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Opinioni e commenti
 

Più Europa, meno spread. Visco sogna una nuova politica economica
Pubblicato il 03-09-2013


BancadItalia-ViscoIntervenuto recentemente alla trentaduesima edizione del seminario “Il Federalismo in Europa e nel Mondo”, organizzato dall’Istituto “Altiero Spinelli”, il Governatore della Banca d’Italia ha evidenziato la correlazione tra l’uscita dell’Europa dalla crisi dei debiti sovrani e le riforme economiche e politiche, richieste sia ai Paesi europei che all’Unione Europea. Visco ha sottolineato come sia necessario passare al più presto da una gestione europea intergovernativa delle politiche nazionali all’adozione di vere e proprie politiche comuni, se si vuole che lo spread scenda ulteriormente.

SPREAD DETERMINATO DA FATTORI NAZIONALI ED EUROPEI – Attualmente il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi naviga intorno ai 250 punti base. Un livello che, se pure non paragonabile a quello emergenziale di novembre 2011, quando lo spread aveva raggiunto i 550 punti base, resta ancora troppo elevato. Lo spread attuale, infatti, continua a rappresentare un forte vincolo alla ripresa degli investimenti e dei consumi da parte delle imprese  e delle famiglie italiane. Il Governatore della Banca d’Italia ha spiegato ad una platea di giovani convenuti da tutto il mondo a Ventotene come a determinare il livello dello spread tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi concorrano due componenti: una “nazionale” ed una “europea”. La componente nazionale deriva dalle debolezze tipiche dell’ economia italiana: l’elevato debito pubblico, la bassa crescita economica, la scarsa competitività, solo per citarne alcune. Ma vi è poi anche un’ altra componente che contribuisce all’innalzamento dello spread: si tratta dell’incompletezza del disegno istituzionale europeo e dei conseguenti timori di rottura dell’Unione monetaria.

SEGUIRE LA ROAD MAP VERSO UNA NUOVA EUROPA – Ecco perché è fondamentale continuare nel percorso di costruzione della comune casa europea, seguendo la road map tracciata qualche mese fa dai vertici delle principali istituzioni europee: innanzitutto l’unione bancaria, poi una capacità impositiva legata ad un bilancio pubblico comune e, infine, l’unione politica vera e propria. Infatti la politica monetaria comune, gestita dalla Banca Centrale Europea, è un’arma che non potrà garantire a lungo la stabilità, in mancanza di una reale convergenza dei fondamentali economici dei singoli Paesi europei e di un reale progresso in termini di governance dell’Unione. Ciascuno deve fare la sua parte, dunque. E, superata la fase emergenziale, a cui l’Italia ha contribuito erogando ai partners europei ben 43 miliardi di Euro, destinati a salire a 55 nel corso del 2013 e 62 nel 2014, occorre ora davvero realizzare il primo passo verso una rinnovata e più solida architettura istituzionale europea.

L’UNIONE BANCARIA SAREBBE UN VANTAGGIO PER NOI – Questo primo passo non potrà essere rappresentato che dall’Unione bancaria, con la costituzione di un supervisore unico, imperniato nella BCE e nelle autorità nazionali, con la definizione di uno schema comune di risoluzione delle crisi bancarie e con la messa in campo di un’assicurazione comune dei depositi presso le banche. L’esigenza di dar luce all’Unione bancaria è emersa ancora una volta con la pessima gestione della recente crisi del sistema finanziario cipriota: una crisi che poteva essere preventivamente evitata, laddove fossero esistite più cogenti regole di supervisione a livello europeo. Regole comuni, che se da un lato potrebbero far emergere debolezze anche da parte di altri sistemi bancari o parte di essi – come ad esempio nel caso delle Landesbanken tedesche – dall’altro rappresenterebbero per noi italiani uno strumento per livellare il terreno di gioco e quindi per far valere in Europa la maggiore solidità delle nostre banche. In sostanza, con più Europa avremmo uno spread più basso, e maggiori opportunità per rilanciare la nostra economia.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Siano è sempre in anticipo sui tempi! Complimenti. Ricordo già precedenti articoli ove evidenziava tale necessità ben prima che “eminenze” del nostro paese ne proponessero la costituzione.

  2. Concordo totalmente sulla necessità evidenziata da Visco. La mia paura è però che le debolezze europee finiscano per diventare un mezzo per distrarre l’opinione pubblica dalle responsabilità del nostro governo nazionale, di gran lunga il più inefficace d’Europa, e che ogni giorno vive sull’orlo della caduta. In materia di maggiore integrazione tra stati, in un mio recente viaggio in Germania, mi sono sentito dire da più di una persona:”In Germania stiamo vivendo uno dei periodi più felici della nostra storia recente.” Effettivamente, in quel paese c’è oggi un ottimismo che fa impressione se confrontato con il senso di sconforto e rassegnazione che si vive in Italia (in Spagna e Grecia credo sia anche superiore): la chiave li sono i paesi dell’est: Polonia, Romania e Bulgaria. La competitività tedesca nasce lì: alla fine fanno prodotti migliori agli stessi costi, o anche inferiori, degli altri e le aziende guadagnano quote di mercato…saluti e complimenti a Siano!

  3. Caro Alfonso
    potremmo anche aggiungere che la disinvoltura finanziaria che ha scatenato la crisi arricchendo pochi manager bancari (ed industriali che hanno beneficiato di utili a breve in vario modo influenzati dalla fase di abbondanza di credito) dovrebbe contribuire a far tornare gli istituti di credito, specie le banche d’affari o le divisioni di banche d’affari dei gruppi bancari diversificati, come semplici aziende che valutano il rischio dei prenditori ed ottengono la loro modesta retribuzione sotto forma di interessi. Niente più operazioni rischiose sulla pelle dei depositanti, dei dipendenti, degli azionisti, quindi niente piu super bonus, ma semplice attività professionale come quelle di qualunque altra azienda. E qui si lega il tema della eccessiva retribuzione di un numero limitato di individui che hanno spinto il sistema ad accelerare fino al punto a cui siamo arrivati per estrarre individualmente valore dalle aziende a danno di tutti gli altri.
    Complimenti come al solito per l’articolo!

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