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Finmeccanica vende energia e trasporti. Un affare o un “Britannia bis”?
Pubblicato il 24-09-2013


finmeccanica

“Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Lo diceva Agatha Christie, che in fatto di indizi e prove se ne intendeva. Chissà cosa penserebbe oggi la madrina del giallo guardando a quanto succede nel Gruppo Finmeccanica che, nel Belpaese, viene definito all’unisono un “gioiello di famiglia”. Se è vero, infatti, che i gioielli di famiglia non si vendono viene da chiedersi come mai, dai vertici aziendali al Tesoro, sembrano in tanti ad optare per la cessione di importanti settori del colosso della Difesa. Che ci si trovi di fronte ad una riedizione del Britannia, il panfilo di Sua Maestà Elisabetta su cui, nel lontano ’92, si narra, fu decisa la “privatizzazione dell’Italia”?

«A pensar male potrebbe sembrare che ci sia addirittura una magistratura connivente con gruppi industriali stranieri che spinge in direzione della vendita», afferma Felice Borgoglio, responsabile economico del Psi, che all’Avanti! dice: «c’è un’operazione di acquisizione di aziende che sono oggettivamente fiore all’occhiello del nostro Paese. Come sia possibile che questo processo incontri una scarsa resistenza sarebbe di difficile spiegazione in una altro contesto, ma non in un quadro di debolezza come quello italiano, dove la delegittimazione del sistema politico rafforza francesi e tedeschi».

Ma veniamo alla sequenza dei fatti: lo scorso febbraio, l’allora Ad di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, è raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare. Per i giudici di Busto, Orsi sarebbe al centro di un giro di corruzione, aggravata dalla transnazionalitá, a cui si aggiunge l’accusa di frode fiscale. Le imputazioni riguardano una presunta tangente versata a membri del governo indiano per una commessa da 556 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta. Proprio su questa somma di denaro, per i giudici, sarebbe stata versata una “commissione di intermediazione” di 51 milioni, circa il 10 per cento.

Lo scorso luglio, poi, arriva un’altra bordata da Belgio, prima, e Olanda, poi. I due Paesi accusano la Ansaldo Breda, proprio la controllata di cui Finmeccanica cerca di “disfarsi”, di avergli venduto dei treni “bidone” che perdono pezzi, si arrugginiscono dopo pochi mesi e non sono in grado di funzionare correttamente con la neve. Risultato? Cancellazione degli ordini, blocco delle consegne e azione legale per recuperare parte dei soldi già pagati. Poi, ancora, arriva il gelo dalla Russia: il viceministro della difesa, Iuri Borisov, annuncia che i 35 elicotteri Agusta Westland che il governo russo doveva acquistare sono “troppo cari” e che Mosca non manderà avanti l’affare se non verrà rivisto il prezzo. Sarebbero già i tre indizi necessari per fare una prova, ma non basta. La ciliegina arriva, infine, pochi giorni fa quando l’agenzia di rating americana Moody’s declassa il titolo Finmeccanica a livello junk, spazzatura.

Nulla di strano, si dice in Finmeccanica che dismette le teorie in merito ad una possibile opa occulta come «fantascienza». Secondo il colosso industriale, la cessione delle tre controllate Ansaldo Breda, Ansaldo Energia e Ansaldo Sts, rientrerebbe in una normale operazione volta a mantenere alta la competitività dell’azienda di fronte alle sfide del mercato globale. In lizza c’è la coreana Doosan. Sono gli stessi sindacati a far sapere che la trattativa per cessione di Ansaldo Energia è in «stadio molto avanzato». L’idea alla base del piano industriale sarebbe quella di concentrarsi sul “core business” che riguarda difesa, spazio e sicurezza, permettendo l’ingresso di holding straniere nei settori trasporti ed energia. Un modo, si dice, per permettere la ricapitalizzazione, impossibile altrimenti viste le condizioni in cui versa lo Stato, e con essa, la possibilità di aprirsi a nuovi mercati ed evitare di essere fagocitati dalla concorrenza. Una visione che non convince tutti: secondo la versione ufficiale, infatti, sarebbe solo la Breda in difficoltà, mentre le altre due (Energia e Sts) rappresenterebbero delle punte di eccellenza. Il vero problema risiederebbe nel fatto che si tratta di aziende relativamente piccole che, nel futuro, rischiano di non reggere la concorrenza sempre più aggressiva dei colossi internazionali.

«Una strategia aziendalista che non va bene per un asset da inquadrare in una logica macroeconomica degna di un’azienda pubblica strategica come Finmeccanica. Un asset fondamentale per un Paese avanzato cha ha bisogno di aziende che lavorino nell’interesse della politica industriale dello Stato». Una politica, continua Maurizio Ballistreri, responsabile Lavoro e Welfare del Psi, che l’Italia non ha più dal lontano ’92 quando «lo Stato decide di ritirarsi dallo svolgimento della funzione attiva della politica industriale che, invece, serve a evitare che i capitali privati possano creare diseconomie». Insomma, secondo l’esponente socialista, sarebbe in corso una manovra messa in atto da «poteri imprenditoriali e finanziari internazionali che hanno interesse a destabilizzare un azienda leader mondiale competitiva e lavorano per abbassarne il rating. In questo senso vi è la volontà da parte di alcuni soggetti di creare una destabilizzazione che abbassi il valore e consenta l’acquisizione a prezzi stracciati». Uno scenario che preoccupa sindacati e difensori “dell’italianità” di Finmeccanica: i primi perché vedono minacciati i posti  di lavoro a fronte di una cessione che, come numerosi casi dimostrano, potrebbe aprire la strada ad uno smembramento. I secondi per il rischio di divenire, sempre di più, un Paese meno influente, dipendente dalle importazioni estere. Un Paese di sudditi.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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