martedì, 17 ottobre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Crisi siriana, De Michelis: “Io sto con Obama”
Pubblicato il 07-09-2013


EVIDENZA-De MichelisEx ministro degli esteri socialista, protagonista di una delle stagioni più convulse del secolo scorso che coincise con la caduta del muro di Berlino, il tramonto del “Patto di Varsavia” e l’affacciassi dell’era “multipolare”. Gianni De Michelis legge, oggi, la crisi siriana con gli occhi di chi conosce a fondo l’area mediorientale e i suoi nodi problematici. Uno schema difficile da comprendere, fatto di veti incrociati, come quelli che bloccano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e di una molteplicità di attori che rendono difficile districarsi tra le tante sfumature. Nonostante l’opposizione delle della Russia di “Zar” Putin, l’attacco sembra essere sempre più vicino: “è solo una questione di quando e come, non una questione di se” ha spiegato sulle pagine del nostro giornale l’analista Andrea Margelletti. Mentre il titolare della Farnesina, Emma Bonino, dopo la riunione dei capi delle diplomazie europee a Vilnius, parla di “differenze di metodo tra Italia e Stati Uniti”, De Michelis sottolinea la necessità storica di un intervento da parte Usa: “Io sto con Obama, penso che, in un mondo multipolare come quello attuale, l’America abbia la responsabilità di creare le condizioni per cui sussistano e vengano rispettate delle regole a livello globale”. 

Onorevole De MIchelis, Obama si rivolge al Congresso per cercare la legittimazione all’intervento in Siria, l’Inghilterra lo ha lascito solo? 

Io credo che l’Inghilterra abbia fatto un errore derivante dalla pessima gestione che Cameron ha fatto delle relazioni con il Parlamento britannico, anche se l’intenzione del governo era buona e una buona parte dell’opposizione laburista condanna fermamente Assad per quello che ha fatto. L’Inghilterra ora è fuori gioco rispetto ad una possibile guida dell’intervento siriano. Quello che conta pero’ è la decisione statunitense e il voto del Congresso di lunedì prossimo.

Cosa crede che accadrà?

Io penso e spero che Obama ce la faccia. Penso che la responsabilità degli Usa sia quella di creare le condizioni per cui sussistano e vengano rispettate delle regole a livello globale. E’ evidente che l’ONU non è in grado di prendere questo ruolo di guida e assumere questa responsabilità. Le regole sono evolute nel corso degli ultimi 20 anni e non comprendono più solo il principio di non interferenza nelle questioni degli Stati nazionali, ma soprattutto il nuovo principio formulato nel 2005 che è quello della responsabilità della protezione delle società umane rispetto ai rischi delle violazioni delle regole stabilite, come per esempio quella sulle armi chimiche. Da questo punti di vista mi auguro che Obama ce la faccia e riesca a mettere in atto la punizione che Assad si è meritato.

Eppure ancora non ci sono le prove certe che a compiere l’attacco del 21 agosto sia stato l’esercito di Assad…

Io credo che sia stato proprio l’esercito lealista. La ragione principale risiede nel fatto che questi attacchi sono venuti dal cielo, dall’aviazione: notoriamente i ribelli non dispongono di aviazione.

Come fa a dire che si sia trattato di bombardamenti aerei? 

Ho ascoltato delle interviste a riguardo. In ogni modo, credo che per primo Obama vorrà attendere il risultato delle ispezioni e delle analisi dei tecnici dell’ONU.

I russi la pensano diversamente…

La Russia ha come principale alleato regionale proprio Bashar Al Assad, non potrebbe essere altrimenti. Ma, il giorno in cui il Congresso dia il via libera ad un’azione non credo che Mosca possa creare reali problemi.

Secondo lei, dunque, Washington ha la forza di per andare avanti da sola? 

Questo rientra in un ragionamento più generale: ormai il mondo è diventato irrimediabilmente multipolare. La questione delle interdipendenze, non solo monetarie ed economiche, ma anche riguardo a temi come la sicurezza, le risorse e le migrazioni, impongono il bisogno di un meccanismo in grado di far applicare regole generali a protezione dei diritti umani. Da questo punto di vista, c’è sempre più necessità di meccanismi di governance, altrimenti i paesi più importanti saranno propensi a fare da soli, risolvendo le crisi attraverso interventi unilaterali. Le Nazioni Unite, del resto, sono bloccate dal fatto che il diritto di veto di un certo numero di paesi importanti può creare condizioni come quella che stiamo vivendo rispetto alla Siria.

Eppure solo l’ONU potrebbe legittimare un’azione, non crede?

La legittimazione Onu, di fatto, non esiste perché da questo punto di vista gli Usa sono in una situazione di impasse molto difficile da risolvere. Se non si dovesse essere in grado di uscire dallo stallo del Consiglio di Sicurezza, dunque, Washington dovrà agire da sola. Io credo che la ragione per cui Obama abbia fatto bene a coinvolgere nel processo il Congresso sia quella di rendere la responsabilità dell’intervento una responsabilità collettiva del suo Paese.

Me lo stesso Ban Ki Moon ha criticato eventuali scelte unilaterali. 

Ban Ki Moon ha ragione, ma non è nelle condizioni di indicare la strada dopo tre anni in cui l’Onu non è stata in grado di affrontare e tantomeno risolvere, nemmeno sul terreno politico, la crisi siriana. E la responsabilità è soprattutto russa. Dichiaratamente i russi hanno ritardato la convocazione del meccanismo previsto a Ginevra per negoziare una politica di compromesso.

Immaginiamo uno scenario che preveda il rovesciamento di Assad: chi potrebbe sostituirlo, i ribelli? 

L’alternativa ad Assad è una questione complessa. Non credo ci sia possibilità di affidarsi nelle mani dei cosiddetti ribelli siriani, una parte dei quali è chiaramente collegata ad Al Qaeda. D’altro canto non è possibile coprire una dittatura come quella siriana.

Eppure, per molto tempo, ci siamo andati d’accordo con quella dittatura… 

Siamo andati d’accordo con Assad come andavamo d’accordo con Pinochet, ma la realpolitk non può arrivare a questo punto, al punto di accettare le armi chimiche. Io credo che, soprattutto nei paesi arabi del mediterraneo, si deve correre il rischio di andare verso la democrazia.

La democrazia promessa dalle primavere arabe sembra sciogliersi come neve al sole e, come ampiamente accaduto in passato, dall’Algeria a Gaza, le elezioni spianano la strada agli islamisti. Qualcosa non funziona?

Il caso algerino l’ho seguito molto bene perché facevo il ministro Esteri. In quell’occasione, come oggi, il disastro è stato che alla fine la violazione delle regole democrazia è avvenuta da parte dell’esercito che intervenne per per non fare vincere il Fis. Il prezzo che è stato pagato dall’Algeria equivalse a 200mila morti. Preferimmo avere i miliari senza democrazia, optammo per la stabilità al prezzo della democrazia.

Oggi crede che, invece, la stabilita’ sia sacrificabile?

In parte. La cosa che mi colpisce di più è assenza dell’Europa. Questo è un vero dramma perché, per esempio, quando fini’ la Guerra fredda e ci fu il problema di costruire la democrazia in Europa orientale, furono gli europei a guidare il processo con la creazione della “commissione Venezia” presso il Consiglio di Europa che aveva come compito proprio quello di aiutare i paesi in fase di transizione a realizzare nuove costituzioni, facendo tesoro dell’esperienza dei nostri paesi. Nulla di tutto ciò è stato fatto rispetto alla realtà araba e questo ha pesato tantissimo sul fatto che la formulazione delle costituzioni è entrata in crisi, come in Tunisia ed Egitto. E’ mancata una metodologia chiara e l’interlocuzione dell’Europa che avrebbe dovuto promuovere incentivi di tipo monetario. Se fosse accaduto saremmo riusciti a tessere delle relazioni, a fornire consulenze giuridiche e le cose sarebbero andate in un altro modo. Una serie di dinamiche riguardanti la deviazione di carattere estremistico si sarebbero potute evitare.

Il ministro Bonino ha detto no all’intervento senza avallo dell’ONU. Una posizione sbagliata secondo il suo punto di vista? 

Nelle condizioni del quadro politico italiano, parlo di politica interna, io capisco benissimo le scelte fatte da Letta e Bonino soprattutto alla luce del fatto che il Papa li abbia costretti ad una sorta di percorso obbligato.

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

More Posts

Follow Me:
DiggStumbleUpon

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. L’intervista è molto interessante:però a domande intelligenti talvolta l’exministro pare andare un pò in barca…..A proposito, da quando è cambiato il direttore il giornale è diventato un pò vintage: prima Martelli, ora De Michelis… ci mancano Formica, Signorile ….non è che avete intenzione di fare una seduta spiritica con Craxi? Direttore, sono passati 20 anni! Il mondo è cambiato! O non te ne sei accorto?

Lascia un commento