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Opinioni e commenti
 

GIUSTIZIA, L’EUROPA BACCHETTA L’ITALIA
Pubblicato il 25-09-2013


Europa-giustizia

L’ennesima volta. Arriva, da Bruxelles, un altro ammonimento all’Italia delle riforme sempre annunciate e mai compiute. La Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro il nostro Paese rispetto alla questione dei limiti posti alla responsabilità civile dei giudici nell’applicazione del diritto europeo. Il fascicolo nasce come conseguenza del mancato rispetto della condanna ratificata per lo stesso motivo dalla Corte di giustizia dell’Unione nel novembre del 2011. La natura del problema è chiara: secondo la Commissione, a quasi due anni dalla prima condanna, l’Italia non ha intrapreso i passi necessari per adeguarsi al diritto europeo. Secondo i giudici di Bruxelles, infatti, la legge italiana sulla responsabilità civile dei magistrati non garantisce un criterio sufficiente rispetto dalle conseguenze in caso di eventuali errori commessi nell’applicazione del diritto europeo che rappresenta, oggi, la una fonte primaria della normativa nazionale. Un adeguamento che, richiami a parte, rappresenta una problematica cruciale nello Stivale, ormai da tempo immemore, e che furono proprio i socialisti a sollevare per primi.

È necessario, dunque, capire quali siano le forze che strenuamente si oppongono a questo mutamento, ormai peraltro inevitabile. «Innanzitutto, la corporazione dei magistrati» dice all’Avanti! Titti Parenti, magistrato, responsabile giustizia del Psi ed ex membro del Pool di Mani Pulite, che continua: «non dimentichiamo che ci troviamo in un Paese che non è mai riuscito a eliminare l’eredità delle corporazioni alle quali guai a chi si oppone» Per Parenti, dunque, la difficoltà dell’Italia nel recepire le direttive europee, anche a fronte di sanzioni e richiami, rientra in una dinamica «perfettamente corporativa», ma non solo. Sarebbe anche il frutto di un «approccio demagogico e ideologico» che vuole vedere nell’assenza di responsabilità dei giudici una «garanzia di indipendenza e libertà. Io credo sia l’esatto contrario», continua, «perché solo la responsabilità di tutti può essere garanzia di una legalità vera: è in gioco l’autorevolezza della magistratura, come le sentenze europee testimoniano, e sono convinta che la stessa corporazione dovrebbe porsi il problema. Questa situazione mina, infatti, la sua stessa affidabilità non differenziando i giudici bravi da quelli lavativi che non leggono le carte e sbagliano. La responsabilità civile diventerebbe anche uno strumento di selezione interna dei migliori».

Di sicuro c’è che la nuova procedura d’infrazione è stata proposta dal servizio giuridico della Commissione che risponde direttamente ai piani alti del gabinetto del presidente Barroso. Se entro i prossimi mesi l’Italia non si adeguerà alla prima sentenza della Corte, quella del 2011, potrà essere deferita nuovamente ai giudici europei. Uno scenario che apre la porta al rischio concreto di sanzioni pecuniarie.

«Questa questione si trascina da oltre 20 anni, nonostante un referendum abbia sancito in maniera inconfutabile, con più dell’80 per cento dei consensi, la necessaria abrogazione della legge che metteva a riparo i magistrati dalla responsabilità di rispondere delle loro scelte», dice all’Avanti! il senatore del Psi Enrico Buemi, membro della Giunta per le Autorizzazioni. Buemi ricorda come gli interventi normativi successivi abbiamo creato una legge, «ai tempi di Vassalli, inutilizzata e inutilizzabile visto che le procedure di responsabilità civile nei confronti dei magistrati nel nostro Paese si contano sulle dita di una mano».

Due, infatti, le ragioni che hanno causato gli interventi di censura della Commissione e della Corte europea: la prima risiederebbe nel fatto che la legge nazionale esclude, in linea generale, la responsabilità dei magistrati per i loro errori di interpretazione e valutazione. La seconda, invece, intravede un’incompatibilità con il diritto comunitario poiché la responsabilità dello Stato italiano interviene solo quando si dimostri dolo o colpa grave. Un concetto che, secondo gli esperti Ue, la Cassazione ha interpretato in maniera troppo restrittiva circoscrivendola a sbagli che abbiano un carattere “manifestamente aberrante”.

Possibile che, resistenze corporative a parte, le forze politiche che hanno fatto della giustizia un cavallo di battaglia, leggasi Pdl e Berlusconi, non siano riuscite ad intervenire in maniera significativa in tutti questi anni, neanche in presenza di maggioranze sostanziali? Sono concordi Parenti e Buemi nell’identificare negli interessi personali e di “parte” l’origine dell’inazione pdiellina. Se la prima parla di «difficoltà di affrontare problematiche delicate quando non si è liberi o condizionati da gravi problemi», sostenendo che, di fatto, «Berlusconi abbaiava alla Luna, ma non metteva in atto alcuna azione sostanziale», il senatore socialista ricorda che «ogni riforma incrociava sempre gli interessi di Berlusconi, dunque anche le forze disponibili al cambiamento venivano azzittite».

Insomma, sempre la stessa musica: la necessità di una riorganizzazione in senso modernizzante della macchina dello Stato, e di adeguamento della nostra democrazia, si trasforma in terreno di scontro ideologico e collante per la creazione di divisioni in “parrocchie”, a scapito dell’efficienza del Paese e dei diritti dei cittadini. «siamo fuori dal mondo», afferma Buemi, «Viaggiamo verso il basso e non verso alto graduatoria paese civili». Non è la prima volta: stessa storia per la qualità e l’indipendenza del nostro giornalismo, per il livello di civiltà delle nostre carceri. Non sarà l’ultima.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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