a casa, però, deve corrispondergli un risarcimento, predeterminato e definito, che sarà commisurato al tempo in cui il lavoratore ha prestato la sua opera. Più mesi è rimasto in azienda e più alto sarà il risarcimento che riceverà. Questo meccanismo cambierebbe tutto, perché l’imprenditore sarà più invogliato ad investire sul lavoratore (cosa che oggi non avviene con le assunzioni a 90 e 180 giorni) sapendo di non dover sottostare ai vecchi vincoli, pagando il giusto e senza rischiare di trovarsi impelagato per anni in una causa di lavoro. Ad ogni modo, ripeto, di proposte ce ne sono molte e tutte meritevoli di analisi.

Voltiamo pagina. Chiederle quali regole dovrebbe adottare il Pd per le Primarie sembra quasi banale (Gutgeld è renziano doc), ma la domanda è d’obbligo, visto il momento storico che vive il maggior partito del centrosinistra.

Devono essere il più aperte possibile, come è sempre stato dal 2006 in poi.

Ma se così fosse, cosa è mancato (e manca) al Partito democratico per essere un punto di riferimento affidabile per l’elettorato italiano?

Pensare più agli italiani e meno alle beghe interne.

Dario Borriello

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Commenti all'articolo
  1. Condivido abbastanza le proposte fatte da Gutgelld, con quale Pd intende portarle avanti? Sarebbe ora che questo Pd intrtaprendesse senza esitazioni la strada del Socialismo Europeo e affrontasse le prossime scadenze elettorali, quelle Europee certamente il prossimo anno, quelle Politiche può darsi anche prima,con una nuova politica di alleanze,in primis con noi Socialisti, per realizzare un programma Riformista che tenga conto veramente dell’equità, dei bisogni e meriti dei cittadini.

  2. se la lotta all’evasione vuol dire continuare a correre dietro agli scontrini fiscalie perseguitare le piccole imprese e gli artigiani, non ci siamo.
    le PMI chiudono inseguite dalle cartelle di Equitalia: è questa la lotta all’evasione?
    se non è questo ditelo perchè di qusta persecuzione non ne posso più.

  3. E bravo gutfeld: seghiamo le pensioni a quel po’ di ceto medio-piccolo che c’è rimasto (3.000 euro) e risolviamo i problemi. Altro discorso è quello delle pensioni sopra i 10mila euro, ma non fanno “massa critica” e allora scendiamo in basso.
    Ma del resto quello lì non suol far piangere i ricchi, mica il ceto medio.
    Addio Kira!

  4. La ricetta di vendere aziende pubbliche non è convincente. Con le autostrade abbiamo fatto un regalo ai Benetton senza un vantaggi per lo stato e gli utenti. Il problema, ma non si risolve in pochi anni è l’efficienza della PA, in parte per scarsa volontà politica e in gran parte per corruzione. Chi per esempio controlla la quantità e la qualità degli investimenti delle concessionarie delle autostrade? Sicuramente da fare prima di concedere aumenti e poi che c’entra il costo della vita per gli aumenti e non per esempio l’indice delle opere edili. Quando infin si smetterà di finanziare gli evasori fissando soglie di reddito assurdamente basse per avere l’accesso alla Edilizia Residenziale Pubblica?

  5. Maremma! Finalmente un po’ di proposte REALISTE! La proposta fatta da Renzi a “bersaglio mobile” di permettere alle imprese straniere di investire in Italia con le regole e la burocrazia del proprio Paese penso sia la migliore di tutte (a patto che si rendano competitive le nostre imprese mutilando quel maledetto mostro chiamato burocrazia). Più occupazione, più competitività, più vantaggi…il tutto a costo ZERO!

  6. Sono ammirato da questo Buondenaro che alla fine s’inventa pure qualcosa che ha che vedere con la liquidazione: che fulminante novità e originalità. Ma in questo pout pourri generico e in sé insignificante vedo che tutti i rimedi possibili sono comunque sempre visti dal lato dell’offerta, dimostrando che Gutgeld ancora non ha capito nulla della natura della crisi che è essenzialmente una crisi di domanda e che ovviamente non è superabile nell’ambito di una riduzione del costo complessivo del lavoro, il quale anzi produce altra diminuzione di domanda. Questa è muffa da anni ’80.

  7. Prova a dare dei semplici e ingenui suggerimenti.
    Settore delle costruzioni: sostegno con una garanzia pubblica all’acquisto della 1 casa. La banca prende ipoteca, lo stato sostiene con garanzia pubblica e le banche finanziano il 100% dell’acquisto. In base al rimborso del finanziamento, in proporzione, la garanzia pubblica si riduce.
    Riduzione del sistema delle sanzioni per i ritardati versamenti di imposte a ruolo e allungamento dei tempi di rimborso. Forse in questo modo le persone oneste potrebbero farcela a pagare il proprio debito.
    Migliorare i software a disposizione degli enti e amministrazioni pubblic per ridurre i tempi e i costi di gestione di ogni pratica.
    Aumentare i servizi pubblici, con personale specializzato, per favorire l’export italiano. Se aumentano le vendite lo stato introita maggior gettito.
    Volendo si potrebbe fare un elenco di tante idee semplici che nel complesso sarebbero di grande aiuto. Dalle mie parti si dice “mattune ntisa parite”. Non dimentichiamo mai aggiungo che dalla nostra abbiamo il made in italy che va sfruttato nwel migliore dei modi.

  8. Condivido le proposte di Gutgeld. Sono semplici e di buon senso. Ciò che e’ sempre mancato al Bel Paese. Sul piano economico e sociale finalmente l’Italia si indirizzerebbe verso un’idea social-democratica o più precisamente ORDOLIBERALISMUS, ovvero di un liberalismo ordinato. Spesso Gutgeld parla di mercati da controllare, da disciplinare. Questo e’ il vero punto. Non si può affidare tutto alla concorrenza perché spesso e’ altamente imperfetta. La riflessione che aggiungerei e’ che ogni momento di forte espansione economica se non controllato porterà sempre a una nuova crisi attraverso la bolla immobiliare. Ovvero non basterà aumentare il reddito di chi guadagna meno di 1500 euro/mese e ridurre la RC auto e altro se poi le case, ripartita l’economia ricominciano a spolpare gli italiani. Sarebbe ancora una volta una crescita malata e non sostenibile. Insomma occorre capire che il nocciolo e’ la questione immobiliare e intervenire con la riforma del governo del territorio (vera) che cancelli il furto sulla rendita fondiaria urbana. Mettendo l’ordine al posto del caos. Separando l’attivita’ del costruire case dalla possibilità di costruire case. Con la DISCIPLINA DEI PREZZI IMMOBILIARI per tutti gli immobili di nuova costruzione destinati al mercato. Non potremo seguire l’esempio dei Paesi Scandinavi, ne’ dell’Austria, ma in un modo differente giungere alla stabilita’ e allo sviluppo sostenibile. EDIFICABILITA’ BENE COMUNE, questo il titolo del mio ultimo saggio in fase di stampa. Dove sostengo che la disciplina dei prezzi immobiliari e’ indispensabile per ogni nazione che voglia crescere e prosperare su basi solide e solidali puntando alla crescita del PIL e alla diminuzione del coefficiente Gini intorno al 23/25, e viaggiare con sicurezza verso la massima occupazione. Infine permettetemi un grazie di cuore al buon Matteo Renzi. Grazie!

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