domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Terracarne, ovvero l’anatomia bifronte del Sud Italia
Pubblicato il 13-08-2013


Terracarne-FLa commistione intima tra la “terra” e la “carne”, tra il paese e il nostro passaggio è il punto di partenza e di arrivo di “Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia” (Mondadori) di Franco Erminio. Nel mezzo c’è il viaggio, c’è l’esperienza antropologica e poetica dei piccoli “paesi invisibili” o di quelli “giganti” che cingono le città come steccati caotici e indicibili. La guida tascabile della sua Italia, dello scrittore che si dice fiero d’essere un “paesologo” riprende le fila di un discorso cominciato anni addietro da Pasolini. Ma con una differenza netta. Mentre Pasolini puntava il dito sul lato oscuro della modernizzazione capitalistica nel momento della sua decisiva accelerazione, gli anni ’50-’70, lo sguardo di Arminio si posa sul paesaggio quale appare dopo il diluvio, all’indomani della morte delle lucciole, del genocidio culturale, del trionfo del nuovo fascismo, della mutazione antropologica.

L’ANATOMIA BIFRONTE DELL’ITALIA – L’anatomia del Bel Paese che ci regala Arminio è bifronte: la catastrofe della modernizzazione è compiuta, «la vita è sparita» tanto nei paesi «invisibili» dell’aspra Irpinia d’Oriente quanto nei paesi «giganti» dell’hinterland napoletano, e persino là dove tutto sembra funzionare, conciliandosi senza frizioni con la civiltà precedente, per esempio in Alto Adige, si ha la sensazione di «non avere scampo»; d’altra parte, proprio perché compiuta, la catastrofe comincia a rivelarsi tale, il mito del consumo perde smalto, e insieme alla nudità del re iniziano a manifestarsi le premesse di una «nuova religione», una nuova narrazione del mondo indispensabile alla sua trasformazione.

IPOCONDRIA DEL PAESAGGIO – La metafora della malattia (dell’ipocondria), intorno a cui Arminio costruisce la sua prosa, appare dunque perfettamente funzionale non soltanto a mettere in evidenza il nesso tra la comunità (dell’«autismo corale») e l’individuo (inscindibilmente vittima e carnefice), tra la spossatezza del corpo e quella del paesaggio, ma a esprimere la tensione in cui la nostra civiltà è sospesa: tra angoscia di morte e speranza di guarigione.

LA LEZIONE PASOLINIANA, A MODO SUO – L’autore, come altri prima di lui ma in modo differente, fanno propria la lezione pasoliniana: Arminio va sulle tracce del regista che per il suo Vangelo secondo Matteo sceglieva le campagne di Barile, in Lucania, perché più vicine alla civiltà dei tempi di Cristo di quanto non fosse la Palestina degli anni ‘60. Arminio è un poeta che si fa antropologo, lavora per sottrazione (di qui la straordinaria reticenza dei suoi resoconti di viaggio, che non documentano nulla, se non il lento precisarsi di un’idea attraverso «il passare del corpo nel paesaggio»).

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