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Opinioni e commenti
 

Quell’11 settembre a Santiago rimasto fermo nella memoria
Pubblicato il 10-09-2013


Allende-arresto

Un esule che parla con la passione del latinoamericano. Era in Cile quel maledetto 11 settembre del ’73 quando Pinochet ordinava il bombardamento della Moneda, il palazzo del presidente Allende che rivolgeva alla sua nazione l’ultimo appello radiofonico sotto le bombe dell’aviazione golpista. Chissà quante volte, in tutti questi anni, gli saranno tornate in mente quelle immagini, quei giorni. Oggi, Raul Paredes Diaz si definisce un riformista, proprio grazie agli insegnamenti dei socialisti italiani che lo accolsero come rifugiato: “sono arrivato in Italia che ero un bambino rivoluzionario, oggi mi considero un discreto riformista” scherza. E aggiunge: “Ringrazio il socialismo italiano, mi insegno una cosa che la sinistra cilena conosceva poco: la tolleranza. Quando parlo di socialismo italiano parlo di tolleranza”. Di sicuro Raul racconta di una parabola, quella iniziata in quella mattinata settembrina tutta ancora in divenire, come un cerchio che non si è affatto chiuso. Una contraddizione con i suoi ricordi di quella stessa mattina che definisce “fermi nel tempo”.  

Sono passati 40 anni e tuo malgrado sei stato protagonista di quell’evento. Che bilancio fai dopo tutti questi anni?

Bilanci non ne faccio perché io credo che quell’avvenimento vada inquadrato in un’ottica più ampia, se vogliamo in una traiettoria non conclusa.

In che senso?

È ancora necessario fare un percorso di elaborazione per far luce sul perché del colpo di Stato in Cile. Il governo del presidente Allende rappresentava l’inizio di percorso di cambiamento per l’America Latina che aveva giustamente trovato nel Cile il punto di partenza bruscamente interrotto con il golpe. Il Cile avvia tutto un processo di ridefinizione delle politiche economiche e del ruolo dello stato che avrà impatti a livello mondiale sullo sviluppo delle nazioni. Il Cile fu usato come terreno per sperimentare quel modello che si afferma oggi.

A quale modello fai riferimento?

Mi riferisco a quanto succede oggi in Europa, ma anche a tutta la tematica di cosa sia la democrazia in America Latina. Con Pinochet si volle eliminare quello che fu un programma di governo socialista, un governo che, per una via diversa, cerca di instaurare il socialismo. Tutta questa operazione passò anche per degli interventi sulla Costituzione, negli anni ’80, che hanno aperto la strada all’uscita dello Stato dai meccanismi di regolazione economica spianando la via al neoliberismo.

Certo, anche prima di Pinochet in Cile era previsto il libero mercato, no?

In realtà la Costituzione del ‘25 sanciva la centralità dello Stato. Una concezione che a partire dagli anni ’80 è stata oggetto di violenti attacchi. È la dinamica che ora si afferma nel mondo intero e che nessuno a livello governativo sembra voler mettere in dubbio.

Eppure non sono solo i governi. Anche molti popoli sembrano essersi adeguati a questo tipo di sistema  

Io non ci sto ad adeguarmi a questa visione! Credo che non si debba accettare il revisionismo e il riformismo e non perché sia un ortodosso, ma perché è evidente che un certo modello promuove la povertà. Ci hanno imposto un modello di sviluppo che la gente ha accettato passivamente.

Come sarebbe a dire passivamente? 

Sì, la gente ha accettato perché i mezzi di informazione si sono adeguati. I mass media, attraverso la televisione e i film impongono che il bello è il biondo occhi azzurri, lavorano sui desideri, seducono. In Italia abbiamo due categorie che rappresentano bene questo processo: il “veltronismo” e il “berlusconismo”. Sono due… le definirei addirittura “pratiche” che portano all’adeguamento verso il modello di sviluppo dominante che rimuove quanto è stato patrimonio di noi uomini di sinistra: la centralità dello Stato come una questione fondamentale al centro dell’azione politica.

Eppure ci sono stati tanti cambiamenti, primo tra tutti un incremento esponenziale della popolazione, che hanno cambiato il mondo e rispetto ai quali una certa ideologia si è trovata impreparata. Possibile sia solo colpa dei media? 

La risposta è la distribuzione della ricchezza, nel senso che non è possibile che una nazione consumi il 40% della ricchezza dell’umanità. Noi continuiamo ad avere un modello di sviluppo insostenibile che genera sempre più povertà. La ricchezza va ridistribuita e io penso che bisogna comunque rivendicare quello che i nostri padri ci hanno lasciato: il socialismo e la solidarietà sono valori che non sono scaduti. Per questo credo che il programma che fu nostro, della Unidad Popular, abbia ancora un valore: in questo senso sono convinto che questi 40 anni debbano farci riflettere e riprendere il cammino, come del resto disse lo stesso Allende, “saranno altri uomini quelli che supereranno questo momento triste e amaro”. Ecco, quello che posso dire è che il problema non fu il colpo di stato in sé, ma l’attacco al progetto politico di Allende. Quella di Pinochet non fu una dittatura fascista, ma un governo fantoccio degli americani.

Cosa ti è rimasto di quel giorno?

Un’esperienza che è rimasta li’ ferma nel tempo.

Hai parlato di quell’11 settembre come l’inizio di un cammino che oggi si compie. Siamo vicini alla chiusura di quella parabola? 

Credo che siamo vicini al superamento di quell’esperienza. Io penso che tutto sia un punto di partenza” la meta è costruire più benessere, più uguaglianza, più giustizia. La meta è l’utopia.

Roberto Capocelli

 

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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