giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Siria, l’Italia preme per una soluzione diplomatica.
Ok a risoluzione del PSI. Trattativa all’ONU sul controllo delle armi chimiche di Assad
Pubblicato il 11-09-2013


Locatelli-ONULa guerra civile in Siria sta portando allo scoperto le contraddizioni che attanagliano gli Stati Uniti e le democrazie europee chiamati a scegliere se intervenire o meno con le armi. Le abbiamo conosciute di recente quelle contraddizioni: in Iraq, in Kosovo, e in Libia. In questo caso, se possibile, le scelte a cui sono chiamati i governi, sono ancora più complicate e dolorose. L’Italia poi si trova particolarmente esposta per la sua posizione geografica, a quanto avviene nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Questa mattina, martedì, la Camera ha, tra l’altro, votato a larghissima maggioranza, col sostegno dello stesso governo, la risoluzione presentata dal PSI, prima firmataria Pia Locatelli, per promuovere il massimo degli sforzi sul piano diplomatico per risolvere la crisi siriana.

Nella risoluzione sono lucidamente sintetizzati i punti salienti di questa tragedia esplosa due anni fa, compresi i dubbi della comunità internazionale che hanno finora contribuito a frenare la reazione degli Stati Uniti.

Non c’è nessun dubbio sull’essenza autoritaria e dispotica del regime di Bashar Al Assad, continuatore di quello del padre Hafez. Nessuno nega i metodi brutali e sanguinari del regime per mantenere il controllo e neppure che questo usi tutti i mezzi militari a sua disposizione per aver ragione della ribellione anche se, sull’uso dei gas, le opinioni ancora divergono.

Non ci sono nemmeno dubbi sul fatto che la tragedia rivesta anche i contorni dello scontro tra sunniti e sciiti. Assad appartiene alla setta sciita degli alawiti, una minoranza del 10% a fronte di una popolazione siriana che è in maggioranza (74%) sunnita. Per questo Damasco può contare sul sostegno del regime iraniano (sciita) e delle milizie libanesi (sciite) di Hezbollah nella secolare lotta contro le dinastie sunnite dei regni petroliferi, a cominciare da quelle potentissime dell’Arabia Saudita e del Qatar.

Per inciso, vale la pena di ricordare che solo pochi giorni fa Riad si è offerta di pagare il conto della guerra purché Obama si decida una volta per tutte ad attaccare. Nello stesso tempo ha offerto contratti per un valore di 15 miliardi di dollari a Putin, a patto che tolga il veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Il conflitto interreligioso tra sciiti e sunniti maschera, da sempre, uno scontro di potere per il dominio della regione e, da decenni, l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, hanno scelto come alleati le monarchie del Golfo per una ragione tanto banale quanto strategica: la cointeressenza petrolifera sui pozzi.

Dunque intervenire a favore dei ribelli contro Assad vuol dire anche parteggiare per i sunniti contro gli sciiti, con tutte le conseguenze che questo può avere per i rapporti (e gli interessi anche dell’Italia) con l’Iran e il Libano. C’è poi un altro pericolo molto consistente che spaventa tutti: quello che la presenza del terrorismo di Al Qaeda tra i ribelli si giovi non solo degli aiuti che arrivano dalle monarchie del Golfo e dall’Occidente, ma anche dell’indebolimento di Assad. Si rischia insomma di fare il bis dell’Afghanistan, quando gli Stati Uniti per aiutare la resistenza all’invasione sovietica, addestrarono e rifornirono di soldi e armi anche Osama Bin Laden (anch’egli saudita), lo stesso che poi li avrebbe così drammaticamente colpiti l’11 settembre del 2001.

Ci sono ancora altre ragioni che riguardano gli equilibri regionali (il confine con Israele e le possibili rappresaglie) e quelli planetari (la Russia ha una base navale in Siria, a Tartus, l’unica finestra sul Mediterraneo) che spingono ad essere estremamente prudenti. Per questo Obama che aveva tracciato la linea rossa da non superare, quella dell’uso delle armi chimiche, ha prima coinvolto il Congresso nelle decisioni da prendere e poi ha accolto di buon grado le novità sul fronte diplomatico.

Gli Stati Uniti assieme a Regno Unito e Francia, hanno infatti dichiarato di essere disponibili a discutere la proposta di Mosca sul controllo internazionale dell’arsenale militare siriano al Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro degli esteri siriano ha già dichiarato che la Siria è pronta ad accettare la proposta russa.

infine c’è la questione delle prove, la famosa ‘pistola fumante’, il nodo cruciale che solo può dare il via libera all’azione punitiva.

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite sui diritti umani denuncia gli abusi contro la popolazione civile sia da parte dei ribelli sia da parte del regime di Bashar al Assad. Tra il 15 maggio e il 15 luglio l’esercito siriano ha commesso crimini di guerra. Massacri di civili e bombardamenti di aree protette come gli ospedali. Ma anche i ribelli, e tra loro i combattenti arrivati da fuori, non sono stati da meno. A loro carico massacri, rapimenti, esecuzioni sommarie e bombardamenti su aree abitate da popolazione civile.

Paulo Pinheiro, che ha diretto la commissione d’inchiesta dell’ONU, ha detto che “entrambe le fazioni in guerra non hanno rispettato il diritto internazionale e hanno agito senza il timore di essere sanzionati per il loro operato e sicuri della loro impunità”, ma sul la questione cruciale, quella dei gas, gli esperti hanno dichiarato che l’uso è stato attribuito “in maniera predominante all’esercito regolare”. C’è anche da dire che questi esperti non sono mai potuti entrare nel Paese e che il loro lavoro è frutto delle interviste raccolte mentre gli altri da poco rientrati dalla Siria, ancora devono esprimersi. Dunque restano solo le prove raccolte dagli americani.

Pesa, su tutto, un pensiero atroce, ovvero che se non si agisce per dimostrare concretamente che la comunità internazionale non è disposta a tollerare l’uso delle armi chimiche, il messaggio potrebbe risultare quello dell’acquiescenza, dell’appeasement. E il mondo è pieno di dittatori sanguinari. Anche per questo la strada indicata da Pia Locatelli ha suscitato il sostegno convinto della camera e del Governo. Una strada possibile, una speranza per evitare guai forse peggiori.

Carlo Correr

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