Virna Lisi segretario?

Massimo D’Alema non è nuovo al sarcasmo. E così ha esercitato questa sua eccellente facoltà contro uno dei suoi avversari preferiti, quel Matteo Renzi col quale aveva perfino finto un accordo. Gli ha scatenato addosso la battuta su Virna Lisi riprendendo la pubblicità del Carosello del 1958 che recitava: “Con quella bocca può dire ciò che vuole”. In verità D’Alema aveva proposto a Renzi, cioè a Virna Lisi, di fare il candidato alla presidenza del Consiglio, ma non alla segreteria del partito. Come dire. Virna Lisi segretario del Pd era fuori ruolo. A Palazzo Chigi potrebbe essere utile…

4 novembre 1956:
Carri armati in Ungheria

BUDAPEST-1950Il 4 novembre del 1956 i carri armati dell’Unione Sovietica varcarono e calpestarono il suolo ungherese per sbriciolare sotto i cingoli gli aneliti della rivoluzione democratica. Solo pochi mesi prima, nel febbraio del 1956, tutto il mondo era rimasto attonito e il comunismo stordito dalla denuncia del XX Congresso che aveva squarciato il velo sui crimini compiuti da Stalin. Così, con il Pcus all’angolo che faceva autocritica, impegnato a ripudiare il culto della personalità imposto dal defunto dittatore e a condannare i massacri commessi al tempo delle grandi purghe, l’Armata Rossa era già lanciata a tutta velocità su Budapest.

E non vi fu quasi neppure il tempo di rimuovere la mummia imbalsamata del ‘Baffone’ esposta nel mausoleo del Cremlino che terminarono le operazioni militari per ‘normalizzare’ la situazione nel Paese balcanico. Sulle strade e nelle piazze ungheresi si contarono alla fine oltre 2.600 morti da entrambe le parti: sia pro e sia contro l’insurrezione. I soldati caduti furono circa 700, mentre un numero imprecisato di cittadini, pare oltre 200mila, lasciò il Paese per cercare asilo in Occidente. La rivolta ungherese, che fu repressa definitivamente il 10 di novembre, era nata il 23 di ottobre come una manifestazione spontanea, quando alcune migliaia di studenti si erano riuniti per sostenere le ragioni della protesta degli operai di Poznan, in Polonia, già a loro volta vittime dei colpi assestati con mano di pietra dal governo di Varsavia.

Ma in un climax ascendente di condivisione ed esaltazione popolare una semplice protesta ebbe la forza di trasformarsi di colpo in un ciclone rivoluzionario che squassò le fondamenta del vecchio establishment stalinista. Il malcontento si concentrò in particolare sul capo del comunismo ungherese, Matyas Rakosi. Ma ben presto al centro dello scontro finì la mal sopportata presenza sovietica sul territorio nazionale. Fu così che in un lampo milioni di ungheresi si unirono nella sollevazione che iniziò ad allargarsi a macchia di leopardo su una vasta fascia di territorio, per conquistare una parte delle istituzioni, fino a prendere il controllo di strade e piazze, dove si verificarono esecuzioni sommarie di filo-sovietici e agenti della polizia politica dell’Avh. E proprio in mezzo a quei disordini il Partito ungherese dei lavoratori tentò un drastico cambio di rotta politico nominando primo ministro Imre Nagy che si identificò da subito con gli insorti concedendo ai manifestanti tutto quello che avevano richiesto. La nuova guida dei contestatori aveva, come tutti a quelle latitudini, un lungo trascorso di comunista alle spalle. Era già stato primo ministro dal 1953 al 1955, anno in cui venne costretto a dimettersi e fu espulso dal partito, reo di avere sfidato lo storico gruppo dirigente stalinista. Ma fu in quei giorni che Imre Nagy alzò ancora di più l’asticella del dissenso sino ad arrivare a schiaffeggiare simbolicamente l’Urss quando annunciò l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, accordo firmato il 14 maggio del 1955, nella capitale polacca, da tutti i Paesi del blocco sovietico (Jugoslavia esclusa) contrapposti alla Nato. La mossa fu considerata come uno strappo e uno smacco politico che il segretario del Pcus e primo ministro russo Nikita Chruscev, ideatore e motore dell’alleanza balcanica, non poteva in alcun modo accettare. Alla sfida lanciata da Budapest i russi risposero con lo stridente sferragliare dei cingolati dell’Armata Rossa pronti a schiacciare col pugno chiuso la sollevazione ungherese.

Tra l’altro, in quel tormentato primo decennio del dopoguerra, non fu la prima volta in cui l’Unione Sovietica dovette fare fronte a episodi di clamoroso dissenso pubblico espresso da un Paese satellite. Con  la morte di Josip Stalin, correva il 5 marzo del 1953, ancora prima dell’avvio del processo di destalinizzazione imposto dal XX Congresso, nel blocco sovietico si respirò un’aria di risveglio che sconfinò nel rinnovato fastidio per l’invadenza negli affari interni operata dalla madre Russia. E se il maresciallo jugoslavo Josip Tito, per primo, aveva saputo tenere testa a Stalin da vivo, ora, trapassato colui che era ritenuto dai comunisti il ‘padre di tutti i popoli’, il suo regime oppressore iniziò a mostrare crepe qua e là. Già nel giugno del 1953 i disordini erano scoppiati a Berlino Est. In seguito a quella protesta saltò il governo della Sed, non prima però che l’esercito sovietico ebbe schiacciato nel sangue i rivoltosi. Poi nel 1955 si gettarono le basi per un riavvicinamento tra Mosca e Belgrado, il conflitto con Tito era uno dei più grandi passivi lasciati da Stalin. Per favorire la distensione, le colpe per la precedente rottura, oltre che sul dittatore georgiano, furono ripartite tra il potente ex ministro degli Interni e capo della polizia politica Lavrentij Berija, già liquidato fisicamente nel dicembre del 1953, e sul ministro degli Esteri sovietico Vjaceslav Michajlovic, conosciuto con il soprannome di Molotov. Il nuovo corso della politica dell’Urss, che sembrò aprirsi a una severa autocritica, ebbe profonde ripercussioni all’interno di ogni partito fratello. Un congresso straordinario venne chiesto in Cecoslovacchia, mentre in Bulgaria, Cervenkov, successore di Dimitrov, fu messo in disparte. Ma l’ondata del dissenso assunse i connotati della vera e propria rivolta popolare soprattutto in Polonia e Ungheria, dove il risentimento nazionale contro i sovietici era più radicato e profondo.
In Polonia scoppiarono agitazioni tra gli operai di Poznan. Le proteste vennero soffocate con la forza dall’esercito comandato dal maresciallo russo e ministro della guerra polacco Konstantin Rokossovskij. Il bilancio fu di almeno cento morti tra i manifestanti. La rivolta si concluse quando venne rimesso in sella il vecchio comunista Wladyslaw Gomulka, finito in galera al tempo di Stalin e per questo apprezzato dagli insorti, che però, ripreso il potere, seppe subito fiutare il pericolo e per questo riaffermò l’assoluta fedeltà all’alleanza con l’Urss.

In Ungheria, invece, la situazione si mostrò subito più complessa. Il Paese era pervaso da una elettrizzante smania rivoluzionaria. Gli osservatori americani, cosa che ovviamente deprimeva Mosca, prevedevano già una graduale ma rapida “liberazione dell’Europa dell’Est” come conseguenza di una sorta di effetto domino. E il tutto, poi, accadeva mentre le sfere di influenza contrapposte, Est e Ovest, erano già ai ferri corti per la contemporanea guerra di Suez, dove britannici e francesi erano in lotta con l’Egitto a sua volta fiancheggiato dall’Urss. Infine, e non va dimenticato, gli stessi comunisti cinesi, in testa Mao Tse Tung, che per ovvie ragioni non avevano gradito il processo di destalinizzazione e in particolare la denuncia del culto della personalità, spinsero affinché Mosca non indebolisse il fianco balcanico abbandonando Budapest al suo destino. Fu così che la rivolta venne soffocata dai carri sovietici. E dopo il 10 di novembre la direzione del governo ungherese fu assunta da Janos Kadar, un comunista già perseguitato dallo stalinista Rakosi, che, dapprima alleato con Imre Nagy, si era poi dissociato da lui per chiedere infine l’aiuto dell’Urss.

L’importanza storica e politica della rivoluzione ungherese del 1956 è un tema che resta aperto e ancora ampiamente dibattuto dalla storiografia. Le principali versioni sulla sua natura sono due.
1) Fu democratica e anelava in sintesi all’indipendenza dal Patto di Varsavia per creare un nuovo governo socialdemocratico (ipotesi socialista e libertaria).
2) Fu una rivoluzione di destra, di stampo nazionalista che voleva tornare a una sorta di fascismo degli anni trenta e quaranta (tesi sostenuta dai comunisti).
L’eco dei fatti di Ungheria attraversò il mondo e si ripercosse in lungo e in largo sulla politica internazionale. La repressione violenta portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali. Ma soprattutto furono i partiti socialisti e riformisti che si ribellarono all’uso della forza e dell’esercito. In Italia, per esempio, il leader del Psi Pietro Nenni restituì il Premio Stalin conseguito cinque anni prima e diede la somma ricevuta alla Croce Rossa in favore delle vittime della rivoluzione ungherese. All’interno del partito, poi, fondò la corrente autonomista che si contrapponeva a quella dei ‘carristi’ i quali rimanevano ancorati a sinistra. Molti anni dopo, nell’agosto del 2006, in una analisi dei fatti retrospettiva il presidente della Reppublica Giorgio Napolitano, a quei tempi comunista e allineato sulle posizioni di Mosca, scrisse: “La mia riflessione autocritica sulle posizioni prese dal Pci, e da me condivise, nel 1956, e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti di aver avuto ragione, valgono anche come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del Psi, in quel cruciale momento”.

Opposta fu negli anni cinquanta la posizione del Partito comunista italiano. Il quotidiano L’Unità definì gli insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori”, nonché “fascisti” e “nostalgici del regime di Horty”. Palmiro Togliatti sostenne a proposito della rivolta e dell’intervento russo: “E’ mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza questa volta, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il fascismo nell’uovo”.
L’insurrezione ungherese fu domata il 10 di novembre del 1956. I protagonisti di questa pagina di storia, tra i quali citiamo Imre Nagy, Pal Maleter e il collaboratore dell’ex primo ministro, il giornalista Miklos Gimes, e altri ancora, cercarono prima rifugio all’ambasciata jugoslava di Budapest, mentre in un secondo tempo vennero trasferiti a Bucarest, in Romania, e poi privati della libertà.
Infine, il 24 aprile 1958, furono processati, condannati a morte e impiccati con l’accusa di avere “complottato contro la Repubblica Popolare”.
Stando a una tesi fornita da storici e giornalisti dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa del sistema totalitario sovietico, versione dei fatti però sempre smentita dalle voci ufficiali del Pci, nel 1958 i capi di tutti i partiti comunisti erano stati invitati a pronunciarsi sul verdetto. Allora, soltanto il polacco Gomulka si astenne. Mentre tutti gli altri, compresi il francese Maurice Thorez e Palmiro Togliatti, avrebbero votato sì.

Tuttavia la storia contemporanea non ha dimenticato o cancellato Imre Nagy. Molti anni dopo, nel maggio del 1988, quando ormai il vetusto sistema comunista sorretto da un trentennio dal vecchio Janos Kadar si sgretolava, cominciò il processo di riabilitazione.
A Budapest, il 16 giugno 1989, con un funerale di Stato in piazza degli Eroi, le spoglie di Imre Nagy, Maléter, Gimes, Losonczy e Szilagyi furono ricomposte e risepolte accanto a una cassa vuota che indica il milite ignoto, soldato senza nome che incarna idealmente tutti coloro che sacrificarono la propria vita a difesa di quella che oggi è riconosciuta come la ‘Repubblica Ungherese’.

La Bossi-Fini non si tocca,
ordine di Grillo!

immigrati-clandestiniDopo la botta di autonomia dimostrata a Palazzo Madama, dove avevano osato pensare con le proprie teste, votando a favore dell’abolizione del reato di immigrazione clandestina i parlamentari 5 Stelle hanno imparato la lezione e si sono immediatamente riallineati ai diktat del loro leader. Grillo, infatti nel redarguire i senatori rei di troppa autonomia, era stato chiarissimo: l’immigrazione non rientra nei nostri programmi e fa perdere voti. La premiata ditta Casaleggio&co, dimostrando un cinismo degno della politica più spregiudicata, non si può certo far scuotere da tragedie come quella di Lampedusa, meglio continuare a seguire gli umori della rete che, si sa, quando si parla di immigrati dà il peggio di sé. Continua a leggere

Quando il voto segreto era di sinistra

C’era una volta un Parlamento in cui il voto segreto era la regola. Si votava segretamente praticamente su tutto, sol che lo chiedesse un numero limitato di parlamentari, quando non era d’obbligo. Questo naturalmente avveniva anche sulle singole leggi. Poi Craxi, ben sapendo che il voto segreto serviva per impallinare i governi, ed era in particolare utilizzato dalle correnti della Democrazia cristiana a questo fine, decise di imbastire una grande campagna contro il voto segreto.

Alla fine, eravamo nel 1988, la spuntò. Allora la sinistra di opposizione, e in particolare il Pci, sollevarono una chiassosa protesta in base al fatto che l’abolizione del voto segreto era un vero e proprio attentato alla democrazia, perché costringeva i parlamentari a sottomettersi ai dictat di partito violando così il principio della loro indipendenza. Nessuno allora propose di abolire il voto segreto sulle persone.

La sinistra di allora avrebbe fatto a polpette chiunque l’avesse solo ipotizzato. Come cambia il mondo, però. Oggi il voto segreto, che era sinistra, è diventato di destra. E coloro che lo difendevano come un totem intoccabile sulle leggi lo applicano anche alle persone. Si dice che è tutta colpa di Berlusconi, che ha fatto diventare la sinistra Italiana amica dei tribunali e del voto palese. Le ha cambiato fisionomia. Ma quando una forza politica rinnega i suoi principi alla luce dell’avversario, gli attribuisce un’importanza precipua e finisce solo per valorizzarlo.

Napolitano
e il presidenzialismo

L’ultima iniziativa di Giorgio Napolitano, di convocare i capigruppo di Camera e Senato per agevolare il percorso di approvazione di una nuova legge elettorale, prima della pronuncia della Consulta prevista per il 3 dicembre sulla costituzionalità del “Porcellum”, rappresenta solo l’ultima tappa di un processo di “presidenzializzazione della figura del Capo dello Stato”, nel quadro del nostro sistema istituzionale di tipo parlamentare.

D’altronde, da almeno un ventennio, dall’inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica”, si è sancito un ruolo diverso del Capo dello Stato, in considerazione dell’esigenza di ampliare il ruolo di garanzia e di intermediazione politica, in tempi di maggioritario.

Nel nostro ordinamento costituzionale i poteri della presidenza della Repubblica sfuggono a una precisa definizione. Nella realtà si dilatano quando il discredito che colpisce i partiti e la fragilità del sistema politico, come ai giorni nostri, aumenta. Analisi che, un tempo confinate negli studi di costituzionalisti e politologi, sono ormai patrimonio dell’opinione pubblica del Paese. Da anni, ben prima che il presidente Napolitano giungesse al Quirinale, è infatti divenuta evidente la funzione di “supplenza attiva” esercitata dal presidente della Repubblica, con Scalfaro e Ciampi.

Ma anche nella Prima Repubblica i presidenti hanno sovente assunto un forte ruolo di protagonismo politico. Einaudi, con la sua funzione di garante di politiche di stabilizzazione economica e di deflazione nel quadro della ricostruzione; Gronchi che durante il centrismo sostenne l’apertura ai socialisti e, di converso, Segni, dopo di lui, impegnato (secondo molti sino ad ipotesi autoritarie) per svolte conservatrici; Saragat che dal Quirinale patrocinò il centrosinistra e l’unificazione socialista; Pertini, succeduto a Leone, forse l’unico presidente davvero “notaio” assieme ad Enrico De Nicola, che negli anni bui del terrorismo e della sfiducia dei cittadini per le istituzioni, costituì il punto di riferimento di uno straordinario consenso popolare. Per tacere di Cossiga, le cui “picconate” all’agonizzante sistema politico nato dal Cnl, gli valsero una richiesta di impecheament da parte del partito comunista.

Per anni molti politici, commentatori e studiosi, in gran parte di sinistra, hanno indicato in ogni ipotesi di Repubblica presidenziale o semipresidenziale l’anticamera del gollismo o, addirittura, di un regime autoritario. Del resto, gran parte della cultura politica dell’Italia repubblicana, dalla Costituente in poi, è stata del resto ispirata a una vera e propria paura di ogni leadership forte. Certo, inizialmente per il ricordo della dittatura mussoliniana e, poi, in polemica contro esponenti politici ritenuti “eretici” dalla cultura consociativa cattocomunista, da Randolfo Pacciardi a Bettino Craxi; ma, nei fatti, per il timore della riduzione del potere degli apparati, la cui influenza viene a essere necessariamente ridotta dalla centralità assunta da un presidente della Repubblica che sia anche a capo dell’esecutivo. E l’opposizione maggiore ad ipotesi presidenzialiste, viene dagli eredi del vecchio partito comunista, che, probabilmente, vivranno con imbarazzo la tendenza presidenzialista di Napolitano, che, in realtà, appare più come una sorta di garante tra l’Unione europea della Merkel, la Banca centrale guidata da Mario Draghi e l’Italia (ma anche con significativi rapporti Oltreoceano), con una funzione di “Lord protettore” nei confronti del premier Enrico Letta e del governo delle “larghe intese”.

Maurizio Ballistreri

Giustizia: Buemi (Psi), troppe violazioni, occorre una commissione d’inchiesta

Il senatore Enrico Buemi (Psi) ha presentato in Parlamento un Disegno di Legge per l’Istituzione di una Commissione d’inchiesta sullo stato dell’amministrazione della giustizia in Italia.

“L’Italia vive da molti anni una grave crisi del sistema giudiziario ed in particolare del concetto stesso di Stato di diritto e di giusto processo – scrive nella relazione introduttiva il senatore socialista, Buemi -. Con il presente disegno di legge si propone di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sullo stato della giustizia, al fine di individuare proposte normative e misure di vario tipo – dalle leggi costituzionali a disposizioni di ordine organizzativo – atte a rendere la nostra giustizia degna di un paese civile.”

“L’Italia è stata più volte oggetto di censure e di sanzioni da parte di organizzazioni internazionali, a causa del cattivo funzionamento della nostra giustizia. Secondo la Federazione internazionale dei diritti dell’uomo, del resto, l’Italia è, tra le grandi democrazie industriali, il paese dove si registrano con maggiore frequenza e maggiore gravità le violazioni dei diritti del cittadino e della difesa, a causa soprattutto di una prevalenza degli aspetti burocratici e formali nell’amministrazione della giustizia.”

“La Commissione parlamentare d’inchiesta – conclude Buemi – non potrà entrare in alcun modo nel merito di responsabilità specifiche concernenti l’esercizio della funzione giudiziaria. Non si tratta, infatti, di fare il processo ai magistrati, ma di comprendere le ragioni del cattivo funzionamento della giustizia e di individuare le opportune misure di cui il legislatore può farsi carico al riguardo.”

Voto palese, qualcuno si ricorda la furia della sinistra contro Craxi?

Dal sito Dagospia

1. FURIA
Jena per “La Stampa

Qualcuno si ricorda la furia della sinistra contro Craxi che sosteneva il voto palese?

2. LA BINDI E I TANTI DUBBI NEL PD: “FORSE ERA MEGLIO NON FORZARE”
Carlo Bertini per “La Stampa

Tira un sospiro prima di rispondere, Rosy Bindi, la più anti-berlusconiana tra i dirigenti Pd. La neo presidente dell’Antimafia non riesce a nascondere le sue perplessità e forse spinta dal suo nuovo ruolo istituzionale dice «questa volta non avrei forzato il regolamento». Premette di essere «sempre a favore del voto palese, perché la coscienza dei parlamentari è una coscienza pubblica e non riservata. Ma questo è già di per sè un voto difficile e non lo avrei complicato ulteriormente».

ROSI BINDIUn giudizio accompagnato dalla considerazione finale che «comunque a questo punto va bene così, si andrà con una votazione palese e tutto sarà alla luce del sole». Però. C’è un però che tra i parlamentari anche di alto rango del Pd costituisce una perplessità diffusa su una scelta, quella di chiedere il voto palese, che sembra quasi aver preso giorni fa Epifani in perfetta solitudine. Non è così ovvio, ma a sentir le considerazioni che si fanno l’impressione è proprio questa.

«Io non ne avrei fatto una bandiera, palese o segreto che sia voglio che si pronuncino al più presto, questo per me è l’importante», dice Pierluigi Bersani. Il quale non ha la sensazione che questa vicenda possa davvero produrre conseguenze determinanti sulla vita dell’esecutivo, «perché quella fiducia del due ottobre ha segnato uno spartiacque…», dice l’ex leader.

Rosi Bindi risponde alle contestazioni

Lo stesso Cuperlo dieci giorni fa aveva manifestato pubblicamente le sue perplessità, pur auspicando il voto palese per tenersi in equilibrio, aveva aggiunto che però «c’è un regolamento, non vorrei che precipitassimo nelle regole contra personam. Non sarebbe conveniente». E così la pensano altri «giovani turchi» come Fausto Raciti e perfino dei lettiani convinti come Francesco Boccia. Ecco ora il punto è quanto questa nuova situazione che si è creata possa far precipitare le cose.

Silvio berlu

In un corridoio della Camera, uno dei lettiani doc, Marco Meloni, soppesa le reazioni degli avversari-alleati alla decisione della Giunta, valutandole come non esasperate e dentro i confini di un prevedibile gioco delle parti. «Del resto sarebbe stato peggio per noi del Pd un voto segreto dagli esiti imprevedibili, così non dovrebbe succedere nulla». Passa di lì Beppe Fioroni infuriato per questo «regalo a Berlusconi» e dunque contro Renzi. «E se questo è cambiare verso…si va tutti a sbattere».

silvio berlu occhiali

E a Meloni, «forse ti sei distratto perché stasera può venir giù tutto. D’altronde se da una parte gli si ficcano due dita negli occhi a Berlusconi e non si dà ad Alfano un po’ di ossigeno per fargli giustificare lo strappo, quelli non reggono». Il riferimento implicito è a Letta, dipinto dai suoi uomini come «tranquillo» e invece secondo molti del Pd ora a rischio.

Uno dei tanti che, come Fioroni, la vede brutta è anche il numero uno dei segretari regionali, il giovane cuperliano Enzo Amendola che teme sia questa la finestra che il Cavaliere potrebbe usare per lo strappo, in quanto tentare la prova di forza dopo la decadenza sarebbe del tutto inutile.

bettino craxi

Ma c’è anche chi è sulla linea renziana di un voto palese, come il franceschiniano Antonello Giacomelli, convinto che «quando c’è una richiesta dei magistrati, la Giunta istruisce la pratica ed ognuno deve decidere secondo coscienza e in quel caso è giusto il voto segreto, ma con la Severino che fissa i requisiti di legge per la decadenza non c’è bisogno di un giudizio soggettivo».

Elezioni, in Cechia “l’è tutto da rifare”

Renzi, se fosse cittadino della Repubblica Ceca alla sera delle elezioni avrebbe dichiarato alla Bartali “Tutto sbagliato Tutto da rifare! Qui non si capisce subito chi ha vinto le elezioni: ci vuole il Sindaco d’Italia!” ovvero parafrasando il famoso epigramma di Brecht dopo la rivolta operaia  di Berlino 1953, che il governo avrebbe dovuto sciogliere il popolo e scegliersene un altro.  La sconfitta del Governo, già segnata politicamente dallo scioglimento anticipato della legislatura per decisione della stessa Camera con 140 voti a favore  e 7 contrari su 200 membri, è stata confermata massicciamente dalle urne. I due principali partiti , ODS e TOP 09, della coalizione uscente, che aveva perso pezzi nell’aprile 2012 (Úsvit) sono passati  da 90 seggi  e il 36,9% del 2010 agli attuali 42 seggi con il 19,71% complessivo. Continua a leggere

“MiraMe”, approda a Roma l’arte di Silvia Dayan

Silvia Dayan-MiraMe-MarguttaDopo aver esposto in varie città del mondo torna a Roma l’arte di Silvia Dayan, argentina, di origine ebraica, cittadina del mondo e naturalizzata italiana. “MiraMe” è il titolo della mostra che da questa sera fino al 7 dicembre sarà allestita presso i suggestivi spazi del RistorArt “Il Margutta”, regno indiscusso di Tina Vannini. Ventisette le opere di Dayan, selezionate dalla curatrice Francesca Barbi Marinetti, autrice del testo critico. L’evento artistico rappresenta anche un’occasione che lega l’arte contemporanea alle inclinazioni di volontariato, grazie alla presenza della “Mo.d.a.v.i.” onlus. Al vernissage di questa, tra gli altri, parteciperanno il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, legato all’artista da un rapporto di reciproca stima e affetto, e la giornalista Rossana Cancellieri che da anni segue e promuove l’arte di Dayan. Continua a leggere

Fuggono dall’Africa a Melilla: un morto e 4 feriti

MELILLA-MaroccoUn morto e quattro feriti stamattina tra i 200 emigranti che tentavano di entrare nell’enclave spagnola di Melilla, in Marocco.La vittima è caduta in territorio marocchino da un’altezza di sei metri mentre cercava di scavalcare la rete posta al confine; nella stessa mattinata un centinaio di immigrati è riuscito a entrare nell’enclave che, essendo territorio spagnolo, equivale ad entrare in Europa. Sono ancora in corso accertamenti sulla loro nazionalità per procedere – in base a quanto riferito dalle autorità – alla loro espulsione, immigrati che nel frattempo resteranno nel “centro di accoglienza” per i profughi a Melilla. Continua a leggere