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Opinioni e commenti
 

Crisi siriana, l’analista Margelletti: “Le bombe senza strategia non servono” – Pia Locatelli: “Appoggio Bonino, no ad azione senza Onu”
Pubblicato il 03-09-2013


CAPPROFOND-Cesi«Non è una questione di se, ma una questione di quando e come». Esordisce così “il Professore”, come lo chiamano affettuosamente alcuni suoi ex collaboratori. Si parla di crisi siriana e del possibile attacco statunitense contro il regime di Assad. Mentre il mondo trattiene il fiato in attesa della decisione del Congresso degli Stati Uniti, al secondo piano di un palazzo signorile di via Nomentana, a Roma, si lavora fino a tardi. E’ la sede del Cesi, il Centro Studi Internazionali e il presidente Margelletti mi riceve nella sala conferenze della nuova sede del Centro, ancora da sistemare. Con lui ci sono Gianmarco Volpe, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa e Francesco Tosato responsabile Affari Militari. Proprio Tosato ha appena concluso uno studio dettagliato sul sistema di difesa aerea siriana. «Senza i miei collaboratori il Cesi non sarebbe la realtà che è oggi, cioè un think tank che si è affermato grazie al suo lavoro, fornendo validi strumenti di supporto per i decisori» dice Margelletti mentre scherza con i suoi giovani collaboratori: «sono loro la linfa che nutre il il Cesi con la loro passione e il loro impegno. La sera li mando a casa a forza altrimenti me li ritrovo ancora incollati ai loro report la mattina dopo». Cominciamo l’intervista parlando di un tema squisitamente politico: la titubanza di Obama. Un punto che ha fatto molto discutere anche dal punto di vista militare perché, come racconta Tosato «data la situazione che si e venuta a creare, già dal 30 agosto abbiamo notato movimenti di truppe, i soldati siriani hanno lasciato le infrastrutture fisse per schierarsi a raggiera evitando di fornire un bersaglio concentrato e hanno spostato le batterie di missili dai loro siti. Procrastinare l’intervento ha fatto perdere un’occasione in termini di efficacia dell’attacco». «D’altronde», interviene il Presidente del Cesi, «si spara quando ci sono le condizioni politiche e non necessariamente quando ci sono quelle militari». E proprio dalle condizioni politiche parte Margelletti analizzando le mosse di Obama come risultato della decisione della Gran Bretagna: «il primo vero problema per l’Amministrazione è la venuta meno del supporto britannico che ha un peso strategico e politico centrale per gli Usa. Gli inglesi», continua, «sono ancora molto scottati dalla quesitone delle prove false del 2003 che aprirono la strada all’operazione irachena e, probabilmente, sull’attacco chimico del 21 agosto non ci sono certezze così incontrovertibili da giocarcisi la carriera».

UN PROBLEMA POLITICO – «Come capacità militari, gli Usa sono assolutamente in grado di portare avanti un intervento da soli senza alcun problema». Quello di cui ha bisogno Obama, dunque, «non è il supporto militare, ma quello politico, la legittimazione. Altrimenti rischierebbe di dare l’immagine di un’ennesima operazione unilaterale con la differenza che il 2013  non è il 2003, ci sono 10 anni di più a separarci dall’11 settembre». Le opinioni pubbliche di Stati Uniti ed Europa, dopo anni di guerre e crisi finanziarie, non sono così propense ad avventure militaresche senza una giustificazione effettiva. Per questo «la ritirata inglese pone in una situazione di difficoltà e di imbarazzo Barack Obama». C’è rischio dunque di un passo indietro da parte di Washington? «In realtà, nel discorso fatto sabato, il presidente Usa ha usato toni molto duri nei confronti di Assad, prendendo posizioni nette che lasciano poche capacità di manovra. La volontà di chiedere l’autorizzazione al Congresso», analizza Margelletti, «mi fa ipotizzare piuttosto che non si stia programmando un semplice strike punitivo, per il quale Obama non avrebbe bisogno di autorizzazione visto che è nelle sue attribuzioni deciderlo, ma piuttosto ad un’operazione che può essere più lunga e continuata nel tempo che richiede, dunque, un più ampio quadro di supporto politico. Forse un vero e proprio regime change».

LE RELAZIONI PERICOLOSE – Ma, in un quadro intricato come quello mediorientale, modificare l’assetto di un elemento significa, inesorabilmente, modificare l’intero organigramma delle relazioni strategiche nell’area. E’ di ieri la notizia che, da Mosca, è arrivato il “niet” rispetto alle tanto sbandierate prove dell’intelligente statunitense che puntano il dito contro il regime di Assad come responsabile dell’attacco al Sarin del 21 agosto: «nulla di concreto» ha tuonato il ministro degli esteri russo Lavrov. «Quanto sta avvenendo in Siria ha delle implicazioni geostrategiche di ampia portata», sottolinea Margelletti. «Se la Russia esce dall’orbita siriana perde l’ultimo referente in tutto Medio Oriente ed esce dal Mediterraneo. A quel punto, per Putin il Mar Nero si trasformerebbe in uno stagno e la Russia dovrebbe abbandonare il ruolo di superpotenza globale accontentandosi di quello di superpotenza regionale. Per i russi la Siria è fondamentale in quanto simbolo della presenza in una delle aree più importanti del mondo». Un problema che non può essere ignorato e che rappresenta uno scoglio insormontabile rispetto al tentativo di trovare una soluzione negoziata in seno al Consiglio di Sicurezza. E nell’intricato puzzle mediorientale Margelletti riesce a guardare la filigrana scorgendo lo zampino del “dragone” cinese rispetto al quale un eventuale cambio al vertice a Damasco rappresenterebbe «un rallentamento alla costante opera di penetrazione». A pesare sui sonni di Obama e del Congresso c’è poi il fatto che la complessità della crisi siriana si gioca anche sulla frattura tra l’Islam sciita e quello sunnita, «il punto dei punti» lo definisce Margelletti. «In Siria si combatte anche un’altra partita per il predominio tra la realtà sciita, che fa capo all’Iran, e quella sunnita dell’Arabia saudita. Entrambi lottano per affermarsi come potenza regionale, non è un caso che, se da un lato assistiamo al rinsaldarsi dell’Asse Damasco-Teheran-Hizbollah, dall’altro i sauditi sono attori determinanti nel supporto di alcune entità della ribellione siriana». Entità sulle quali si contano più luci che ombre e la cui prossimità, se non proprio collusione, con il network di Al Qaeda mescola ancora di più le carte nella definizione dei “buoni” e dei “cattivi”. Margelletti ricorda, infatti, che «il vero rischio per Europa e Stati Uniti si porrebbe solo nel caso in cui le armi chimiche finissero nelle mani dei ribelli e non certo di Assad». A rendere ancora più intricato il bandolo della matassa è la posizione di Israele che «ha cambiato totalmente atteggiamento nei confronti di Assad da quando nella partita siriana sono entrati gli Hizbollah. Da allora, per Israele, far cadere Assad significa spezzare un rapporto con l’Iran e indebolire un nemico strategico come il “Partito di Dio” di Hassan Nasrallah». Potrebbe essere proprio lo Stato Ebraico, infatti, a finire sotto una pioggia di missili nel caso in cui il regime siriano si sentisse troppo minacciato da un intervento esterno, magari dando ordine alle milizie libanesi sciite di trascinare Tel Aviv nel pantano.

QATAR E ARABIA SAUDITA, LOTTA PER L’EGEMONIA SUNNITA – A complicare il quadro interviene anche «lo svilupparsi di una rivalità sempre più aspra tra le famiglie regnanti di Arabia Saudita e Qatar», sottolinea Gianmarco Volpe che identifica nelle due monarchie del Golfo Persico gli attori chiave che supportano «fazioni distinte dell’opposizione e dei ribelli siriani». Volpe vede in questa rivalità una chiave di volta che sorregge le dinamiche che si sviluppano all’interno della frastagliata galassia della ribellione siriana. Ne è specchio «il continuo sorgere e scomparire di alcuni leader e fazioni che cercano di guadagnare spazio come recentemente avvenuto per il “governo ad interim” appoggiato dal Qatar e dominato dalla Fratellanza musulmana. Ciascuno di questi due stati sta cercando di aumentare la propria influenza per affermare la propria egemonia sulla realtà sunnita in Medio Oriente. Il Qatar, lo abbiamo visto in occasione della rivoluzione libica, ha assunto un ruolo di guida sia a livello mediatico, attraverso l’emittente satellitare Al Jazeera, sia militare, inviando ingenti quantitativi di armi ai ribelli, sia politico allacciando legami stretti con alcuni personaggi influenti del luogo».

LA POSIZIONE ITALIANA – Quale strada percorrere di fronte ad un labirinto così insidioso? Margelletti riparte proprio dalla posizione del governo italiano per provare a fare un po’ di chiarezza. «Mi sento di rimarcare la posizione italiana che è molto rigorosa: quella del ministro Bonino, ma soprattutto quella del ministro Mauro che mi sembra molto matura e ragionata. Nessuno ha mai detto che non si va a fianco agli alleati perché siamo contrari tout court ad un intervento. Il ministro Mauro ha giustamente sottolineato, invece, che coinvolgere le Forze Armate è una cosa seria e, dunque, occorrono una serie di punti partenza chiari perché questo avvenga. Innanzitutto delle prove certe, chiare e ineluttabili che possano portare ad un consenso nazionale perché, ricordiamolo, in Italia le Forze Armate sono uno strumento nazionale, non uno strumento del ministro della Difesa. Quando si muovono i militari italiani si muove il Paese. Sulla base delle esperienze delle operazioni che abbiamo fatto sappiamo che il consenso deriva, soprattutto, dalla legittimazione di organismi internazionali autorevoli come le Nazioni Unite e l’Unione Europea. E’ necessario, inoltre, operare per promuovere un dialogo politico che porti alla definizione di uno scenario percorribile e non utilizzare il mero strumento militare. L’Italia vuole partecipare a questo processo, ma quando ci siano le condizioni affinché questa partecipazione sia ponderata e condivisibile. Le bombe senza una strategia non servono a niente».

 Roberto Capocelli
Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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