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Opinioni e commenti
 

Bonfrisco, per cambiare l’Italia Parlamento e governo non servono
Pubblicato il 05-09-2013


Anna Cinzia Bonfrisco

Parla spedita con il piglio della fedelissima. Di sicuro la senatrice Anna Cinzia Bonfrisco è una berlusconiana di ferro e non ne fa mistero. Berlusconiana anche nel modo di costruire il ragionamento politico che sfugge a qualunque valutazione di merito sui quasi dieci anni che il Cavaliere ha passato ricoprendo la carica di primo ministro, senza considerare la parentesi del ’94. Nella piazza San Lorenzo in Lucina si inaugura il quartier generale della “nuova” Forza Italia, ma i volti sono sempre quelli, di sempre. Quelli che hanno scandito la vita politica degli ultimi 20 anni inquadrata nella logorante contrapposizione tra ‘anti’ e ‘pro’ Cavaliere. Qualcuno l’ha definito un ritorno al futuro, ma la paralisi politica, rende improponibile il concetto di “ritorno”. Sembrerebbe che non sia passato neppure un giorno.

Il videomessaggio diffuso l’altra sera lascia sgomenti, oltre che per i contenuti, soprattutto per la riproposizione delle formule e l’assoluta mancanza di attinenza tra parole e realtà. Un teatro, brutto e già visto. La strategia politica, invece, è chiara. Mantenere vivo il governo, ma sotto scacco, alzando ogni giorno di più la posta in gioco fino a far saltare il banco, capitalizzando i meriti e tacendo le responsabilità (la fine del governo Monti). Anche questo un copione già scritto. Già scritto quando si parla di tasse troppo alte senza dire che la pressione fiscale è salita soprattutto sotto gli esecutivi del Cavaliere. Già visto quando si parla della cospirazione delle toghe, omettendo di dire che il Pdl, quando ha potuto, ha evitato di riformare la Giustizia.

Di sicuro, senza voler nemmeno entrare nel merito delle valutazioni, sul panorama europeo non esiste leader che sia rimasto così tanto tempo al centro della scena: non la ‘mitica’ Thatcher, non Mitterrand, e nemmeno, addirittura, l’argentino Peròn. I paragoni sono possibili solo con i satrapi mediorientali e i populisti latinoamericani. Per questo è necessario capire, capire cosa pensa un pezzo dell’Italia, cosa pensa una certa parte politica. L’abbiamo fatto dando la parola ad un’ex socialista che, come tanti, scelse il Pdl.

L’era Berlusconi volge ormai al termine. Al di là delle polemiche, come immagina il futuro della destra italiana?

Innanzitutto non credo che Forza Italia si possa definire destra. Io la vedo piuttosto come un’aggregazione di anime e filoni culturali diversi che danno vita alla grande area dei ‘moderati’ italiani che ha trovato una naturale congiunzione con una destra moderna e riformatrice. Un soggetto politico nato dalla forte spinta, dallo slancio direi, verso il tentativo di risolvere una situazione tutta particolare che si era venuta a determinare nel nostro paese. Una situazione che si è creduto di affrontare con lo schema bipolare e bipolarista, al quale io stessa ho aderito, ma che forse andrebbe rimesso in discussione superando l’idea di centro-destra e centro-sinistra.

A quale situazione si riferisce?

Bé ad una situazione che non è stata ancora risolta. La forza dirompente che sconfisse la “macchina da guerra” della sinistra nelle elezioni del ‘94 non è riuscita a sconfiggere quello che resta in Italia del filone comunista che ha segnato in maniera indelebile e irrimediabile la storia del nostro Paese lasciando profonde contraddizioni.

Quella cultura politica non ha nessun merito? Se dovesse sforzarsi di indicare eredità positive cosa direbbe?

La tradizione comunista ha accompagnato, comunque, alcune importanti conquiste civili soprattutto dal punto di vista della tutela dei lavoratori. Però manca un approccio riformista che significa capacità di rinnovare per difendere ciò che si ha. La sinistra comunista, invece, tende a conservare ideologicamente quello che esiste solo sulla carta senza considerare la realtà. Parlando di diritti lavorali, ad esempio, è evidente che tutelare alcune categorie serve a non vedere che, in generale, la tutela dei lavoratori è inesistente, non c’è più.

Ma, secondo lei, non è legittimo dire che esiste un’anomalia della destra italiana così legata alla figura di Berlusconi? Non dimentichiamo che in nessun paese europeo esiste un leader indiscusso da 20 anni.

L’anomalia di Berlusconi sta nella misura in cui si è cercato di eliminare per via giudiziaria un capo politico senza riuscirci mai. Di fatto Berlusconi riceve la fiducia degli italiani come garante di una certa politica che i cittadini di questo Paese sentono più vicina a loro. Berlusconi risponde ad una domanda di stabilità, di certezze che gli italiani vogliono avere. Rappresenta egli stesso un pezzo di quelle certezze per questo la sua figura è così profondamente incollata  alla realtà politica, perché è espressione di una richiesta profonda.

Le sue vicende personali non mi pare creino molte certezze, soprattutto in questo momento politico con un governo di larghe intese.

Io penso che gli italiani gli chiedono di non mescolare la sua vicenda, che hanno compreso bene, con i destini di questo esecutivo perché non vogliono rinunciare ad una stabilita di governo che, oggi, è la precondizione essenziale per fare qualcosa di positivo, per andare avanti. Nella sua unicità, Silvio Berlusconi, ha capito che gli italiani volevano questo e ha obbligato anche parte del Pdl e dei suoi a sacrificarsi pur di mantenere in piedi la coalizione. Guardi che non è cosa da poco perché nel Pdl c’è gente che non avrebbe mai immaginato nella sua vita di far parte di un coalizione con la sinistra.

Berlusconi continua a ripetere la sua litania invocando la persecuzione della magistratura. Eppure quando ha avuto i mezzi per farlo, con una maggioranza schiacciante, non ha messo mano ad alcun progetto serio di riforma della Giustizia. Perché?

Non è vero che Berlusconi abbia avuto i mezzi. Io le posso dire con ragion veduta, dopo averci lavorato per sette anni, che è una favola pensare che il Parlamento faccia le leggi e decida di modificare situazioni così complesse. La nostra colpa allora era di non aver capito questo, di non essere stati in grado di cogliere le difficoltà e, infatti, non siamo riusciti a cambiare anche perché non siamo riusciti a tenere insieme la coalizione. Ma anche se avessimo fatto questo non ci saremmo riusciti comunque perché i luoghi deputati a prendere le decisioni si son trasformati in un groviglio attraversato trasversalmente da altri poteri con veto di modifica e interpretazione. C’è il problema della giustizia, ma non solo: il vero cuore della questione è la burocrazia e il suo ruolo centrale e dominante su tutto e su tutti. Questo ci ha impedito di operare un vero cambiamento e questo non abbiamo saputo fare: sconfiggere la burocrazia. Purtroppo non bastavano 100 voti di scarto.

Mi sta dicendo che il potere legislativo e quello esecutivo non funzionano, che funziona solo quello giudiziario e che l’unica vostra responsabilità è quella di non averlo capito per tempo?

Noi riconosciamo l’autonomia della magistratura e non ci permettiamo di giudicare. Eppure, c’è da dire che negli ultimi anni è arrivato il momento di mettere in discussione questa certezza. Non solo da parte di Berlusconi, ma degli italiani.

In che senso, scusi?

Nel senso di vedere finalmente dentro e cercare di capire come intervenire su quella modernità contraddittoria nella quale è immerso questo Paese in cui i tempi della giustizia civile, cosi come di quella penale, sono così lunghi da vanificarne qualunque efficacia. Per non parlare poi del sovraffollamento carcerario che ha origine non nella norma, come si dice spesso, ma nell’amministrazione e nell’interpretazione di quelle norme. Si fa un uso della custodia cautelare come scorciatoia di quella giustizia che non lavora: se così non fosse non avremmo carceri ridotte nelle condizioni che ci rendono una vergogna del mondo civile.

Dunque, secondo il suo ragionamento un’inversione di rotta non può arrivare dalla politica. Da dove può arrivare allora?

È complesso dirlo perché, oltretutto, si è imposta la tirannia della comunicazione che detta i tempi e rende tutto più difficile. Una macchina che, per molti, finisce anche per tramutarsi in una scorciatoia: curano l’immagine, le dichiarazioni, invece la politica richiede sempre lavoro e tempo.

Scusi, ma parlando di comunicazione, chi più di Berlusconi l’ha usata a suo favore, mi vuol far credere che ne sia rimasto vittima?

Chi ha detto che Berlusconi sia la vittima?

Se non è vittima cos’è allora, perché non ha mantenuto la promessa della sua “rivoluzione liberale”?

Perché non ha potuto intervenire sulle reali leve della catena di comando. Per come è strutturata ormai la macchina dello Stato è molto difficile farlo.

Lei dice “ormai”, perché? Non è stato sempre così?

No, non è stato sempre così. C’è di mezzo la grande riforma che ha spostato, un po’ alla volta, dal Parlamento ai decreti ministeriali il luogo di decisione, modificando i principi, le procedure, la forma e i contenuti delle norme.

Quale ‘grande riforma’?

La Riforma Bassanini.

La Bassanini?

Sì, ha aperto la strada a uno straordinario, gigantesco e non più arginabile potere della burocrazia.

Va bene, torniamo a Berlusconi. Tra le altre cose mi pare non sia stato nemmeno capace di tenere insieme la coalizione. Senza nemmeno parlare della Lega, basti vedere Casini e Fini…

Ecco, questo è stato un punto dolente. Io la considero la vera gamba mancante del progetto del Pdl che pure aveva una sua visione di sintesi che avanzava e che si muoveva e si andava componendo dando vita ad un unico partito. Un’incapacità che individuo nel fatto che noi non avremmo mai dovuto fare il Pdl senza i moderati cattolici.

E perché invece lo avete fatto?

Perché si è rotto un dialogo e io questo lo considero un vuoto che, spero sia chiaro a tutti, che va colmato.

Insomma, cosa si aspetta per il futuro?

Io mi aspetto un Berlusconi che continui ad essere punto di riferimento.

Eppure, le ultime indiscrezioni parlano di “fronde” e profonde divisioni.  

Io non le vedo queste divisioni, né lavorando né dialogando con i colleghi di partito. C’è gente che ha tempo da perdere invece di lavorar per gli italiani parla con i giornalisti. Un pettegolezzo, così definirei queste voci.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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