sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

4 novembre 1956:
Carri armati in Ungheria
Pubblicato il 31-10-2013


BUDAPEST-1950Il 4 novembre del 1956 i carri armati dell’Unione Sovietica varcarono e calpestarono il suolo ungherese per sbriciolare sotto i cingoli gli aneliti della rivoluzione democratica. Solo pochi mesi prima, nel febbraio del 1956, tutto il mondo era rimasto attonito e il comunismo stordito dalla denuncia del XX Congresso che aveva squarciato il velo sui crimini compiuti da Stalin. Così, con il Pcus all’angolo che faceva autocritica, impegnato a ripudiare il culto della personalità imposto dal defunto dittatore e a condannare i massacri commessi al tempo delle grandi purghe, l’Armata Rossa era già lanciata a tutta velocità su Budapest.

E non vi fu quasi neppure il tempo di rimuovere la mummia imbalsamata del ‘Baffone’ esposta nel mausoleo del Cremlino che terminarono le operazioni militari per ‘normalizzare’ la situazione nel Paese balcanico. Sulle strade e nelle piazze ungheresi si contarono alla fine oltre 2.600 morti da entrambe le parti: sia pro e sia contro l’insurrezione. I soldati caduti furono circa 700, mentre un numero imprecisato di cittadini, pare oltre 200mila, lasciò il Paese per cercare asilo in Occidente. La rivolta ungherese, che fu repressa definitivamente il 10 di novembre, era nata il 23 di ottobre come una manifestazione spontanea, quando alcune migliaia di studenti si erano riuniti per sostenere le ragioni della protesta degli operai di Poznan, in Polonia, già a loro volta vittime dei colpi assestati con mano di pietra dal governo di Varsavia.

Ma in un climax ascendente di condivisione ed esaltazione popolare una semplice protesta ebbe la forza di trasformarsi di colpo in un ciclone rivoluzionario che squassò le fondamenta del vecchio establishment stalinista. Il malcontento si concentrò in particolare sul capo del comunismo ungherese, Matyas Rakosi. Ma ben presto al centro dello scontro finì la mal sopportata presenza sovietica sul territorio nazionale. Fu così che in un lampo milioni di ungheresi si unirono nella sollevazione che iniziò ad allargarsi a macchia di leopardo su una vasta fascia di territorio, per conquistare una parte delle istituzioni, fino a prendere il controllo di strade e piazze, dove si verificarono esecuzioni sommarie di filo-sovietici e agenti della polizia politica dell’Avh. E proprio in mezzo a quei disordini il Partito ungherese dei lavoratori tentò un drastico cambio di rotta politico nominando primo ministro Imre Nagy che si identificò da subito con gli insorti concedendo ai manifestanti tutto quello che avevano richiesto. La nuova guida dei contestatori aveva, come tutti a quelle latitudini, un lungo trascorso di comunista alle spalle. Era già stato primo ministro dal 1953 al 1955, anno in cui venne costretto a dimettersi e fu espulso dal partito, reo di avere sfidato lo storico gruppo dirigente stalinista. Ma fu in quei giorni che Imre Nagy alzò ancora di più l’asticella del dissenso sino ad arrivare a schiaffeggiare simbolicamente l’Urss quando annunciò l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, accordo firmato il 14 maggio del 1955, nella capitale polacca, da tutti i Paesi del blocco sovietico (Jugoslavia esclusa) contrapposti alla Nato. La mossa fu considerata come uno strappo e uno smacco politico che il segretario del Pcus e primo ministro russo Nikita Chruscev, ideatore e motore dell’alleanza balcanica, non poteva in alcun modo accettare. Alla sfida lanciata da Budapest i russi risposero con lo stridente sferragliare dei cingolati dell’Armata Rossa pronti a schiacciare col pugno chiuso la sollevazione ungherese.

Tra l’altro, in quel tormentato primo decennio del dopoguerra, non fu la prima volta in cui l’Unione Sovietica dovette fare fronte a episodi di clamoroso dissenso pubblico espresso da un Paese satellite. Con  la morte di Josip Stalin, correva il 5 marzo del 1953, ancora prima dell’avvio del processo di destalinizzazione imposto dal XX Congresso, nel blocco sovietico si respirò un’aria di risveglio che sconfinò nel rinnovato fastidio per l’invadenza negli affari interni operata dalla madre Russia. E se il maresciallo jugoslavo Josip Tito, per primo, aveva saputo tenere testa a Stalin da vivo, ora, trapassato colui che era ritenuto dai comunisti il ‘padre di tutti i popoli’, il suo regime oppressore iniziò a mostrare crepe qua e là. Già nel giugno del 1953 i disordini erano scoppiati a Berlino Est. In seguito a quella protesta saltò il governo della Sed, non prima però che l’esercito sovietico ebbe schiacciato nel sangue i rivoltosi. Poi nel 1955 si gettarono le basi per un riavvicinamento tra Mosca e Belgrado, il conflitto con Tito era uno dei più grandi passivi lasciati da Stalin. Per favorire la distensione, le colpe per la precedente rottura, oltre che sul dittatore georgiano, furono ripartite tra il potente ex ministro degli Interni e capo della polizia politica Lavrentij Berija, già liquidato fisicamente nel dicembre del 1953, e sul ministro degli Esteri sovietico Vjaceslav Michajlovic, conosciuto con il soprannome di Molotov. Il nuovo corso della politica dell’Urss, che sembrò aprirsi a una severa autocritica, ebbe profonde ripercussioni all’interno di ogni partito fratello. Un congresso straordinario venne chiesto in Cecoslovacchia, mentre in Bulgaria, Cervenkov, successore di Dimitrov, fu messo in disparte. Ma l’ondata del dissenso assunse i connotati della vera e propria rivolta popolare soprattutto in Polonia e Ungheria, dove il risentimento nazionale contro i sovietici era più radicato e profondo.
In Polonia scoppiarono agitazioni tra gli operai di Poznan. Le proteste vennero soffocate con la forza dall’esercito comandato dal maresciallo russo e ministro della guerra polacco Konstantin Rokossovskij. Il bilancio fu di almeno cento morti tra i manifestanti. La rivolta si concluse quando venne rimesso in sella il vecchio comunista Wladyslaw Gomulka, finito in galera al tempo di Stalin e per questo apprezzato dagli insorti, che però, ripreso il potere, seppe subito fiutare il pericolo e per questo riaffermò l’assoluta fedeltà all’alleanza con l’Urss.

In Ungheria, invece, la situazione si mostrò subito più complessa. Il Paese era pervaso da una elettrizzante smania rivoluzionaria. Gli osservatori americani, cosa che ovviamente deprimeva Mosca, prevedevano già una graduale ma rapida “liberazione dell’Europa dell’Est” come conseguenza di una sorta di effetto domino. E il tutto, poi, accadeva mentre le sfere di influenza contrapposte, Est e Ovest, erano già ai ferri corti per la contemporanea guerra di Suez, dove britannici e francesi erano in lotta con l’Egitto a sua volta fiancheggiato dall’Urss. Infine, e non va dimenticato, gli stessi comunisti cinesi, in testa Mao Tse Tung, che per ovvie ragioni non avevano gradito il processo di destalinizzazione e in particolare la denuncia del culto della personalità, spinsero affinché Mosca non indebolisse il fianco balcanico abbandonando Budapest al suo destino. Fu così che la rivolta venne soffocata dai carri sovietici. E dopo il 10 di novembre la direzione del governo ungherese fu assunta da Janos Kadar, un comunista già perseguitato dallo stalinista Rakosi, che, dapprima alleato con Imre Nagy, si era poi dissociato da lui per chiedere infine l’aiuto dell’Urss.

L’importanza storica e politica della rivoluzione ungherese del 1956 è un tema che resta aperto e ancora ampiamente dibattuto dalla storiografia. Le principali versioni sulla sua natura sono due.
1) Fu democratica e anelava in sintesi all’indipendenza dal Patto di Varsavia per creare un nuovo governo socialdemocratico (ipotesi socialista e libertaria).
2) Fu una rivoluzione di destra, di stampo nazionalista che voleva tornare a una sorta di fascismo degli anni trenta e quaranta (tesi sostenuta dai comunisti).
L’eco dei fatti di Ungheria attraversò il mondo e si ripercosse in lungo e in largo sulla politica internazionale. La repressione violenta portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali. Ma soprattutto furono i partiti socialisti e riformisti che si ribellarono all’uso della forza e dell’esercito. In Italia, per esempio, il leader del Psi Pietro Nenni restituì il Premio Stalin conseguito cinque anni prima e diede la somma ricevuta alla Croce Rossa in favore delle vittime della rivoluzione ungherese. All’interno del partito, poi, fondò la corrente autonomista che si contrapponeva a quella dei ‘carristi’ i quali rimanevano ancorati a sinistra. Molti anni dopo, nell’agosto del 2006, in una analisi dei fatti retrospettiva il presidente della Reppublica Giorgio Napolitano, a quei tempi comunista e allineato sulle posizioni di Mosca, scrisse: “La mia riflessione autocritica sulle posizioni prese dal Pci, e da me condivise, nel 1956, e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti di aver avuto ragione, valgono anche come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del Psi, in quel cruciale momento”.

Opposta fu negli anni cinquanta la posizione del Partito comunista italiano. Il quotidiano L’Unità definì gli insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori”, nonché “fascisti” e “nostalgici del regime di Horty”. Palmiro Togliatti sostenne a proposito della rivolta e dell’intervento russo: “E’ mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza questa volta, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il fascismo nell’uovo”.
L’insurrezione ungherese fu domata il 10 di novembre del 1956. I protagonisti di questa pagina di storia, tra i quali citiamo Imre Nagy, Pal Maleter e il collaboratore dell’ex primo ministro, il giornalista Miklos Gimes, e altri ancora, cercarono prima rifugio all’ambasciata jugoslava di Budapest, mentre in un secondo tempo vennero trasferiti a Bucarest, in Romania, e poi privati della libertà.
Infine, il 24 aprile 1958, furono processati, condannati a morte e impiccati con l’accusa di avere “complottato contro la Repubblica Popolare”.
Stando a una tesi fornita da storici e giornalisti dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa del sistema totalitario sovietico, versione dei fatti però sempre smentita dalle voci ufficiali del Pci, nel 1958 i capi di tutti i partiti comunisti erano stati invitati a pronunciarsi sul verdetto. Allora, soltanto il polacco Gomulka si astenne. Mentre tutti gli altri, compresi il francese Maurice Thorez e Palmiro Togliatti, avrebbero votato sì.

Tuttavia la storia contemporanea non ha dimenticato o cancellato Imre Nagy. Molti anni dopo, nel maggio del 1988, quando ormai il vetusto sistema comunista sorretto da un trentennio dal vecchio Janos Kadar si sgretolava, cominciò il processo di riabilitazione.
A Budapest, il 16 giugno 1989, con un funerale di Stato in piazza degli Eroi, le spoglie di Imre Nagy, Maléter, Gimes, Losonczy e Szilagyi furono ricomposte e risepolte accanto a una cassa vuota che indica il milite ignoto, soldato senza nome che incarna idealmente tutti coloro che sacrificarono la propria vita a difesa di quella che oggi è riconosciuta come la ‘Repubblica Ungherese’.

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Commenti all'articolo
  1. Bello Grazie.
    Sopratutto grazie per avermi ricordato il momento in cui cominciai a maturare la mia coscienza politica. Vengo da una famiglia numerosa , in quell’anno io avevo 9 anni, ultimo di 8 figli di un giovane del 99. Le storie di guerra non le studiavo solo a scuola, mio padre i miei zii tutti avevamo combattuto nella grande guerra , alcuni zii , mio fratello maggiore e anche mio padre per un breve periodo, fecero anche la seconda., a casa solo la radio e la guerra come il fascismo erano temi frequenti alla sera attorno al grande tavolo.
    Andavamo a vedere “Lascia o Raddopia ” da un vicino ma io restavo incantato dal telegiornale , non era più la storia raccontata ma, stava in quel momento avvenendo, i Magiari con fucili combattevano contro i Russi , contro i carri armati. Io non potevo non chiedermi cosa spingesse quella gente a combattere contro un avversario tanto più forte e cosa vi era di giusto o non giusto visto che comunisti erano i Russi. come lo erano mio padre e mia madre. Imparai dopo che anche i rivoltosi erano dei rossi che si opponevano ad una dittatura , cosi , ancora adolescente divenni Saragattiano Social Democratico. Felice e speranzoso al mio primo voto alle politiche del 1968 di contribuire alla mascita di un Partito Socialista unificato, nel novero ed in alleanza con gli altri partiti dell’Internazionale, ora a 66/anni a dispetto di tutto e dei troppi nuovi politicanti già vecchi ancora nella culla ,l’idea non è spenta in me ne si spegnerà mai. anche per il ricordo indelebile della Budapest del 1956 e della Praga del 1968. COMPAGNO Maurizio Molinari

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