sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Papa Bergoglio…
Una vera revoluciòn?
Pubblicato il 20-09-2013


papa-francescoMa quella di papa Francesco è davvero una rivoluzione? Qualcuno, il Corriere della Sera ad esempio, lo ha già scritto commentando l’intervista-conversazione di Jorge Mario Bergoglio S.I con Padre Antonio Spadaro S.I, pubblicato da La Civiltà Cattolica. Si può davvero parlare di “rivoluzione copernicana” promossa dal papa che “viene dall’altro mondo”? La risposta non può che essere: non esageriamo. Intanto perché aspettarsi stravolgimenti epocali sul terreno della dottrina significa approcciare (come molti fanno) ai temi legati al magistero di Santa Romana Chiesa come se si trattasse di un’Ong e non, al contrario, di un’istituzione millenaria, diffusa nell’universo mondo.

Pare più appropriato parlare, rispetto ai temi legati alla cura del popolo di Dio, di una virata di 180° rispetto al linguaggio algido e impersonale di Ratzinger, raffinato, ma rigido teologo e pessimo comunicatore.
Certo, nella sostanza poi vi è anche una meno apparente, ma ben più sostanziale cesura con il magistero di Woijtila di cui Ratzinger è stato un’appendice. A ben vedere la notizia è questa. Entrambi i predecessori di Francesco, provenienti dall’Europa centrale e legati da un fortissimo “idem sentire” erano infatti espressione di chiese di frontiera. L’uno, il polacco, impegnato per anni in una aspra contesa con il comunismo, trasferita successivamente nell’esercizio di un magistero emergenziale e dunque conservativo e non privo, peraltro, di gravi ombre; l’altro, il bavarese, espressione dell’avanguardia cattolica nella terra di Lutero, per anni, ci si passi il termine un po’ irrituale, “guardiano dell’ideologia” come Prefetto della congregazione della fede. Tutti e due inevitabilmente agirono avendo come bussola l’affermazione verticalista del primato di Pietro in termini e con modalità rigidamente tetragone e affatto opposte a quelle che intende adottare un gesuita latino americano, espressione di quell’ Iglesia che nel subcontinente è molto di più che una religione istituzionale e, di fatto, non ha mai conosciuto scismi o sostanziali aggressioni ideologiche.

Il naturale connubio tra il suo essere espressione dell’Iglesia sudamericana e le prassi ignaziane, a motivo della duttilità di entrambe sotto diversi profili, ha generato nel breve volgere di pochi mesi  una mutazione ravvisabile non solo nella ricercata informalità lessicale e gestuale (che già non è poco), ma ha provocato un meno visibile ma certo diverso approccio e trattazione tanto delle questioni legate alla dottrina, quanto a quelle del governo della Curia.
Nell’intervista alla Civiltà tutti codesti aspetto emergono clamorosamente e hanno un impatto forte: tuttavia a leggere tra le pieghe delle riflessioni del Pontefice, si avverte comunque un evidente e permanente legame (e non potrebbe essere altrimenti) con chi l’ha preceduto nel magistero pietrino.

Ciò che colpisce e, verosimilmente, era esattamente codesta la mission mediatica affidata alla rivista dei gesuiti, è l’immagine che Bergoglio offre di sé: il suo lessico piano e semplice, ma mai banale, il suo raccontarsi, il suo definirsi “peccatore”, il suo dichiarare di non “essere mai stato di destra”, l’evocazione come fondamentali virtù (altrimenti riposte nei cassetti della Chiesa) come la misericordia innanzi tutto, la tolleranza e la comprensione per i gay e per chi pratica l’aborto, il forte richiamo alla sburocratizzazione del clero, alla trasparenza nei comportamenti e per ultimo, ma non ultimo (anzi) l’accenno al “genio femminile” con cui la Chiesa, presto dovrà misurarsi.

Sul tema Francesco è stato più che vago, ma è possibile che abbia in serbo qualche sorpresa. Che, c’è da scommetterci, almeno sul piano ordinamentale sarà forse la vera (e forse l’unica possibile) azione veramente riformatrice del suo pontificato. Non sarebbe poca cosa.

Emanuele Pecheux

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