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Opinioni e commenti
 

Bobo Craxi e il ricordo del presidente Allende e della sua “terza via”
Pubblicato il 01-09-2013


Sono passati quarant’anni ed il ricordo del martirio del Presidente Socialista Cileno Salvador Allende viene tramandato nel tempo passando alle nuove generazioni. L’immagine quasi iconografica del Presidente che imbraccia il mitra e indossa l’elmetto che difende il Palazzo della Moneda dagli attacchi aerei sferrati dai generali golpisti illustra molto più delle parole quanto la violenza armata possa imporsi delegittimando il libero voto popolare delle democrazie. È accaduto solo quarant’anni fa, nella seconda metà del secolo che le ha viste trionfare dopo una guerra mondiale lunga e sanguinosa.

Il Cile di Allende cercava una propria “terza via” fra l’influenza soffocante in tutto il continente sudamericano della presenza statunitense e l’utopia collettivistica del comunismo sovietico rilanciata dalla rivoluzione cubana che aveva influenzato fortemente le sinistre popolari anche in Cile. Allende che era sicuramente un socialista marxista era imbevuto di retorica nazionalista e collettivista ma non si spinse mai a definire il proprio governo come un governo “rivoluzionario”, né si era circondato di forze militari , infatti ostili, attraverso le quali imporre la propria dottrina politica ed economica.

Vero si è che le spinte rivoluzionarie all’interno della stessa Unidad Popular (l’unione delle sinistre al governo) produssero divisioni e tensioni all’interno del Governo e nella società cilena ed il massimalismo di alcune categorie ed il boicottaggio di corporazioni economiche legate alla destra fecero precipitare nel caos il paese. Il golpe militare fu la conseguenza quasi logica di questa crisi di legittimità politica di Allende. Egli si difese con le armi e per non cadere in mano ai suoi carnefici decise di togliersi la vita.

Migliaia furono gli arresti ed altrettanti i “desaparecidos” della repressione militare, lo stadio di Santiago fu trasformato in una prigione a cielo aperto. Non fu l’unico crimine di cui il regime di Pinochet si rese colpevole per oltre un quindicennio: su tutti quello di aver represso, costringendo al silenzio ed all’esilio, le opposizioni. Il ricordo di Salvador Allende suscita ancora oggi in me, che allora ero un ragazzino, una profonda emozione; fu infatti mio padre Bettino al seguito di una delegazione dell’internazionale socialista il primo uomo politico italiano a recarsi in Cile un mese dopo il golpe.

La delegazione fu arrestata e bloccata dinnanzi alla tomba del presidente Allende a Vina del Mar dove egli era seppellito nella tomba dei Groove, i familiari della moglie. L’emozione produsse una grande e lunga reazione di tutte le sinistre italiane e in particolare del Psi che non fece mai mancare il suo sostegno concreto e solidale alla resistenza cilena. Fu nel 1986, da presidente del Consiglio, che mio padre, rivolgendosi solennemente al Congresso Usa, pose la questione ineludibile della democrazia cilena dinnanzi ad una platea mal disposta a rompere il legame con il generale Pinochet.

Nel 1988 i cileni affrontarono un referendum, e scelsero la democrazia. Successivamente un ampio fronte democratico sconfisse definitivamente Pinochet. I socialisti cileni, Ricardo Lagos in testa, non dimenticarono mai il contributo politico ed il coraggio di Craxi ed ogni volta che c’è un occasione di incontro continuano a mostrare l’affetto e la gratitudine verso tutti quei compagni che non abbandonarono mai il popolo cileno al suo destino. Nel segno di Salvador Allende questa storia continua a vibrare perché è il segno della vittoria contro coloro che “hanno la forza ma non la ragione” come il presidente Allende ammonì nel suo ultimo drammatico discorso.

Bobo Craxi

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Commenti all'articolo
  1. Come al solito le considerazioni di Bobo Craxi sono molto interessanti e lucide; anche in questo caso il suo ricordo personale apre squarci di storia e illustra la grande occasione perduta – non solo per il Cile, ma anche per noi italiani, come egli sottintende – della “terza via”, del socialismo liberale. Del resto, ho avuto modo di ascoltare Bobo in un recente intervento su “Sky” e, in quella occasione, il suo riferimento al nostro Paese è stato esplicito e davvero molto utile, quanto meno per chi voglia tentare una ricostruzione onesta delle vicende che hanno determinato la fine della c.d. prima Repubblica. Ne ho tratto riflessioni – anche amare (per chi è stato per anni un giudice delle sezioni unite della Cassazione) – sulla non coincidenza tra verità processuale e verità storica, sul rapporto strumentale fra le due “verità”, il giudizio processuale e il fatto storico. Due le frasi di Bobo Craxi che meriterebbero un approfondimento serio da parte degli storici: primo, la vicenda giudiziaria di Berlusconi è diversa da quella di Craxi, per i suoi contenuti, e tuttavia vi sono similitudini per il metodo, per la c.d. via giudiziaria; secondo (ma i punti sono intimamente connessi), il partito democratico è l’unione – scaturita dalla “liquidazione” del partito socialista e degli altri partiti laici – fra la c.d. sinistra democristiana (e il mondo cattolico da essa rappresentato) e gli ex-comunisti (Sciascia direbbe “le due parrocchie”). Gli approfondimenti consentirebbero un’analisi seria – obiettiva, rigorosa – della attuale deriva politica e sociale: la fine del riformismo keynesiano in economia (solo Sapelli, mi pare, ne coglie le drammatiche conseguenze); la crisi e la trasformazione del cooperativismo; il vuoto politico e la preminenza clericale nelle istituzioni; la decadenza della magistratura; la crisi del sindacato e la mancanza di proposte per un nuovo diritto del lavoro. Tutti temi che, per la verità, paiono presenti solo in alcuni interventi in “Mondoperaio” e in qualche opera di ricostruzione storica (per es. “Il crollo” a cura di Covatta e Acquaviva), ma non si rinvengono nella attualità del dibattito politico: ma da cosa altro potrebbe partire una nuova proposta di socialismo autonomista, se non da questi temi che – a quanto pare – solo Bobo Craxi riesce ad evidenziare?

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