sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Napolitano
e il presidenzialismo
Pubblicato il 31-10-2013


L’ultima iniziativa di Giorgio Napolitano, di convocare i capigruppo di Camera e Senato per agevolare il percorso di approvazione di una nuova legge elettorale, prima della pronuncia della Consulta prevista per il 3 dicembre sulla costituzionalità del “Porcellum”, rappresenta solo l’ultima tappa di un processo di “presidenzializzazione della figura del Capo dello Stato”, nel quadro del nostro sistema istituzionale di tipo parlamentare.

D’altronde, da almeno un ventennio, dall’inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica”, si è sancito un ruolo diverso del Capo dello Stato, in considerazione dell’esigenza di ampliare il ruolo di garanzia e di intermediazione politica, in tempi di maggioritario.

Nel nostro ordinamento costituzionale i poteri della presidenza della Repubblica sfuggono a una precisa definizione. Nella realtà si dilatano quando il discredito che colpisce i partiti e la fragilità del sistema politico, come ai giorni nostri, aumenta. Analisi che, un tempo confinate negli studi di costituzionalisti e politologi, sono ormai patrimonio dell’opinione pubblica del Paese. Da anni, ben prima che il presidente Napolitano giungesse al Quirinale, è infatti divenuta evidente la funzione di “supplenza attiva” esercitata dal presidente della Repubblica, con Scalfaro e Ciampi.

Ma anche nella Prima Repubblica i presidenti hanno sovente assunto un forte ruolo di protagonismo politico. Einaudi, con la sua funzione di garante di politiche di stabilizzazione economica e di deflazione nel quadro della ricostruzione; Gronchi che durante il centrismo sostenne l’apertura ai socialisti e, di converso, Segni, dopo di lui, impegnato (secondo molti sino ad ipotesi autoritarie) per svolte conservatrici; Saragat che dal Quirinale patrocinò il centrosinistra e l’unificazione socialista; Pertini, succeduto a Leone, forse l’unico presidente davvero “notaio” assieme ad Enrico De Nicola, che negli anni bui del terrorismo e della sfiducia dei cittadini per le istituzioni, costituì il punto di riferimento di uno straordinario consenso popolare. Per tacere di Cossiga, le cui “picconate” all’agonizzante sistema politico nato dal Cnl, gli valsero una richiesta di impecheament da parte del partito comunista.

Per anni molti politici, commentatori e studiosi, in gran parte di sinistra, hanno indicato in ogni ipotesi di Repubblica presidenziale o semipresidenziale l’anticamera del gollismo o, addirittura, di un regime autoritario. Del resto, gran parte della cultura politica dell’Italia repubblicana, dalla Costituente in poi, è stata del resto ispirata a una vera e propria paura di ogni leadership forte. Certo, inizialmente per il ricordo della dittatura mussoliniana e, poi, in polemica contro esponenti politici ritenuti “eretici” dalla cultura consociativa cattocomunista, da Randolfo Pacciardi a Bettino Craxi; ma, nei fatti, per il timore della riduzione del potere degli apparati, la cui influenza viene a essere necessariamente ridotta dalla centralità assunta da un presidente della Repubblica che sia anche a capo dell’esecutivo. E l’opposizione maggiore ad ipotesi presidenzialiste, viene dagli eredi del vecchio partito comunista, che, probabilmente, vivranno con imbarazzo la tendenza presidenzialista di Napolitano, che, in realtà, appare più come una sorta di garante tra l’Unione europea della Merkel, la Banca centrale guidata da Mario Draghi e l’Italia (ma anche con significativi rapporti Oltreoceano), con una funzione di “Lord protettore” nei confronti del premier Enrico Letta e del governo delle “larghe intese”.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Caro Maurizio, la penso come te. E penso che anche il nostro partito, più che gridare alle streghe contro le invasioni di campo, dovrebbe prendere atto che queste oggi sono necessarie e peraltro, come tu ricordi, non nuove, e che il sistema presidenziale siamo stati noi a lanciarlo tra scomuniche e crucifige.

  2. Una Repubblica Presidenziale potrebbe essere una valida soluzione alla precarietà delle nostre istituzioni.
    Questo comporterebbe una grande riforma che preveda l’elezione diretta del Presidente da parte dei cittadini.
    Non mi sembra che ci siano ora le condizioni e non le vedo neanche nel prossimo futuro.

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