lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Giorgio Santerini, contestatore del consociativismo
Pubblicato il 17-09-2013


GiorgiosanteriniCredo di ricordare il giovane Giorgio Santerini nel 1967, nella sua casa milanese di via Fabio Filzi, probabilmente la prima da sposato. Ero da poco uscito dal Pci e Giorgio era una firma di punta dell’Avanti! di Milano. Avevo poca pratica di giornalismo, mi ero limitato a fare il correttore di bozze all’Unità, a scrivere qualche articolo sul giornale dell’Università Statale e Santerini mi apparve, per come parlava, raccontava e si muoveva, come un modello a cui guardare con attenzione e da cui imparare. In quel momento rappresentava il giornalista che anche io volevo fare: un militante socialista riformista che scriveva per lo storico giornale del suo partito, coniugando passione politica, cultura e giornalismo.

In questo momento l’immagine di quell’incontro appartiene a un lontano pezzo di storia della mia vita, a cui ogni tanto penso con insistenza. Anche perché quell’incontro quasi casuale, divenne l’antefatto di una frequentazione quotidiana tre anni dopo, quando anche io fui assunto come redattore all’Avanti nella sede di piazza Cavour. E da quel momento cominciò un sodalizio complicato, per nulla semplice e facile, perché quelli erano anni di comune appartenenza a un partito politico, ma anche anni di scontri interni, di duri contrasti che rimbalzavano dalla federazione del Psi di via Lunigiana fino all’interno della sede dell’Avanti.

Spesso non era facile convivere tra quei contrasti di dura passionalità tra correnti differenti. E contrasti c’erano anche tra me e Giorgio. Ma alla fine, quasi per una magia incredibile, si conviveva sempre e si confezionava quotidianamente un discreto giornale. Mai avrei immaginato che quel sodalizio tumultuoso sarebbe diventato tanto importante nella mia vita nel giro di quattro anni, quando entrambi (lui un anno prima) ci imbarcammo sulla “corazzata” di via Solferino, l’allora mitico Corriere della Sera. Fu il primo a venirmi a salutare per farmi i complimenti e, con la sua aria un po’ grave, un po’ ironica e scanzonata, a mettermi subito in guardia sulle insidie, i problemi, anche gli intrighi con i quali avrei dovuto convivere.

In quel Corriere diretto da Piero Ottone (che Enzo Bettiza aveva battezzato l’Ilja Ehrenburg del cattocomunismo italiano), Santerini era un doppio riferimento. Era un ottimo giornalista, preciso, puntuale, persino puntiglioso, quello che un tempo si sarebbe chiamato con ammirazione un “grande cronista”. Ma in più, Santerini dimostrava rara competenza nell’analizzare i rapporti complessi tra stampa, editoria e potere, tra ruolo del giornalista e mondo politico, tra il giornalista e i “poteri forti” dell’Italia del tempo. Questa competenza la portava con grande capacità nel sindacato dei giornalisti, sia a livello aziendale, sia ai livelli più alti, nella associazione regionale e nazionale.

Nello specifico di quegli anni, Giorgio Santerini divenne il primo a contrastare con accortezza il ruolo di supporto che gli organismi sindacali dei giornalisti fornivano a editori e a gruppi di potere politico ed economico dominante, riportando invece con forza la distinzione dei ruoli e una forte dialettica sindacale.
In quegli anni di “unità nazionale”, trasferita spesso meccanicamente e schematicamente a tutti i livelli, Santerini, al Corriere della Sera e nel sindacato dei giornalisti, rappresentò l’alternativa, il contraltare di un consociativismo che stava diventando insopportabile.

Se nel 1975 quella linea sindacal-giornalistica era minoritaria, nel 1976 maturarono condizioni per aprire una vera battaglia, un confronto all’interno del mondo sindacale dei giornalisti. Santerini aveva capacità organizzative di prim’ordine e conoscenze di colleghi in molti giornali. Aveva quindi a disposizione una forza autonoma abbastanza consistente nell’ambiente giornalistico sindacalizzato, sia al Corriere, sia alla “Lombarda”, sia nella FNSI nazionale. Fu in quello stesso anno che Walter Tobagi “scese” dal secondo piano di via Solferino al primo, cioè passò dal Corriere d’Informazione al Corriere della Sera. E sempre in quello stesso anno, in un Psi finito sotto il 10 percento alle ultime elezioni politiche, avvenne la “svolta del Midas”, l’elezione di Bettino Craxi alla segreteria del partito con un nuovo patto, anche generazionale, che sottolineava soprattutto l’autonomia del Psi nella sinistra italiana e la discontinuità verso la politica di unità nazionale.

Giorgio Santerini fu scettico all’inizio sulla “svolta del Midas” e non fu mai un craxiano. Ma in quel momento comprese che per la sua battaglia nel sindacato dei giornalisti l’impulso nuovo che dava il Psi nello scenario politico, serviva a smuovere le acque stagnanti che si respiravano un po’ ovunque nel giornalismo italiano. Poi Giorgio individuò in Walter Tobagi non solo il partner ideale con con cui dialogare, ma anche il personaggio indipendente (cattolico e socialista), il professionista di grande caratura e nello stesso tempo di rara sensibilità politica e sindacale su cui si doveva puntare sia all’interno del Corriere sia negli organismi territoriali.

Quella scelta avvenne in totale autonomia, nacque con totale indipendenza e spesso (si può ricordare il tempestoso congresso della FNSI di Pescara nel 1977) ricco solo di difficoltà e problemi con lo stesso partito socialista, a cui tutto sommato sia Santerini, sia Tobagi, sia io, che avevo subito abbracciato quella scelta, ci riferivamo.

Quella autonomia e quella indipendenza, che fu poi codificata alla fondazione di “Stampa democratica”, la nuova corrente sindacale che costituimmo staccandoci da “Rinnovamento”, era difesa quasi con ferocia da Giorgio Santerini ed era custodita con scrupolo ossessivo da Walter Tobagi. Forse ero io il più tiepido. Ma in tutti i casi, tutti e tre, pur con sfumature diverse, eravamo consapevoli e gelosi di questa autonomia e indipendenza.

Basterebbe leggere i documenti, i programmi, osservare le azioni di lotta sindacale, per rendersi conto che non c’era nessun tutore socialista, o craxiano come si diceva allora, che dettava la nostra linea. Piuttosto, in quel clima politico confuso di fine anni Settanta, faceva comodo ai nostri avversari, ai nostalgici del consociativismo, agli “apostoli” del cattocomunismo anche in campo giornalistico, appiccicarci una etichetta di craxismo o di socialismo “rampante”. E questo fecero, guidati da una rivista mensile di “gossip mediatico”, che attaccava sistematicamente Tobagi, che demonizzava a piacimento sia Santerini che me. Ancora oggi, qualche smemorato lettore di “titoli-slogan” di quella pubblicazione, ripete frasi fatte e non ha neppure la curiosità di andare a leggere i testi degli articoli, magari di interviste, che smentiscono il titolo. Bastava anche conoscere i rapporti problematici che tutti e tre avevamo avuto con il Psi.

E’ del tutto evidente che in quella bagarre, in quello scontro, anche il rapporto problematico tra il sottoscritto e Giorgio si cementò, sconfinò in autentico rapporto affettivo tra vecchi “compagni”. Restavano vedute diverse, ancora scontri, ma era Walter che sapeva mediare con sapienza e pazienza tra le nostre posizioni. Spesso, di notte, a casa sua, Walter alzava la voce e guardando me e Giorgio, diceva: “Per favore risparmiatemi lo scazzo isterico”.

Fino al 28 maggio 1980, fino al giorno dell’assassinio di Tobagi da parte di aspiranti brigatisti, il sodalizio problematico tra me e Giorgio continuò in modo intenso. La morte di Walter ci sconvolse, ci mise di fronte a una realtà terribile e impensabile. Santerini, con un coraggio da leone prese il posto di Walter all’Associazione dei Giornalisti, che rappresentava sempre un “bersaglio” per gli agenti del terrore. Io reagii con foga e dolore, cercando disperatamente di testimoniare quello che Walter aveva rappresentato nel sindacato dei giornalisti e soprattutto al Corriere della Sera.

Forse le strade che io e Giorgio percorremmo dopo l’assassinio di Walter non furono parallele. Riprendemmo a scontrarci anche aspramente soprattutto sulla questione dei “mandanti morali” del delitto Tobagi. Lentamente le nostre strade si separarono. Ma devo dire che Giorgio mi aveva dato tanto, che non era possibile dimenticarlo e credo, spero, che la stessa cosa capitasse a lui nei miei riguardi.

Avevamo vissuto insieme una stagione della vita talmente intensa, che non era possibile cancellarla, anche se tutti i riferimenti politici, sindacali, culturali erano cambiati. Ci rivedemmo qualche volta, ci telefonammo e ci incontrammo, poi da molti anni ci limitavamo, con tutta probabilità a ricordare. Ieri nel primo pomeriggio, nella camera ardente dell’Associazione, dietro al feretro di Giorgio, si vedeva una grande fotografia di Walter.

Mi è venuto da pensare: cari amici, la pista è finita, ma quanto è stato bello percorrerne insieme lunghi tratti con tanta intensità e passione. Poi ritornavo sul sodalizio problematico con Giorgio. Pensavo che eravamo due “testoni”, con grovigli psicologici da dipanare. Ma forse appartenevano alla stessa “tribù”: due anarchici, fortunatamente educati dall’antica scuola riformista. Nonostante tutto, era sempre la nostra “tribù”, la nostra casa. Ciao, Giorgio.

Gianluigi Da Rold

(da Critica Sociale)

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