martedì, 22 agosto 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

“Aspettando le elezioni tedesche”. Spiega Fulco Lanchester: fermi per vent’anni, ora rischiamo la crisi di sistema
Pubblicato il 10-09-2013


Fulco LanchesterIn questi giorni domina il dibattito politico, il tema della retroattività delle leggi. Fermo restando che è principio degli Stati democratici che, in ambito penale, un atto normativo non può estendere la sua efficacia anche al tempo precedente la sua emanazione, le norme retroattive destano sempre un certo malessere e lasciano aperti interrogativi circa la loro legittimità, non giuridica, ma politica. Per questo Avanti! ha interrogato in merito il professore Fulco Lanchester, giurista, costituzionalista, un’autorità in materia. Un’analisi lucida e complessa che offre chiavi di lettura in grado di andare ben oltre le convulse polemiche legate all’attualità.
 
Professor Lanchester, dal redditometro a recenti norme, poi ritirate, in materia di Imu, sembra che, in più di un’occasione, il Governo, in materia fiscale abbia derogato al principio di non retroattività. Come mai?

Per quello che riguarda la materia fiscale, esiste un riferimento nella legge 212 a dei principi di carattere generale che indicano, tendenzialmente, che non dovrebbe esserci retroattività. Il problema è che parliamo di un atto normativo di natura legislativa che si misura con altri atti di natura primaria che possono derogare da questi principi generali per quello che riguarda situazione di necessità e di urgenza.
 
Nel momento in cui diventa una pratica ricorrente, però, il problema della chiamiamola così, credibilità dello Stato resta.

Questo è il punto, il rapporto con il cittadino. Lo Stato prende un impegno e dovrebbe mantenerlo.

Parlando di retroattività, in questi giorni è sul tavolo la questione della Legge Severino sull’incandidabilità.

La questione è diversa perché qui si tratta di un ambito penalistico. In questi giorni c’è un forte dibattito per chiarire se l’incandidabilità sia un problema di tipo amministrativo o di altro tipo. Di sicuro si tratta di una conseguenza di una condanna penale che viene considerata, per alcuni, di tipo penalistico, per altri, di tipo amministrativo. Quello che è da sottolineare è che negli ultimi giorni dell’anno scorso era considerata sotto questo profilo, poi gli avvocati di Berlusconi hanno cambiato parere. O non sono ne sono accorti all’epoca o c’è una manovra di altro tipo. Di sicuro in un Paese normale, dopo la prima condanna sarebbe stata prassi quella di dimettersi: a sentenza definitiva le dimissioni non dovrebbero proprio essere messe in discussione.

Come mai da noi non avviene, un problema culturale?

Forse. In alcuni paesi le dimissioni sono collegate addirittura con l’inizio di un eventuale procedimento. Ma, il problema riguarda proprio le fondamenta dello Stato di Diritto: se il ceto politico inizia a contestare la validità delle decisioni prese dalle autorità giurisdizionali, di fatto, contesta lo Stato di Diritto. Alla fine di un provvedimento c’è una sentenza definitiva da rispettare. È un principio non derogabile. Se, poi, a farlo è il leader di uno dei due maggiori partiti dell’ordinamento, la cosa diventa devastante.

Fino a che punto?

Il problema sembra tecnico, me è molto politico e rappresenta il perpetrarsi di uno scontro che sta arrivando a reiterazione. È un problema che riguarda la perenne transizione italiana, la cui tappa centrale che ha aperto gli eventi degli ultimi venti anni è da rintracciare nei fatti del ’92-’93 e che affonda le sue radici in qualcosa di più antico: la frammentazione della società civile e della società politica caratterizzata per molti anni dalla presenza di formazioni antisistema. La crisi dell’assetto politico-istituzione del sistema partitico ha visto la sostituzione di soggetti politicamente rilevanti con residui del vecchio sistema sia a destra che sinistra. Ci fu una falsificazione delle premesse dell’innovazione istituzionale del ’92-‘93 con l’introduzione del sistema elettorale maggioritario a cui corrispose il mantenimento di un bicameralismo perfetto che ha reso stabili delle “maggioranze instabili” con caratteristiche centrifughe.

Come mai si scelse questa strada?

Nel’ 93 l’onorevole Mattarella ideò le leggi 276 e 277 perché la Dc di Martinazzoli credeva di vincere nei colleghi uninominali e sopravvivere alla crisi di regime, non tenendo conto del processo di liquefazione del consenso elettorale. Ma una legge maggioritaria che non andava a modificare il bicameralismo perfetto rese ancora più incerte le maggioranze deboli del proporzionale. Ci sarebbe stato bisogno di una riforma dell’art. 94 della Costituzione che non fu fatta, soprattutto, per paura.

Paura di cosa?

Paura degli avversari politici. Rileggendo la storia di questo Paese, capiamo che aveva ragione il Costituente a mettere le cose in maniera che si costituissero dei governi tutto sommato deboli con forti contropoteri in periferia. La costruzione della casa comune, messa in pericolo dalla contrapposizione bipolare post-1948, venne riaffermata dopo il 1953 con l’idea dell’integrazione nell’ambito della Costituzione repubblicana. I soggetti politicamente rilevanti del periodo erano uniti da un patto al di là delle profonde differenze e delle diffidenze reciproche. Il sistema dei partiti ha sostenuto per circa quaranta anni un compromesso poco efficiente dal punto di vista istituzionale. Con la crisi dei partiti si è acuito il problema del deficit istituzionale. Una vera riforma richiederebbe il rafforzamento delle Istituzioni, ma anche un ridisegno incisivo di tutti gli strumenti di garanzia.

Un bel puzzle dal quale sembra non se ne venga fuori. Possibile?

Il sistema politico, rispecchia a sua volta la frammentazione della società civile e deriva dagli albori del processo unitario, aggravato dall’allargamento del suffragio con la certificazione delle contrapposizione a livello elettorale tra laici e cattolici, tra destra e sinistra, tra nord e sud, tra città e campagna.
 
Quali sono le conseguenze più gravi di questa situazione?

Primo la crisi che viviamo. Se si guarda ai dati economici, forniti da Eurostat, si vede che tutti gli ordinamenti industriali avanzati negli ultimi venti anni sono stati caratterizzati da diminuzioni del Pil del 7-8 per cento, mentre noi ci attestiamo al 17. Un dato che allarma per la sua gravità; per questo si parla dei “vent’anni persi”: non ci dimentichiamo che nel Sud Italia abbiamo tassi di disoccupazione giovanile che sforano il 40%.
 
Un quadro desolante.

Questi sono tutti elementi che collegati all’instabilità politica che coincide con la liquefazione dei partiti, divenuti organismi di tipo oligarchico. La mia idea è che gli ordinamenti democratici non sono sempre stabili, ci sono dei momenti in cui possono implodere se non si fa attenzione. Per fare una metafora, stiamo parlando di un trimotore: il propulsore centrale è quello politico, a destra abbiamo quello economico e a sinistra quello sociale. Se uno solo non funziona si può ancora volare, ma quando tutti e tre incominciano ad andare in panne si apre lo scenario di una crisi di sistema.
 
Con quali ripercussioni?

Non ci dimentichiamo che siamo sotto osservazione per indicatori economici, per la situazione sociale e per l’instabilità politica: negli ultimi due anni viviamo in una situazione di “unità nazionale” che viene negata dagli stessi soggetti che la animano. Per adesso la situazione è stata contenuta, ma chissà cosa succederà: il problema è se avverrà una riqualificazione della destra e una riorganizzazione nel Pd e quanto sarà forte la penetrazione dei 5 Stelle. Noi siamo vissuti, in realtà, in una situazione ipocrita, dominata dalla paura e dall’immobilità negli ultimi venti anni. Il vero volano della nostra economia era l’Europa, ma dopo Maastricht tutto è cambiato. E dall’Europa ancora dipendiamo: se ci sarà una ripresa vera saremo inglobati anche noi, altrimenti il rischio è di scivolare verso il Mediterraneo meridionale e, quindi, il Nord Africa. Bisogna, innanzitutto, superare le elezioni tedesche e vedere che cosa si prepara per il Vecchio Continente.

Ma, insomma, le riforme promesse da questo Governo?

Io credo che le riforme istituzionali annunciate altro non siano che una sorta di road map per prendere tempo: come possono fare delle riforme istituzionali persone che si accapigliano sul destino di Berlusconi? Il problema è quelle di fare una legge elettorale che non viene fatta perché si tratta di una legge che tende, nel ambito del quadro, a verificare i rapporti di forza prevedibili e l’incertezza attuale non lo permette.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

More Posts

Follow Me:
DiggStumbleUpon

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento