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Opinioni e commenti
 

Altri 11 settembre: 40 anni fa il golpe in Cile
Pubblicato il 11-09-2013


Salvador AllendeNella memoria storica dell’umanità giace una data doppiamente legata ad eventi tragici; oltre al più recente 11 settembre 2001, esattamente 40 anni fa cadeva il governo del socialista cileno Salvador Allende, abbattuto dai colpi di artiglieria dei militari del generale Augusto Pinochet. Eletto nell’autunno 1970 con una maggioranza relativa risicata (36,2% contro il 34,9% del presidente uscente Alessandri e dell’altro sfidante democristiano Tomic – 27,8%) Allende portò la sua Unidad Popular alla guida di uno stato latinoamericano in un periodo dove gli Usa detenevano ancora un forte influsso sul proprio “giardino di casa”. Già dalla fine degli anni Sessanta erano in preparazione alla Casa Bianca diversi piani per sventare un eventuale successo socialista in Cile (dove i movimenti di sinistra erano in crescita), terra di conquista per le multinazionali americane del rame, che avrebbe certamente messo loro i bastoni tra le ruote, impedendo di raggiungere ulteriori profitti sottratti ai cileni.

Chi vede nella cabina di regia il solo Henry Kissinger, l’abile assistente personale dell’allora presidente Richard Nixon, per il golpe del 1973 commette un errore; i piani noti per estromettere il neo eletto socialista erano il frutto di vari interessi politici (i repubblicani non desideravano perdere, come d’abitudine democratica, altri alleati nel cono sur) ed economici (oltre al guano e al rame il Cile sotto la dittatura si trasformò in banco di prova per testare il monetarismo estremo dei Chicago Boys). Le strategie che stavano sul tavolo della CIA in quegli anni erano il Track I e il Track II; il primo puntava, attraverso la collaborazione di giornali e mezzi di informazione anti-Allende a screditarne l’operato e i risultati delle sue politiche fomentando disordini e malcontento, mentre il secondo si può riassumere in un corteggiamento dei servizi segreti Usa nei confronti di capi di stato maggiore cileno nel tentativo di sondare il terreno per un colpo di mano che destituisse il neopresidente. Salvador Allende fu un riformista, non un rivoluzionario come Fidel Castro; da sempre leale alla costituzione del suo Paese portò avanti le proprie idee e politiche con l’appoggio democratico della maggioranza.

Certamente un socialista puro, avviò riforme fondamentali per combattere l’analfabetismo delle campagne e dei quartieri più disagiati e per migliorare il sistema sanitario nazionale secondo linee di ispirazione marxista. Il presidente, però, varcò la “linea rossa” quando decise di nazionalizzare le compagnie del rame, in maggioranza concentrate nelle mani americane, scatenando, inconsapevolmente, l’inizio della sua fine. Il mondo all’epoca era in piena guerra fredda, con Washington sempre più impantanata nelle sabbie mobili vietnamite e in difficoltà dinanzi alla ventata di anti-americanismo che nel 1968 aveva iniziato a soffiare con le proteste studentesche. Il rischio di infiltrazioni sovietiche, o, più plausibile, castriste a Santiago era alto secondo gli analisti americani e Washington non poteva accettare un altro satellite comunista nella propria area di egemonia.

Il fatto di essere stato nominato presidente anche grazie all’appoggio dei democristiani sconfitti costrinse Allende a muoversi in maniera cauta, ma la scelta di nazionalizzare il settore minerario, agricolo e bancario lo mise in rotta con le imprese estere operanti sul territorio, facendo bruscamente scendere il flusso di investimenti internazionali verso Santiago; nel mentre, però, la domanda interna stava iniziando a crescere e si gettarono così le basi per la grande inflazione, la quale raggiunse il 400% nel 1973, sconquassando il Paese con una serie di manifestazioni e cacerolazos contro l’aumento dei prezzi dei beni; lo sciopero dei camionisti mise in definitiva crisi il governo di un Paese che, per configurazione geografica, dipendeva fortemente dal contributo degli autotrasportatori nel rifornire di beni l’estesa nazione.

Fedele alle regole democratiche cilene Allende non forzò la mano, ma attese le elezioni per il rinnovo del parlamento del 1973 nella speranza di ottenere una maggioranza tale da permettergli maggiore spazio di manovra per placare il malcontento popolare; così non fu, la sua coalizione rimase in minoranza, schiacciata dall’unione delle destre. Agli Usa importava poco delle questioni interne del paese andino, certamente utili ad indebolire l’avversario ideologico, ma non sufficienti ad abbatterlo. Il vero problema per Washington era la pericolosissima convergenza che si stava formando tra il Cile e la Cuba castrista. Nel 1971, infatti, Fidel Castro visitò il paese di Allende, trovando un riscontro popolare positivo ed entusiasta (non addomesticato come sull’isola caraibica), ma mise allo stesso tempo in grande difficoltà il presidente cileno, scatenando l’indignazione e i timori della borghesia di Santiago, quando gli lascerà come dono un mitra, simbolo della rivoluzione.

Washington realizzò che ormai il cordone sanitario in funzione anti-comunista era a rischio in America Latina; un rafforzamento dell’asse Santiago-L’Havana avrebbe certamente sottratto il continente dalla sfera di influenza americana, con elevate probabilità di contagio marxista nei paesi limitrofi. Fu così che la critica situazione interna cilena e la coabitazione tra una maggioranza di destra in parlamento e un presidente socialista spinse quest’ultimo a dover contare esclusivamente sull’appoggio dei militari e del loro consenso. Da sempre fedeli alla costituzione le forze armate cilene si erano distinte in questo senso nel 1970, quando il generale Schneider ordinò di non agire contro Allende, appena uscito vincitore dalle elezioni (per questa scelta il militare sarà in seguito assassinato dagli uomini del generale Viaux).

Il colpo di stato attuato dai militari del generale Pinochet, con la certa complicità e collaborazione della CIA (come dimostrato dalla Commissione Church), trasformò il Cile nel laboratorio monetarista di Milton Friedman, massimo teorico del neoliberismo economico, alla ricerca di un “paziente” sul quale sperimentare la propria shock therapy (come documentato nell’omonimo libro di Naomi Klein). Furono anni (1973-1990) che ribaltarono completamente il Cile, con la cancellazione di tutte le politiche stataliste a beneficio della privatizzazione selvaggia e della deregulation finanziaria. Nel 1973 il tasso di disoccupazione in Cile era del 4,3%, nel 1983 aveva raggiunto il 22%, mentre i salari reali erano scesi del 40% nello stesso periodo.

La Giunta abolì il salario minimo, mise fuori legge il diritto alla trattativa sindacale, privatizzò il sistema pensionistico, abolì ogni tassa sui patrimoni e sui profitti d’impresa e tagliò l’impiego pubblico. Tutti i maggiori esponenti del periodo di Allende vennero perseguitati, come testimonia l’omicidio di Orlando Letelier, ex ministro degli esteri, ucciso da una autobomba a Washington nel 1976. Il Cile venne attraversato da terrificanti casi di omicidi extragiudiziali, di rese dei conti e innumerevoli atrocità compiute nei centri di detenzione, come la famigerata Villa Grimaldi.

Quanto accadde in quel periodo viene ricordato come genocidio politico: negli anni della dittatura saranno effettuati 130.000 arresti arbitrari, 40.000 persone verranno uccise e 600.000 torturate. Pinochet morì da impunito nel 2006 a 91 anni, mentre Salvador Allende scomparve a 65 anni nelle sue stanze presso il palazzo presidenziale della Moneda; ad oggi non è ancora chiaro se sia caduto vittima delle esplosioni che la mattina dell’11 settembre 1973 colpirono la struttura o se si sia tolto la vita per non cadere nell’umiliazione di una cattura da parte dei golpisti.

Le sue ultime parole sembrano, però, far propendere verso la seconda ipotesi con un discorso in radio nel quale lascia il suo testamento spirituale al popolo cileno, rincuorandolo che i viali per i quali passerà l’uomo libero torneranno presto a riaprirsi e insegnandogli che non dovrà mai farsi annientare né umiliare. A quarant’anni dalla sua scomparsa Allende si è trasformato in un martire della democrazia che in quegli anni soccombette dinanzi all’ennesima prova della brutalità umana la quale spinse il Cile in una spirale di regressione evolutiva, riportando in auge, come in tutto il resto dell’America Latina di quegli anni, la violenza come unico modo per guidare una nazione. Giuste o sbagliate che fossero le politiche dello sfortunato presidente la storia insegna che non è con le armi che si possa imporre la propria volontà. Anche dopo così tanto tempo nel mondo oggi sembra che la lezione, purtroppo, non sia stata recepita.

Luca Boschini

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