martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il capo ordinò e i seguaci obbedirono
Pubblicato il 30-09-2013


Suicidio di massa

Il capo dette l’ordine e i suoi adepti lo eseguirono. Suicidatevi! Era il 19 novembre del 1978 quando il reverendo Jones ordinò ai coloni di Jamestown, la città fondata in Guyana dai seguaci della setta del “Tempio del Popolo” di ingerire del cianuro mettendo così fine alla vita di più di 900 persone. Una metafora di quanto accade oggi ad un altro “Popolo”, quello “delle Libertà”. «A me sembra che ci sia lo spazio per fare un paragone tra quanto succede nel Pdl e le sette in cui il capo decide di suicidarsi trascinando con sé tutti gli adepti», dice all’Avanti! Gaetano Pecorella, giurista, ex esponente del Pdl e uno degli avvocarti di Berlusconi.

Fu proprio lui uno dei primi, nel novembre del 2012, ad annunciare le dimissioni dal Pdl per dare vita alla componente del Gruppo misto ‘Italia Libera’ che guardava all’esperienza del governo Monti come all’incubazione della nascita di una nuova forza liberale nel Paese. In queste ore febbrili, insomma, sono in molti a credere che, dietro “l’ordine” di Berlusconi, più che una precisa strategia politica, ci sia un gesto sconsiderato e convulso.

Una deriva che, salvo colpi di mano o improvvisi assi nella manica, potrebbe non portare il Cavaliere molto lontano. Nel caso in cui Letta e Napolitano decidano, infatti, che il gioco non vale la candela, e che un governo attaccato alla flebo del voto di una manciata di senatori  rappresenti solo un lento logoramento, non è affatto scontato che eventuali nuove elezioni possano consegnare una vittoria al “Popolo” di Berlusconi. Nonostante il goffo tentativo di giustificare la mossa delle dimissioni con la scusa delle tasse, infatti, appare molto chiaro all’elettorato che siamo in presenza di un gesto sconsiderato che nasce da esigenze del tutto private del “capo”.

Nel caso in cui si produca, invece, una frattura all’interno del Pdl tale da mantenere solidamente in piedi il governo di Letta, allora la posizione del Cavaliere non sarebbe molto migliore: potrebbe, tutt’al più, giocarsela armando una violenta campagna elettorale. Anche in quel caso, però, un Cavaliere disarcionato in attesa di essere raggiunto da un provvedimento restrittivo, che spazio reale di manovra avrebbe?

«Non penso», afferma Pecorella, «che andare al voto favorisca il Pdl. La gente sentiva un grande bisogno di stabilità per poter affrontare i  problemi economici del Paese. Al di là dei proclami ufficiali sull’Iva, l’immagine che viene fuori dopo la chiamata alle armi di Berlusconi è, invece, quella di un atto di disperazione»

Ma, con un Berlusconi ormai all’angolo, è legittimo chiedersi cui prodest? Da più parti si vocifera della presunta pressione psicologica alla quale il Capo, in preda ai fumi della rabbia e oscillante tra il visionario entusiasmo e la febbricitante depressione, sarebbe stato sottoposto da parte dei cosiddetti “falchi”. «Come in tutti i partiti ci sono più anime. Nel Pdl ce ne sono almeno tre: quella che viene da destra, e mi riferisco agli ex An, quella dei democristiani, che potrebbe essere identificata nella figura di riferimento di Angelino Alfano e, infine, quella dei berlusconiani, quella de “il capo ha sempre ragione”», analizza Pecorella. Il punto è capire cosa stia facendo sfaldare la “comunità di anime” del popolo berlusconiano.

«Questa situazione è sempre stata presente all’interno del Pdl, ma tutto ha retto finché Berlusconi incarnava l’autorità indiscutibile. Uno status che gli veniva, anche, dal fatto di operare scelte comprensibili per tutti e, spesso, ragionevoli. Le tre anime si identificavano in Berlusconi che rappresentava il cemento in grado di tenere insieme l’edificio. Quando, come adesso, si è arrivati ad una fase in cui si fanno scelte che non possono trovare d’accordo intimamente chi fa davvero politica, come gli ex democristiani, ecco qui cadere l’edificio.

Chi ha in mente la politica vera, quella fatta di soluzioni, e non di rotture, non può seguire una strada cieca come quella che vediamo concretizzarsi sotto i nostri occhi». Insomma, siamo di fronte all’atto finale di una vicenda privata che tiene in scacco il Paese da vent’anni? «Non c’è alcuna spiegazione che abbia una logica. Anche ci trovassimo innanzi, come si legge su alcuni giornali, a una scelta collegata alla preoccupazione di un provvedimento restrittivo della libertà nei confronti di Berlusconi, le dimissioni sarebbero una mossa sbagliata per almeno due ragioni: la prima è che questi provvedimenti non li può conoscere anzitempo nessuno. Se qualcuno ne ha dato la notizia, dunque, o è in malafede o fa ipotesi. In ogni caso, e vengo alla seconda ragione, la crisi di governo non risolverebbe nulla: se non è oggi, è tra un mese, o due mesi al massimo, poi la sentenza produrrà i suoi effetti. Arriverà l’interdizione dai pubblici uffici e, come conseguenza, l’incandidabilità», sottolinea l’ex esponente pdellino.

Ma, insomma, cui prodest allora? L’analisi di Pecorella si spinge oltre. «Quanto accade può essere anche letto in un’altra maniera: come la volontà di produrre una rottura interna, una sorta di “selezione” che passa attraverso la scelta delle dimissioni. Io credo che Berlusconi oramai finisca per essere circondato da persone che lo spingono, lo manipolano in qualche modo. Se l’obiettivo è quello di spaccare il partito, possiamo intravedere un’azione dei pretoriani per espellere i moderati. Perché la vera logica interna al Pdl è quella di chi è più vicino e chi più lontano da Berlusconi. Non ci sono contrasti ideologici, o differenti approcci ai problemi economici. Rompendo in questo modo il partito rimarrebbe un gruppetto con in mano il comando». Ma, in Italia, non era vietata per legge l’istigazione al suicidio?

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Può essere , Pecorella colosce il PDL meglio di mè ma, attenzione troppe volte il Berlusca dato morto è risorto, troppo debole e divisa è la proposta alternativa , visto il lungo travaglio interno del Pd, comprensibile per i suoi militanti, inconcepibile per i suoi elettori. La gente è troppo sfiduciata verso i partiti, c’è il rischio che l’atensione aumenti nei 2 campi , senza che nessuno dei 2 è in grado di attrarre gli elettori scontenti o delusi dall’altro.In caso di elezioni l’unica cosa certa è l’assoluta incertezza.
    Fraterni saluti compagno Maurizio Molinari Fed. di Torino

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