giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Telecomunicazioni: una strana storia di Paese
Pubblicato il 26-09-2013


TelecomunicazioniLa storia delle telecomunicazioni in Italia parte da lontano, senza tornare a quando un nostro geniale connazionale, agli inizi del ventunesimo secolo, trasmise un messaggio in America, nel nostro Paese, ancora agli inizi degli anni ’80, esisteva una fortissima realtá industriale nel settore delle tlc, aziende molto importanti sia italiane che  straniere. Tra questa la Fatme, la Telectra, Italtel, e tantissime altre aziende che facevano  del settore delle tlc uno dei settori industriali con maggiori addetti e con la piú grande capacitá di innovazione tecnologica.

Negli anni ottanta ricoprivo l’incarico di responsabile nazionale dell’Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici (Uilm) del settore e ho vissuto tutti i processi di  ristrutturazione delle aziende, e posso raccontare senza tema di smentita che, in assoluta continuità con il genio di Marconi e Meucci, fu in casa Italtel che nacque il primo telefono cellulare al mondo,  nè alla Motorola,  nè alla Nokia,  nè da altre parti, ma vide la luce nei centri di ricerca e sviluppo di Italtel, e si chiamava Uti. Certo, allora c’erano mille problemi, legati alle reti e alla tecnologia agli albori, ma la scelta del paese fu esemplare: siccome Italtel era gestita dalla grandissima Marisa Bellisario (che ho avuto l’onore di conoscere),  purtroppo per il paese, la Stet, finanziaria di Stato che gestiva la Sip, e che era la stessa finanziaria che gestiva anche Italtel, decise che quel progetto era troppo utopistico, che non si potevano destinarvi le risorse necessarie e cosí venne abbandonato, per poi essere ripreso da quelle aziende che diventarono famose per aver inventato, anni dopo, la telefonia cellulare.

Ma in quegli anni gli errori e le scelte sbagliate si sprecarono: oltre a Italtel, l’Italia possedeva un’altra importante azienda di telefonia che si chiamava Telettra, di proprietà della famiglia Agnelli e acquistata in anni precedenti. Al suo interno i vertici decisero di diversificare i loro investimenti, da molte parti si avanzò l’idea geniale – e strategicamente perfetta – di unificare  le due aziende,  una privata e una statale, in una nuova azienda denominata Telit, che avrebbe avuto un capitale sociale così composto: 48% Italtel e 48% Telettra. Come Uilm nazionale proponemmo di destinare a ogni dipendente delle aziende – primo esempio italiano di azionariato popolare – una quota pari al quattro per cento mancante. Ricordo questo con piacere perchè il glorioso Avanti! in versione cartacea pubblicò la proposta nel 1987.

La storia é nota: le cose andarono diversamente, la questione travalicò gli aspetti di politica industriale, assumendo quelli di una questione politica, legata alla governance aziendale. Il Psi, cui era molto vicina Bellisario, propose lei stessa come amministratore delegato, la Fiat propose Nardi, allora a.d di Telectra, e il progetto della telefonia italiana non nacque mai. Poco dopo Telectra venne quasi regalata ai francesi di Alcatel, e una ridimensionata Italtel, finì nell’orbita dei tedeschi di Siemens. Telecom é un’altra storia che Felice Borgoglio ha ben ricordato, ma é figlia di quegli errori strategici che ci portarono a non avere piú una nostra azienda produttrice di telefoni, e a portare un’azienda con decine di migliaia di dipendenti ad essere scalata da una azienda finta, quale era Tecnost che aveva un capitale sociale di venti milioni, non di euro, ma di lire. Autentici misteri del nostro Paese.

E ora il presidente del Consiglio, con tranquillità, ci viene a raccontare che noi non possiamo fare nulla perché Telecom é privata, lo Stato nulla puó, ma non possiamo essere cosí pazzi da perdere un asset strategico come le tlc,  premesso che in Francia e in Germania le aziende che gestiscono sia le reti, sia la produzione di apparecchi telefonici sono di proprietá dello Stato, é bene che venga ricordato al nostro governo, che si dichiara impotente, che lo Stato possiede la golden share su settori ritenuti strategici, che Telecom possiede ancora l’ultimo miglio (last mile), ossia l’accesso alla rete. Non possiamo dunque consentire a Telefonica di prendere un’azienda strategica,  che peraltro é il suo principale concorrente in Brasile.

Come direbbe Manzoni, “questo matrimonio non s’ha da fare” ma, allo stesso modo, collateralmente deve essere subito messa in campo anche come partito, attraverso i nostri parlamentari, una grande iniziativa sulla politica industriale, coinvolgendo i dipartimenti economia e lavoro dei partiti della sinistra, con lo scopo di organizzare una specie di stati generali dell’industria, nella quale coinvolgere, governo, imprenditoria e sindacati e che si ponga l’obiettivo di individuare quali siano i settori strategici del Paese, e di definire precisi piani di intervento per tutelarli e rilanciarli. Questo vale anche per il settore della difesa, dei trasporti, dell’energia di Ansaldo, che devono rimanere italiani e devono vedere l’intervento della Cassa depositi e prestiti (Cdp).

Marco Andreini

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