Seconda giornata: Il tempo del coraggio

Martelli_ClaudioAffollata seconda giornata del congresso socialista a Venezia con gli interventi dei delegati e quelli di alcuni ospiti.
Sul palco nella prima parte della mattinata anche il direttore dell’Avanti Mauro Del Bue.

Sintesi dell’intervento Mauro Del Bue

Siamo qui per risolvere il famoso dilemma di Amleto. Siamo qui per essere, per vivere, e progettare il futuro. Ma per essere dobbiamo potere affermare la nostra diversità. Come nel febbraio del 1957 proprio a Venezia, il PSI di Nenni sviluppò la sua autonomia politica, così oggi, ancora da Venezia, noi affermiamo la nostra volontà di esistere, cioè di fare, non per testardaggine o per abitudine, ma perché il nostro spazio non si è esaurito. Anzi pare oggi dischiudersi sia pure in forme nuove.

 La nostra proposta congressuale è l’unità dei socialisti europei, la presentazione di un’unica lista alle prossime elezioni europee. Questo è il tratto unificante delle tre mozioni, che invece si differenziano sul come essere socialisti in Italia e sul apporto col governo Letta. Francamente non penso che Pd e Sel accoglieranno la nostra proposta di unire le forze con un’unica lista del socialismo europeo alle prossime elezioni, anche se con noi voteranno Martin Schulz al vertice della Commissione.

 S’apre per noi alla luce di questa novità una nuova, vecchia questione. Essere solo socialisti europei e dunque dichiarare chiusa la nostra esperienza nel momento in cui altri sono ormai avviati a divenire quel che siamo sempre stati o continuare a essere, perché non siamo solo socialisti europei, ma anche e soprattutto socialisti italiani ed è col socialismo italiano che costoro dovrebbero confrontarsi. (…)

 La nostra scelta è chiara.
Noi siamo stati socialisti liberali. Io lo sono più che mai ancora oggi e credo che tra noi e gli altri partiti della sinistra restino almeno quattro questioni ancora non risolte, rispetto alle quali non è venuta meno la nostra diversità, rispetto alle quali non vale la nostra omologazione, quattro questioni richiamate nella nostra mozione e solo in essa, sulle quali concentro il mio intervento.

 La prima riguarda il giudizio su questo ventennio che noi abbiamo definito seconda repubblica mai nata  (…).

 Giudicare il ventennio della speranza smarrita per le nuove generazioni con oltre il 40 per cento di disoccupati, con la democrazia in soffitta, con il Parlamento dei nominati, i listini regionali dei raccomandati, popolato da finte igieniste dentali e da consiglieri specializzati in gite turistiche e hotel di lusso con cene a base di ostriche e champagne, con tesorieri che rubano nelle casse dei loro partiti e partiti che rubano la libertà ai loro iscritti. Il ventennio del dipietrismo col suo vate ispiratore scopertosi abile immobiliarista e ricco proprietario mentre noi senza soldi e potere e animati solo dalla nostra passione ci siamo rintanati nei sottoscala dei condomini di periferia per continuare a fare politica. ll ventennio del falso bipolarismo. Un bipolarismo in cui sono costretti a collocarsi i partiti italiani e che si sfalda sempre il giorno dopo le elezioni. Il bipolarismo truffa perchè si presenta in un modo agli elettori e in un altro in Parlamento. Un bipolarismo che è in default sia nella forma bastarda, italiana, sia nella forma classica di stampo europeo, soprattutto a causa della crisi che ha partorito dal suo seno forti movimenti di contestazione di destra, di sinistra e senza collocazione, che rendono meno distanti i partiti socialisti e popolari di quanto non lo siano entrambi da questi movimenti di contestazione radicale. Questo ventennio che appartiene anche al Pd, non ci appartiene. E prima si concluderà e più saremo contenti, non solo per noi, ma soprattutto per l’Italia.  (…)

Alla denuncia la proposta. Dobbiamo voltare pagina. Al più presto e in modo netto. Occorre un vero e proprio piano di risanamento e di rilancio di un paese in ginocchio, varare una nuova legge elettorale che io auspico dunque proporzionale di stampo tedesco e un rafforzamento del presidente, con partiti identitari di carattere europeo, con una proposta di unità politica ed economica dell’Europa non più schiava del folle rigore che scambia gli investimenti per spese e con banche al servizio delle imprese, con tasse ridotte sulle imprese e sul lavoro.  (…)

 Poi c’è un secondo versante che riguarda la libertà. Noi non possiamo delegare la libertà a un popolo che si è affidato a un partito senza libertà. Né possiamo accettare una sinistra che si è dimenticata delle libertà perché le considera di destra. In questo ventennio ha sostenuto e orientato lo scontro politico un duplice conflitto d’interesse. Quello di Berlusconi che ha mischiato politica e informazione, quello dei magistrati che hanno mischiato politica e giustizia. due conflitti d’interesse noi possiamo combatterli, siamo gli unici, assieme ai compagni radicali, che li possono combattere entrambi. Questo duplice conflitto d’interesse ha giustificato questo bipolarismo. Con una destra che ha visto solo il conflitto della magistratura e con una sinistra che ha visto solo quello di Berlusconi. Per di più quando hanno reciprocamente governato non hanno saputo e voluto risolvere il conflitto opposto. Quando ha governato il centro-destra non è stata varata alcuna riforma organica della giustiza, quando ha governato il centro-sinistra non si è partorita alcuna legge sul conflitto d’interesse d Berlusconi, come se il bipolarismo italiano vivesse di questa duplice illegalità, e da questa sola traesse la sua legittimazione. (…)

Noi dobbiamo ringraziare Enrico Buemi per le posizioni assunte sulla vicenda della decadenza di Berlusconi al Senato, sulla questione del voto segreto e anche sulla legge attorno ai presunti reati di negazionismo. I principi della tolleranza e del rispetto delle leggi e delle normative deve essere applicato anche a fronte degli avversari e delle teorie più ingiustificate e assurde. E così sul caso Cancellieri il partito, e in primis Riccardo Nencini, ha fatto bene ad esprimere una posizione contraria alle dimissioni. Sfidando le ire dei dimissionisti di professione, del giornale delle Procure “Il fatto quotidiano” (caso Tortora) e di Marco Travaglio, dal cui volto non traspare mai un minino cenno di umanità, di pietà, di tolleranza. Ma solo un sorriso acido e compiaciuto. E basta, compagni amici, del Pd con quella continuo ritornello che le sentenze non si giudicano, non si commentano. Pensate se avessimo fatto tutti così con Enzo Tortora. Riprendete la parola, esponetevi con noi in battaglie di libertà. (…)

 Un terzo versante è ancora rappresentato dalla laicità, dalla concezione dello stato che non può mai essere etico, fautore di principi non condivisi e imposti ad altri. Questo vale ancora per la questione riferita al fine vita ed un sincero, imperituro affetto noi dobbiamo esprimere ancora al nostro compagno Beppino Englaro per la sua battaglia che non è stata vinta, sulle leggi che riguardano le coppie di fatto, la fecondazione assistita, ma anche il principio dello ius soli, a fronte dei drammi della popolazione immigrata, delle continue Lampedusa che torturano le nostre coscienze, richiamate come vergogna da Papa Bergoglio.  (…)

Una quarta diversità, diciamo cosi di comportamento, riguarda la coerenza con la cultura del riformismo. Che è anche capacità di remare contro corrente, di sfidare spesso l’umore popolare. La politica riformista non la si fa con i sondaggi, ma con le idee, che possono trasformare i risultati dei sondaggi. Penso che nessuno dei leader di oggi avrebbe avuto il coraggio di sfidare e poi riformare i sondaggi ai tempi del taglio della scala mobile. Glielo avrebbero sconsigliato i Mannaheimer di turno. Oggi pare che il Pd sia ancora schiavo di questa cultura da piacioni, un po’ berlusconiana e un po’ cattocomunista.

 Oggi è tempo di coraggio. Lo è per il governo, l’unico governo possibile, altro che inseguire i grillini per un governo non del cambiamento ma del deragliamento, caro Bersani. E mi fanno ridere quei compagni che mi criticano perché sull’Avanti sostengo Letta e Napolitano. Sono con Martin Schulz che nella conferenza recentemente promossa dall’associazione di Pia Locatelli manifesta stima e consenso proprio a Letta e Napolitano. È nel momento in cui il governo delle larghe intese si trasforma nel governo delle piccole intese, con uno spostamento a sinistra del suo asse e con noi che rischiamo di diventare determinanti, che propongono le mozioni due e tre, di staccare la spina e di passare all’opposizione? Io penso invece che dobbiamo pretendere mai come adesso di entrare al governo e con una posizione non marginale.

Si aprono spazi di iniziativa intorno a noi, nel Pd si annuncia una singolare nemesi. Gli ex comunisti che non hanno voluto diventare socialisti nel 1989 oggi sono estromessi degli ex democristiani. Sembra la profezia di Ulrica nel Ballo in maschera di Verdi. Ti ucciderà il primo che ti darà la mano. Mai fidarsi delle mani dei democristiani. Lo diceva anche Gaber. Dall’altra parte si è consumata una divisione del partito che fu di Berlusconi e che rende possibile un governo al Paese con una maggioranza più esile, ma politicamente più compatta. Al centro si consuma nell’ira la divisone tra montiani e popolari, mentre nella Lega si prendono a schiaffi Bossi e Maroni. I grillini sono perennemente in preda al furore di un Grillo parlante, urlante, delirante, che espelle chi dissente, ispirato da una specie di Fantasma del lago di nome Casaleggio. C’è un terremoto politico segnalato alto nella Scala Mercalli. E noi che facciamo. Rispondiamo con Lucio Battisti. “Tu chiamale se vuoi tre mozioni”. Avremmo potuto presentarci diversamente, magari con una nostra lista alle elezioni? Forse si, l’avevo anche suggerito. Ma non è che coloro che invece fino all’ultimo hanno accettato di inserire candidature nelle liste del Pd e non hanno trovato la propria, oggi possono scoprirsi improvvisamente autonomisti. Vabbé.

Oggi serve una ricomposizione per andare avanti insieme. Questo è possibile e necessario. Votiamo tutti insieme Riccardo Nencini segretario del partito perché se lo merita. (…)

Noi non usiamo il dentifricio Clorodont, caro D’Alema, ma possiamo dire quel che vogliamo. Facciamolo sempre e ognuno faccia nella nostra comunità il suo dovere. Io sto tentando di farlo all’Avanti, una testata storica che ho l’onore di dirigere. Ognuno lo faccia dalla propria postazione. E porti il suo granello di sabbia. Che dobbiamo tirare addosso agli altri e non a noi stessi, come troppo spesso facciamo. E lo dico al popolo socialista di Facebook che scrive spesso solo per parlar male di se stesso, in un misto di autocommiserazione, masochismo e di frustrazione da inesistenza del PSI. Noi non possiamo rifare il Psi come l’abbiamo conosciuto. Vent’anni non sono bastati per farlo capire? Ma possiamo, dobbiamo rendere questo nostro drappello di donne e uomini appassionati a una storia, a un’identità, a una politica, un movimento politico attivo, combattivo, coraggioso. Che sa essere, che vuole esserci. Capace di allearsi con altri, ma di rimanere se stesso e di non avere troppa preoccupazione di perdere qualche poltrona quando si afferma la nostra identità. È molto più facile perdere le poltrone quando non si serve a nulla. Ecco tutto questo noi possiamo fare, tutto questo dobbiamo fare, questo dipende solo da noi. Dalla nostra intelligenza, dalla nostra creatività, e anche dalla nostra unità.
L’intervento integrale di Mauro Del Bue

IL SEGRETARIO UIL ANGELETTI, PRESTO L’ITALIA CONOSCERA’ LA MISERIA – Il segretario del Uil è intervenuto al Congresso socialista con un’analisi lucida e molto dura sulla realtà italiana: “Il Paese si appresta a vivere una situazione in cui conoscerà una nuova virante della povertà: la miseria”.

Disoccupazione giovanile alle stelle,  l’unico paese dell’Ocse ancora in recessione, sono solo alcuni secondo il leader sindacale dei dati che danno l’idea della gravità della situazione alla quale “forse non siamo in grado di porre rimedio”. “Il governo di larghe intese ha fatto una legge id stabilita che, ad essere benevoli, e’ inutile e, in una situazione come questa, una politica economica inutile e’ estremamente dannosa perché mantiene la deriva sulla quale siamo incanalati”.

Angeletti afferma che, se siamo il Paese peggiore probabilmente abbiamo la classe dirigente peggiore che ha, tra le sue responsabilità più gravi, quella di “non porsi una drammatica domanda e cioè se questo sistema abbia uno cultura economica e sociale che la metta in grado di far uscire il Paese da questa condizione”

Il segretario generale del Uil ricorda che, in assenza di un approccio del genere, la sinistra italiana tende a ricreare attraverso “eventi” della aspettative su miracolose soluzioni che non verranno. Il riferimento e’ alle prossime primarie del PD. “I problemi dell’Italia devono essere risolti dagli italiani” ha detto Angeletti perché l’Italia e’ l’unico paese al mondo in cui “a causa di un sistema fiscale scandaloso, la media delle tasse pagate dagli imprenditori e’ inferiore alla media delle tasse agate dai dipendenti”.

Di fronte a questa realtà, Angeletti confuta le teorie populiste che accusano la Germania di egemonia: “La Germania e’ l’unico esempio di capitalismo industriale che e’ riuscito sconfiggere il capitalismo finanziario. I tedeschi, a differenza nostra, hanno capito che il produrre e il fare erano meglio della finanza”.

VENDOLA: IL RIFORMISMO SONO DI VITTORIO E DI VAGNO.

Nichi Vendola strappa l’applauso del congresso socialista con un personale esame di coscienza: “Basta con i feticci. Per me che sono stato comunista dico che non è più possibile usare le menzogne a fin di bene, aspettando il sol dell’avvenire”. L’affermazione di Vendola verrà poi commentata da Nencini che appena terminato l’intervento, prende il microfono per ringraziare l’ospite: “Oggi Nichi ha smesso in discussione la sua storia personale lo ha fatto con noi, è una bella giornata”

Per tornare a Vendola, il leader di SEL aggiunge anche una considerazione per l’Europa: perché guardiamo alle elezioni europee con preoccupazione? Perché rischiamo di avere un parlamento contrario all’Europa. Siamo stati complici della costruzione della Europa come fortezza.

La parola riformismo è stata mistificata. Ci vorrebbe un riformismo audace capace di avanzare. Ci stiamo congedando da generazioni che hanno conosciuto la povertà. Le generazioni del dopoguerra l’hanno accantonata. Le nuove generazioni rischiano di conoscere la povertà di nuovo, sono incapaci di avere una prospettiva di futuro. “Dico no alla parabola guerrafondaia di Hollande. Trovo assurdo che sia il Papa, e non la sinistra, a criticare il liberismo. Io voglio portare in Europa un riformismo audace”.

Tocca solo a Papa Francesco criticare il liberismo selvaggio? Nessuno ha più rendite di posizione a sinistra, ma occorre ricostruire la credibilità di una sinistra in grado di intrecciare lavoro e libertà. Importante ridefinire il cammino che vogliamo compiere. Il terreno del Governo, quando diventa il terreno del trasformismo, è un terreno che ci condanna. Dove è il limite delle esperienze di Hollande, Obama, Dilma Rousseff. Occorre ricostruire delle idee forza in grado di riavviare un cammino.
Con il Governo Monti è stata sospesa la politica, anche la possibilità dell’analisi politica. Si sono create aspettative, poi disilluse: 40 percento di disoccupazione giovanile, si parla dell’uscita di Berlusconi dal Parlamento, per esorcizzare il berlusconismo che è dentro le viscere del mostro Paese. Occorre mettere la qualità della vita al centro della nostra azione. Occorre avere coraggio per guardare in faccia la nostra sconfitta, quando la gente più povera dice che siete tutti uguali,m siete tutti una razza. Si può sconfiggere il populismo solo ad una condizione: non blindarsi nei palazzi, ma tornare nei luoghi di formazione e di lavoro

Il leader di SEL prevede di incontrare prima di Natale il candidato del PSE alla Commissione Ue Martin Schulz. Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera di SEL, ha avuto incontri con vari dirigenti socialisti europei e rimane aperta la domanda di verificare con il PSE un possibile percorso di adesione. Lo stesso Vendola ha partecipato a Bruxelles a una riunione del comitato socialista delle regioni. Un tema che tornerà a gennaio uando SEL terrà il suo congresso. “Il socialismo europeo – dice Vendola – non è il mio approdo ideale. Mi interessa portare nel socialismo europeo un riformismo audace, di cui in Europa c’è molta carenza. La crescita dei neonazisti in tutta Europa è un termometro che misura la febbre di una società impaurita e impoverita. Bisogna dire no alla subalternità al liberismo, o la politica affronta i temi sociali oppure i veleni penetreranno nel corpo europeo”.

Vendola  rimprovera poi il PSI di avere tolto dal proprio simbolo la falce e il martello: “Lo faceste per intercettare il ceto medio e la borghesia. Ma oggi la crisi e l’impoverimento stanno facendo saltare i corpi intermedi della società. In Italia c’è un milione di bambini che vivono nella povertà assoluta”. “Noi possiamo sconfiggere il populismo se non ci chiudiamo nei palazzi. La sinistra deve intrecciare il lavoro e la libertà. Il riformismo non è resa. Il riformismo sono Di Vittorio e Di Vagno.

NASSO: CONTRARI A ULTERIORE SVENDITA, RAI BENE NAZIONALE

“Il Psi è assolutamente contrario a questa ulteriore svendita di un bene nazionale”. Lo ha detto Paolo Nasso intervenendo dal placo del Congresso a proposito dell’ipotesi di una privatizzazione della Rai. “Della Rai si può dire tutto – ha spiegato – ma resta comunque la maggiore azienda culturale del PaeseLa Rai “deve essere liberata dal controllo diretto dei partiti, cambiando la legge che ne determina l’assetto azionario e i criteri di nomina, ma deve continuare a rappresentare le grandi correnti politiche, sociali, religiose dei padri costituenti, nel rispetto dello spirito e degli intenti con i quali fu scritta la Costituzione a garanzia della libertà di espressione”. “Propongo che ad ogni abbonato sia riconosciuto in assemblea lo stesso diritto di un’azionista” perché solo così i cittadini potranno avere un ruolo nella riforma del servizio pubblico.

ANGELO SOLLAZZO: SOCIALISMO, LA RICETTA GIUSTA PER USCIRE DALLA CRISI

Occorre ridare alla politica la nobiltà che le compete e, dopo il fallimento del comunismo e del capitalismo senza regole, ritornare alle culture politiche escludendo quelle chiaramente fallimentari. Chi pensa di inventarsi nuove sigle fa finta di non ricordare il fallimento della Rosa nel Pugno e di trascurare il travaglio che sta vivendo il PD. Bisogna invece riunire tutti coloro che si richiamano realmente alla sinistra riformista che oggi non può che essere una promanazione del socialismo europeo. Pensare di coinvolgere di nuovo i radicali, ormai con numeri inferiori ai nostri, i liberali e laici, inesistenti e svaporati, improbabili Circoli e associazioni non ben individuati, significa essere velleitari e rinunciare al nostro ideale forte e vincente in Europa e nel mondo.

Non possiamo fare politica con le solite trovate che poi lasciano il tempo che trovano. Un’invenzione al giorno non toglie il medico di torno, ma crea confusione e sconcerto quando invece abbiamo la nostra stella polare che potrebbe tornare a brillare senza mutuare alcunché da altri. (…)

Avevamo, infine un’occasione storica, dovuta alla legge elettorale detta porcellum. Si poteva cioè, dopo tanti anni, eleggere sotto le nostre vere insegne un gruppo nutrito di parlamentari socialisti. Si è scelto di imboscarsi nelle liste del PD, partito in crisi perché senza identità, garantendo qualche amico, ma perdendo una grande occasione. Ciò che non si comprende è il fatto che nessuno si assume la responsabilità delle disfatte, come se fosse dovuto il tutto al destino cinico e baro. Boselli dopo la cocente sconfitta che ridusse il PSI allo 0,9%, con dignità fece un passo indietro. Oggi che siamo allo 0,5%, e forse meno, nulla si muove, coem se le colpe fossero di altri e il Congresso, che si sarebbe dovuto celebrare un anno fa, viene spostato all’autunno.

ROBERTO BISCARDINI: UN GRANDE PROGETTO DI CAMBIAMENTO DELLA SOCIETÀ

Basta primum vivere. Ieri Riccardo Nencini nel suo intervento ha fatto un elenco lunghissimo di cose da fare. Una sorta di shopping list del socialismo italiano che richiederà anni per essere portata a termine. Qual è l’idea forza di questa shopping list come identità dei socialisti per il futuro? Forse manca un sintesi. Io ho cercato di immaginarla e sono tornato indietro nella storia per andare a leggere le ragioni per cui i socialisti perché nacquero 120 anni fa: la prima era costruire uno Stato che fosse garanzia di libertà per tutti, democratico, giusto; invece noi oggi abbiamo la vera questione che dovremmo porci è l’efficienza dello Stato per dare risposte ai cittadini. Se lo Stato non funziona non ci sono riforme che tengano.

Questo congresso ha discusso anche di noi stessi e ho sentito qualcuno lamentarsene. Ma non è un delitto parlare del partito. Non sono d’accordo col segretario con la sua linea politica. Il partito dovrebbe rendere conciliabili due cose che non sono conciliabili: il socialismo europeo e l’appoggio acritico al governo Letta. Non possiamo essere acquiescenti col governo e essere socialisti perché questo governo non può dare risposte alle domande del socialismo.

Costruiamo dal partito per iniziativa del partito un movimento socialista per dare vita a riforme socialdemocratiche importanti. Basta con questa adesione acritica al governo; misuriamo il nostro appoggio in Parlamento in base a quello che il governo può fare. Diamoci appuntamenti concreti.

Come affronteremo per esempio l’appuntamento elettorale europeo? Io credo che ci siano spazi per proporre una lista socialista alle elezioni europee che non è una lista del PSI, ma una lista ‘socialista’, di proposte socialiste. Dobbiamo lavorare per un grande progetto di cambiamento della società. Lo status quo è il declino del partito.

ORESTE PASTORELLI, AMBIENTE E TERRITORIO RISORSE CENTRALI PER IL PAESE E BATTAGLIA POLITICA SOCIALISTA
«Organizzare una politica socialista che sia immediatamente riconoscibile agli occhi dei cittadini e degli elettori». Così il deputato socialista e tesoriere del Partito, Oreste Pastorelli, ha esordito nel suo intervento al 3* Congresso Socialista di Venezia. Pastorelli ha ricordato che l’impegno per il prossimo futuro, «è quello di creare uno spazio politico che renda il PSI immediatamente riconoscibile», facendo proprie «battaglie che siano capaci di migliorare la vita dei singoli, dei cittadini, dei piccoli imprenditori e di tanti giovani che aspettano solo un’occasione per essere messi alla prova e dare un possibilità di crescita al Paese». Di fronte a questa realtà, sottolinea il deputato socialista, «senza dubbio uno dei temi su cui battersi è quello dell’ambiente. Ambiente inteso come quel complesso di fattori che riguardano il territorio, l’economia, la cultura e la visione del futuro del nostro Paese». Parole alle quali ha fatto eco l’intervento del segretario generale della CGIL, Susanna Camuso, che ha parlato di «ambiente e territorio» come delle «più importanti risorse del nostro Paese». In riferimento agli ultimi disastri ambientali che hanno interessato la Sardegna, infatti, Camusso ha posto anche il problema della relazione tra ambiente e occupazione: «Quanto costa riparare il territorio invece di dare lavoro a tanti giovani senza più dover affrontare periodicamente spese straordinarie oltre che un pesante costo di vite umane?” si chiedeva retoricamente il segretario generale della CGIL.

In quest’ottica, Pastorelli ha ricordato l’importanza di «raccogliere la sfida posta dalla salvaguardia dell’ambiente attraverso politiche volte a favorire la “green economy”» sottolineando come si tratti di «un’economia del know-how e della conoscenza che non si limita, per tanto, al mero settore agricolo, ma innesta processi virtuosi per l’intero sistema-paese, una trasformazione economica, ma anche culturale».

Pastorelli ha concluso ribadendo che «ci troviamo in una fase storica di transizione che ha cambiato inesorabilmente i paradigmi tradizionali e che ci obbliga a ridefinire le priorità e le strategie».

 SUSANNA CAMUSSO, NECESSARIA UNA PATRIMONIALE SUI GRANDI CAPITALI 

«Partire dalla patrimoniale per uscire dalla crisi». Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, intervenuta al 3* congresso socialista non ha dubbi sulla necessità per la politica di «tornare a fare delle scelte, anche forti». Tra queste, quella della patrimoniale proposta dal segretario Nencini, secondo Camusso è centrale perché «vi è un’imprescindibile necessità di ridistribuire la ricchezza, investendo verso il basso». IL segretario CGIL ha parlato del rischio che l’impoverimento faccia crescere la rabbia, soprattutto perché, «nella stagione in cui bisognerebbe abbandonare finanziarizzazione dell’economia, ci si inventa la finanziarizzazione achimistica della Banca d’Italia, un vero e proprio pericolo per le Istituzioni». «Stiamo diventando l’Italia del rancore», ribadendo che «come Cgil abbiamo proposto in tempi non sospetti che quello era il terreno, così come lo è quello dell’equilibrio nella tassazione delle rendite finanziarie».
“L’unica cosa seria sarebbe rimettere l’Imu. Che serietà ha un Paese che in pochi anni toglie e mette l’Imu 6 volte?” e sulla patrimoniale aggiunge: “La Cgil l’ha proposta in tempi non sospetti”.


BOBO CRAXI: UNA LISTA UNICA DEL SOCIALISMO EUROPEO

La politica fa oggi fatica a rispondere alla crisi. Questo Congresso socialista non può non risentire l’eco di una preoccupazione più forte e più fondata circa lo stato della nostra economia, della nostra democrazia e le condizioni generali del Paese in cui viviamo e in cui si esercita la nostra lotta politica. Una crisi così prolungata non può non essere valutata e giudicata per quello che è, in un contesto più ampio di crisi economica di tutto l’occidente in cui, tuttavia, salta agli occhi il caso italiano, che sottolinea in modo eloquente una crisi della classe dirigente di questi ultimi venti anni, economica, politica e sociale.

Per questa ragione, e non per altre la figura istituzionale del capo dello Stato è l’ultimo filo che lega la democrazia alla realtà italiana, l’ultimo filo logorato che cuce il rapporto fra democrazia e pace sociale, in attesa che si formino classi dirigenti diffuse e partiti omogenei e democratici e non personali, leaderistici, flessibili o ‘virtuali’ in rete”.

Fa impressione avere un’Europa dei burocrati e dei banchieri, un’Europa di nuovo dominata dalla supremazia germanica. Avremmo invece bisogni di un’altra Europa, Di un’Europa che parli con una voce unica e che si occupi e risolva i problemi dei suoi cittadini, che superi l’odioso parametro del 3% per fronteggiare sul serio la crisi.

Ci sono state prima del congresso discussioni tra di noi. È vero che possiamo dire oggi che il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno, ma dobbiamo riconoscere i nostri errori, errori di tutti come ad esempio quella di negare ai socialisti la possibilità di partecipare col loro simbolo alle elezioni, di partecipare alle primarie. Errori politici e l’unico rimedio che può esserci è solo uello di non ripeterli più. Per questo penserei anche a preparare la nostra partecipazione alle eventuali primarie del centrosinistra.

Approfittiamo del prossimo Congresso del PSE per chiedergli di sovrintendere alla ricostruzione del perimetro socialista in Italia. Progettiamo una lista unica del socialismo europeo che faccia riferimento nel nostro Paese al socialismo, quel socialismo fondato nel 1892.

 Il testo integrale dell’intervento di Bobo Craxi

Martelli: ricostituire l’unità socialista

Una platea silenziosa ed attenta ha ascoltato l’intervento di Claudio Martelli al congresso socialista. Innanzitutto il tema del rapporto tra politica e giustizia. Rapporto tossico tra una parte, politicizzata, della magistratura, e una parte, non la migliore, della politica. Già Norberto Bobbio, in un libro dal titolo Teoria della giustizia, metteva in guardia dal rischio di confondere l’idea di giustizia da quella di legalità. Se per legalità si intende l’immutabilità della legge, allora commetteremmo un’ingiustizia. La tensione dialettica tra legalità e giustizia deve sempre vivere, nell’interesse proprio della giustizia. Bisogna evitare sconfinamenti tra politica e giustizia. Ma mentre non ci sono sconfinamenti della politica nella giustizia, in passato ci sono stati straripamenti della giustizia nella politica. Lo scudo, predisposto dai padri costituenti, fu travolto nel 1993. Ora, quello che avvenne, viene riconsiderato alla luce della storia recente del nostro Paese.
Martelli ricorda anche il ruolo da protagonista che ebbe nell’approvazione deI regime carcerario duro, cosiddetto del 41-bis. Non si tratta di uno strumento di tortura ma è l’isolamento dei criminali per evitare che dalle carceri possano continuare ad esercitare il comando all’esterno ed impedire che nelle carceri possano sopraffare gli altri detenuti o ricattare i secondini. Questa misura si è rivelata fondamentale per contrastare e debellare la parte più sanguinosa della mafia.
Martelli non si è sottratto ad una disamina della situazione attuale. E’ vero che ci muoviamo oggi in un paese impoverito, incattivito e risentito e questo forse è il sintomo più grave della crisi italiana. Ma a volte si assiste a passeggiate sulle nuvole, come quelle di chi vuole uscire dall’Euro. Occorre affrontare i problemi in modo costruttivo e razionale, ma non possiamo scaricare le nostre responsabilità sull’Europa. La Germania è cambiata in pochi anni, grazie innanzitutto ai socialdemocratici tedeschi, che hanno sciolto alcuni nodi che impedivano lo sviluppo del loro Paese, anche a costo della popolarità del loro Partito. Le leve del successo tedesco sono state la contrazione della spesa pubblica, compresi salari e pensioni del comparto pubblico, e l’aumento delle ore di lavoro settimanali. Se la Germania è riuscita a ripartire solo adottando queste misure, noi italiani dobbiamo chiederci come potremmo riuscirci senza adottare un percorso simile. I sindacati italiani dovrebbero agevolare questo percorso, anche alla luce dei tanti giovani disoccupati e non ridursi ad un ruolo semplicemente conservatore.
Occorre anche combattere l’evasione, incrociando i dati. Perché non si fa in Italia? Ma soprattutto è necessario rimettere in moto il meccanismo di sviluppo. Martelli non crede che il governo attuale e quelli precedenti abbiano fatto tutto quanto era in loro potere. Quando nel 1983 l’Italia era sull’orlo del baratro, con un tasso di inflazione del 17 percento, una disoccupazione di massa ed un tasso di evasione confrontabile con quella odierna, i socialisti affrontarono con spirito riformista il tema della scala mobile. In quattro anni l’inflazione passò dal 17 al 4 percento e l’Italia conquistò la tripla AAA. Dunque anche oggi esiste lo spazio per una azione riformatrice risoluta. Questo è un grande tema di discussione, non solo di sinistra.
Quali le prospettive politiche ed il ruolo del socialismo oggi? A fine Ottocento, quando si trattò di scegliere tra Partito democratico interclassista o Partito socialista classista, si optò per la seconda, per la paura degli anarchici. Oggi al posto degli anarchici ci sono i grillini. Poco sembra essere cambiato. Sostiene Martelli: “Non mi dispiace la carica di adrenalina di Renzi, ma mi interessa capire se Renzi vuole essere un Blair o qualcuno che galoppa tra comizi e talk show, se vuole impersonare un nuovo Schroeder oppure la controfigura di un vecchio democristiano”. Poi continua: “Questo congresso potrebbe essere qualcosa di importante se cominciasse ad essere la fine della diaspora socialista”. E’ dunque fondamentale ricostituire l’unità delle varie esperienze socialiste. Occorre ricostruire città per città, paese per paese, la comunità socialista, che può spiegare ancora una forza straordinaria. Occorre essere portatori di alcune idee forza e di una visione geopolitica dell’avvenire. A livello internazionale, spaventa l’apertura della Germania troppo ad est e la rinascita dell’impero sovietico, anche se si chiama Russia. E’ questo che bisogna contrastare. Al contrario di quanto generalmente si pensa, gli Stati Uniti non sono finiti, per fortuna loro e nostra. Va preservata la solidarietà fra Europa e USA e bisogna lavorare per creare un sistema monetario comune fra l’Euro ed il Dollaro. Bisogna rimodulare l’Unione Europea, che ha bisogno di nuove idee e nuove responsabilità, ma l’Europa non sarà credibile se non sarà in grado di provvedere alla propria sicurezza. Basta osservare l’incapacità di creare una forza di pronto intervento comune, l’atteggiamento nei confronti degli immigrati, la rinascita dei populismi. Ma il populismo è un sintomo, il male è la saturazione delle conquiste europee, per cui ci si sente satolli.
Martelli conclude: “oggi si può iniziare uno sforzo generoso di ricomposizione, di dialogo, di ricostruzione di questa comunità socialista, aprendo innanzitutto agli interlocutori più affini, come quelli che nel PD condividono un senso di responsabilità comuni”. Riformare e far progredire, questo vuol dire essere socialisti oggi.

UGO INTINI: SENZA IDENTITA’ NON C’E’ FUTURO
Intervento Congresso PSI Venezia 30 novembre 2013 (sintesi)

Nello slogan c’è  già la risposta alla domanda che sta nel cuore dei  compagni. “Serve un piccolo partito socialista?”. La radice nel tempo è la storia gloriosa del socialismo democratico. La radice nello spazio è la famiglia socialista internazionale. Stiamo parlando non del passato, ma del congresso del PD. Senza radici, un partito diventa una foglia al vento delle mode del momento. E dei personalismi. Una foglia al vento che rischia di finire nel precipizio.

La cancellazione della storia provoca l’analfabetismo politico. Grazie a voi e al compagno Mauro Del Bue.

La verità.”Le sole conquiste durature sono quelle che saranno costruite non sulla furberia, ma sulla verità”. Il ventennio è giunto alla resa dei conti finale, come il fascismo. E’ giunto alla “Italia del rancore”, come diceva la compagna Camusso.

Il ventennio perduto è nato non sulla verità, come l’Italia della ricostruzione, opera dei partiti democratici. Sulla menzogna che ha indicato quegli stessi partiti democratici come partiti di ladri e basta. I partiti sono stati distrutti. Siamo arrivati al punto che gli amministratori dei partiti rubano ai loro partiti.

Hanno fatto credere a una generazione di italiani che i governi di socialisti, democristiani e laici fossero stati delegittimati dal voto popolare già alla vigilia della rivoluzione di Mani Pulite. Il governatore della Banca d’Italia, nel 1946, fotografava a Nenni la realtà.“Pagare meno, pagare tutti- dicevano i vecchi socialisti. La crisi della giustizia. Lo scontro con una parte della magistratura non lo ha inventato Craxi. La magistratura italiana svolge ormai la funzione dei militari turchi o egiziani. A Istanbul, come al Cairo, come a Roma.

I padri della sinistra, nel 1953, hanno fatto le barricate (letteralmente), ci sono stati i morti nelle strade, perché i democristiani centristi volevano la legge truffa. Ma quelli rispetto ai bipolaristi di oggi erano dei gentiluomini in guanti bianchi. Si può rinunciare al proporzionale? Si, certo. In nome della stabilità e della governabilità. L’Italia ci ha rinunciato sino alla violazione dei principi di democrazia costituzionale, come spero sarà tra breve decretato dalla Corte Costituzionale stessa. L’Italia ha rinunciato al proporzionale più di qualunque altra democrazia. E’ fallito perché in tutti i sistemi bipolari normali, all’interno dei due poli, l’area dell’estremismo e della irrazionalità è ininfluente. Avventurieri. Avventurieri e irresponsabili. Socialisti e democristiani, i pilastri della sinistra e del centro, si sono alleati in Germania nonostante le loro forti e diverse identità. L’ho ripetuto al congresso di Montecatini del 2008, quando per questo potevo essere considerato al di fuori della realtà. “ Il meglio della sinistra e il meglio del centro –dicevo- devono trovare una intesa. I quali stanno sia nella sinistra sia nella destra. I falchi alla Santanchè e i falchi del PD. Vogliono correre il più presto possibile alla roulette del Porcellum e tentare il colpo grosso. Parlando sin qui dell’Italia, ho lasciato da parte i temi della grande politica. Nella politica, come nella musica, i tempi sono decisivi. Nenni ricordava sempre: “la politica è l’arte del possibile”. Senza i partiti non c’è democrazia. Applaudendo, ad esempio, l’assemblea dei giovani imprenditori, ovvero dei figli degli imprenditori. Nascosta dalla grande stampa, ovvero dai giornali degli imprenditori e dei loro figli. La grande politica, la politica vera, deve tornare. Lo diceva Turati nel 1896(1896!): abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’Europa. Parafrasando lo slogan del congresso socialista del 1947 si può aggiungere: “Non c’Europa senza politica, non c’è politica senza Europa”.

La grande politica deve indicare la battaglia epocale, la battaglia epocale, che attende una nuova generazione di socialisti. Martelli ne parlava poco fa’. I socialisti che sono cresciuti allo stesso modo, evidentemente, la pensano sul futuro allo stesso modo. I nostri nonni socialisti hanno combattuto i padroni delle ferriere all’inizio del ‘900. Ma la casta (quella si, non quella politica) dei finanzieri senza frontiere è molto peggio. Loro, i padroni delle ferriere, credevano nell’etica del lavoro. Una ricchezza immane rubata a noi e nascosta dai moderni pirati nelle isole del tesoro degli anni ‘2000. Loro (i padroni del ‘900) scommettevano sullo sviluppo e sulla conseguente crescita della Borsa. Come si è persa la bussola del buon senso e della morale comune? Si è persa perché, finita la terza guerra mondiale tra Est e Ovest, la destra ha puntato non più soltanto sullo Stato minimo, ma sulla politica minima, sulla privatizzazione della politica. Se ci fossero stati la politica e i partiti con la P maiuscola avrebbero arginato il liberismo sfrenato. La sinistra italiana senza identità è caduta in pieno nella trappola, si è associata al coro della antipolitica e ha tagliato così il ramo sul quale sedeva. Purtroppo, anche sul tema del cuore, la sinistra italiana costituisce un caso unico al mondo. E’ l’unica, assolutamente l’unica, dove i militanti non si chiamano compagni.

 L’intervento integrale di Ugo Intini

 

UGO INTINI: SENZA IDENTITA’ NON C’E’ FUTURO

UGO INTINI: SENZA IDENTITA’ NON C’E’ FUTURO
Intervento Congresso PSI Venezia 30 novembre 2013

 “Essere”:è un bello slogan per questo congresso. Grazie a tutti voi di essere, di esistere, di tenere in vita una famiglia nella quale mi riconosco. Nello slogan c’è già la risposta alla domanda che sta nel cuore dei compagni. “Serve un piccolo partito socialista?”. Si.

Serve anche perché è piccolo. Sono spesso i piccoli quelli che possono dire la cruda verità, come il bambino della favola che grida : “Il re è nudo”.

Serve perché è l’unico partito orgoglioso di chiamarsi socialista. L’unico capace di ricordare tutti i giorni a una sinistra senza più identità che deve trovare una radice nel tempo e nello spazio. La radice nel tempo è la storia gloriosa del socialismo democratico. La radice nello spazio è la famiglia socialista internazionale. Attenzione. Le due radici sono inseparabili. Non si può abbracciare per convenienza la seconda senza riconoscersi pienamente nella prima. Non si appartiene a una famiglia se non ci si riconosce negli antenati della famiglia stessa. Stiamo parlando non del passato, ma del congresso del PD. Senza radici, un partito diventa una foglia al vento delle mode del momento. E dei personalismi. Una foglia al vento che rischia di finire nel precipizio.

Chi ha meno di 40 anni non sa cosa sono stati la politica e i partiti con la P maiuscola. La cancellazione della storia provoca l’analfabetismo politico. E l’analfabetismo politico mette in pericolo la democrazia. Posso assicurarvi che di questo si preoccupa il Presidente Napolitano. E per questo mi ha incoraggiato a scrivere il libro che conoscete, dove la storia cancellata è ricostruita attraverso le pagine del più carico, appunto, di storia, tra i giornali: l’Avanti!L’Avanti che avete conservato, insieme al Partito, non per nostalgia,ma perché è spesso, come alla sua nascita, uno strumento contro la censura di regime. Uno strumento elettronico. Ma dagli ideali sempre uguali. Grazie a voi e al compagno Mauro Del Bue.

Una generazione di socialisti e democristiani ha ricostruito l’Italia dopo il ventennio fascista. Lo ha ricordato il compagno Covatta poco fa’.Il giorno dopo la liberazione di Roma, Ignazio Silone ha scolpito sull’Avanti! il pilastro che è stato alla base di quella ricostruzione. La verità.”Il popolo italiano- scriveva- ha oggi più bisogno di verità che di dollari e di sterline. Le sole conquiste durature sono quelle che saranno costruite non sulla furberia, ma sulla verità”.

Anche oggi avremmo bisogno di dirigenti democratici capaci di dire la verità. Di leader che guidano. Di pastori dunque e non di pecore. Non di furbastri demagoghi, che leggono i sondaggi e seguono (appunto come pecore) quello che la gente vuole sentirsi dire. Diciamo la verità. Anche oggi usciamo come nel 1943 da un ventennio. Il ventennio perduto nato non con la rivoluzione fascista ma con la rivoluzione di Mani Pulite. Il ventennio è giunto alla resa dei conti finale, come il fascismo. E’ giunto alla “Italia del rancore”, come diceva la compagna Camusso.

Il ventennio perduto è nato non sulla verità, come l’Italia della ricostruzione, opera dei partiti democratici. Ma sulla grande menzogna. Sulla menzogna che ha indicato quegli stessi partiti democratici come partiti di ladri e basta. I partiti sono stati distrutti. E adesso i dirigenti politici rubano non per il partito, ma per sé. Molto di più. Anzi. Siamo arrivati al punto che gli amministratori dei partiti rubano ai loro partiti.

La verità è certificata innanzitutto dai numeri. Hanno fatto credere a una generazione di italiani che i governi di socialisti, democristiani e laici fossero stati delegittimati dal voto popolare già alla vigilia della rivoluzione di Mani Pulite. Niente affatto. Nel suo momento peggiore, nel 1992, quella coalizione democratica, pur senza i repubblicani, ha preso più voti di tutte le coalizioni vincenti nel successivo ventennio perduto. Due milioni di voti in più di Berlusconi nel 2008, quando tutti gli riconobbero un trionfo senza precedenti. Molti stentano a crederlo. Fate i conti. E’ proprio così.

La storia dà una risposta ai problemi più attuali.

La crisi economica. Il governatore della Banca d’Italia, nel 1946, fotografava a Nenni la realtà.“La nostra borghesia è la peggiore del mondo perché non paga le tasse. Non ha pagato sotto il fascismo, non ha pagato durante la guerra. Continua a non pagare”. Punto. E stiamo sempre lì. Pagare meno, pagare tutti- dicevano i vecchi socialisti. Se l’evasione fiscale fosse a livelli non sudamericani, ma europei, i conti pubblici sarebbero assolutamente in ordine. Ha detto bene il compagno Angeletti questa mattina.

La crisi della giustizia. Lo scontro con una parte della magistratura non lo ha inventato Craxi. Nel 1964 Nenni diceva a Moro e a Giolitti, che approvavano. “L’indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima un potere insindacabile e incontrollabile”. Punto. E stiamo sempre lì. Lo dico in modo meno articolato di Claudio. Anzi, stiamo molto peggio. Perché quando i partiti democratici si sono indeboliti, la magistratura politicizzata ne ha occupato lo spazio. Prima realizzando un quasi colpo di Stato, nel 1993. Poi approfittando del fatto che Berlusconi era ed è l’ultimo leader politico in grado di contrastare gli eccessi della magistratura, perché era ed è, per la sua spregiudicatezza da caudillo sudamericano, il meno credibile tra i riformatori della giustizia. I militari turchi di un tempo e quelli egiziani oggi, una tecnocrazia autoritaria, hanno messo sotto la loro occhiuta tutela la democrazia. La magistratura italiana svolge ormai la funzione dei militari turchi o egiziani. Ma anche qui va detta la verità sino in fondo. Le democrazie finiscono sotto la tutela di una tecnocrazia autoritaria quando diventa intollerabile la pochezza, la corruzione, la rissosità inconcludente dei loro dirigenti. A Istanbul, come al Cairo, come a Roma.

La legge elettorale. I padri della nostra Costituzione dicevano: le teste o si contano o si rompono. E contavano onestamente: una testa, un voto. I padri della sinistra, nel 1953, hanno fatto le barricate (letteralmente), ci sono stati i morti nelle strade, perché i democristiani centristi volevano la legge truffa. Ma quelli rispetto ai bipolaristi di oggi erano dei gentiluomini in guanti bianchi. Volevano dare un piccolo premio di maggioranza a chi conquistava il 50,1 per cento dei voti. Il 50,1. Non il 29,54 per cento come è accaduto quest’anno. Si può rinunciare al proporzionale? Si, certo. In nome della stabilità e della governabilità. L’Italia ci ha rinunciato sino alla violazione dei principi di democrazia costituzionale, come spero sarà tra breve decretato dalla Corte Costituzionale stessa. L’Italia ha rinunciato al proporzionale più di qualunque altra democrazia. Ha avuto in cambio, beffa del destino,instabilità e ingovernabilità più di qualunque altra democrazia.

Diciamo allora ancora una volta la verità. Con un meccanismo elettorale malato, hanno voluto imporre agli italiani (imporre per legge) il bipolarismo. E persino il bipartitismo. Hanno fallito. Hanno fallito e insistono. Fingono di non vedere, in nome del tabù bipolare, che i poli ormai sono diventati non due ma tre. Fingono di non vedere per quale ragione il bipolarismo è fallito. E’ fallito perché in tutti i sistemi bipolari normali, all’interno dei due poli, l’area dell’estremismo e della irrazionalità è ininfluente. Da noi invece l’area dell’estremismo e dell’irrazionalità è determinante, così che il bipolarismo si è ridotto a una guerra civile strisciante. Ma i bipolaristi insistono. E ormai diventano avventurieri. Avventurieri. Perché sperano di votare con il Porcellum. Avventurieri, perché sperano di prendere l’1 o il 2 per cento in più di quello che ha preso il povero Bersani e di portarsi così a casa tutto il piatto intero, la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e al Senato. Avventurieri che non conoscono più neppure l’aritmetica. Ma lo sanno che consenso avrebbe una coalizione che prende poco più del 30 per cento? Poiché un quarto degli elettori non va più a votare, avrebbe il consenso del 22,5 per cento dei cittadini. Avventurieri e irresponsabili. Con l’appoggio di meno di un quarto degli italiani vorrebbero governare nella situazione più drammatica dal dopoguerra. Berlinguer non voleva governare da solo neppure con il 51 per cento. Renzi vorrebbe governare da solo con il 25. E magari con il 25 per cento eleggere anche il presidente della Repubblica, che deve rappresentare tutti gli italiani.

La storia ci dà una risposta sul tema delle alleanze. L’Italia ha avuto tre periodi fortunati. La belle epoque, gli anni ’60 e oltre, gli anni ’80. Da cosa sono stati caratterizzati politicamente? Da una alleanza, o intesa, tra una sinistra riformista e un centro moderato. Tale da emarginare gli estremismi di destra e di sinistra. Turati e Giolitti. Moro e Nenni. Craxi con la DC e i laici. Tutti e tre questi periodi fortunati sono stati travolti da un magma ribellista fatto di antipolitica, di fascismo e comunismo, dove spesso estremismo di sinistra e di destra si confondevano. Nel primo dopo guerra, il comunismo e lo squadrismo. Poi gli anni di piombo. Poi la rivoluzione di Mani Pulite. Guardate il magma ribellista di oggi, a cominciare dal grillismo. E’ sempre lo stesso. E’ la maledizione dell’Italia. E’ il magma che riemerge ogni vent’anni come un fiume carsico.

Sulle alleanze, la lezione viene dal tempo dunque, ovvero dalla storia. Ma viene anche dallo spazio, ovvero dall’Europa. In Germania, la Merkel ha preso il 41,5 per cento dei voti (non il 30, come spera di prendere Renzi). E governerà con i suoi principali avversari: i socialisti. I socialisti potrebbero avere la maggioranza assoluta in Parlamento, alleandosi con i verdi e con gli ex comunisti, ma non ci pensano neppure. Socialisti e democristiani, i pilastri della sinistra e del centro, si sono alleati in Germania nonostante le loro forti e diverse identità. Ed è un grandissimo esempio. Sinistra e centro in Italia invece non osano allearsi stabilmente, nonostante siano pilastri di cartapesta, privi di identità. Lo dico dal 1994, per il bene dell’Italia, ma anche da socialista, perché il bipolarismo è da sempre la catastrofe dei socialisti. I quali, hanno considerato sempre una violenza il “o di qui o di là” 😮 con Di Pietro e Ingroia o con gli ex fascisti. L’ho ripetuto al congresso di Montecatini del 2008, quando per questo potevo essere considerato al di fuori della realtà. “ Il meglio della sinistra e il meglio del centro –dicevo- devono trovare una intesa. La parte raziocinante dei due schieramenti, quella che si richiama alla grandi tradizioni culturali della prima repubblica(socialista e democristiana) deve affrontare insieme le emergenze irrisolte e aggravate con uno sforzo di unità nazionale”. Lo ripeto oggi, mentre fuori dalla realtà sono ormai gli altri. Hanno fatto esattamente quello che proponevo nel 2008. Ma non vogliono dirlo apertamente. Qui sta la debolezza di Letta e Alfano. Se non troveranno il coraggio di combattere, di trasformare in una strategia politica quella che presentano come una tattica di ripiego, sofferta e momentanea, saranno spazzati dagli avventurieri prima ricordati. I quali stanno sia nella sinistra sia nella destra. Si insultano e strepitano, ma sono in verità alleati. Libero e il Fatto quotidiano. I falchi alla Santanchè e i falchi del PD. Vogliono correre il più presto possibile alla roulette del Porcellum e tentare il colpo grosso. Basta con questi giocatori d’azzardo. Basta con gli avventurieri che ordinando “o di qua o di là”, definendo inciucio ogni ragionevole compromesso, tengono in ostaggio gli elettori e impongono una camicia di forza alla democrazia italiana.

Parlando sin qui dell’Italia, ho lasciato da parte i temi della grande politica. Perché non sono urgenti. E’ amaro dirlo, ma è così. Nella politica, come nella musica, i tempi sono decisivi. Vendola e Bartolomei, questa mattina,avevano ragione. Ma indicano una prospettiva impossibile in qualunque singolo Paese, oggi, e ancor più impossibile in Italia. Bisogna accontentarsi. Nenni ricordava sempre: “la politica è l’arte del possibile”. Nella nostra miserabile condizione, in questo momento,basta l’alleanza tra i dirigenti di normale buon senso, di sinistra e di centro (forse persino di destra), basta la stabilità, l’ordinaria amministrazione, un governo di “decent persons”, come dicono gli inglesi (persone decenti, per bene, che non si insultino, che facciano pagare le tasse anche ai furbi, rispettare la legge, applicare le decisioni concordate a Bruxelles). Bastano dei dirigenti politici che comincino pazientemente a ricostruire i partiti veri, quelli che esistevano in Italia e che esistono in tutta Europa, anziché distruggere anche l’ultimo simulacro di partito rimasto,ovvero il PD. Senza i partiti non c’è democrazia.

Bastano dirigenti che, anziché accapigliarsi sulle pagliuzze, vedano le travi (almeno quelle che riguardano la sola Italia). Vogliamo ancora una volta dire che il re è nudo e indicare due di queste travi? Di cui non parla nessuno?

Prima trave. Si discute continuamente di competitività. Ma come si sa essa nasce innanzitutto dall’energia e dalla preparazione dei giovani. Ebbene, l’Italia è il Paese più vecchio d’Europa. Peggio. I suoi giovani (troppo pochi) sono anche i meno istruiti d’Europa. Tra i 30 e i 34 anni hanno una percentuale di laureati del 21 per cento contro il 45 della Gran Bretagna e il 43 della Francia. Sono gli ultimi, persino dopo la Romania. Non solo. Corrono a laurearsi in legge anziché in ingegneria. E un ingegnere su dieci (i più bravi) se ne vanno a lavorare all’estero. Anche perché in Italia si ciancia di merito, ma si celebra il simbolo del non merito. Applaudendo, ad esempio, l’assemblea dei giovani imprenditori, ovvero dei figli degli imprenditori.

Ed ecco la seconda trave. Nascosta dalla grande stampa, ovvero dai giornali degli imprenditori e dei loro figli. Le grandi aziende a capitale familiare in Italia sono il doppio che in Europa. Non solo. In esse, il 40 per cento delle posizioni di vertice è coperto dai figli e nipoti di papà, contro il 6 per cento in Germania. “Immensamente peggio- osserva l’economista Roger Abranavel, che non è certo un socialista- va nelle piccole e medie aziende”. E conclude. “Non è con questa leadership che le imprese italiane riusciranno a crescere”. Altro che merito! L’economia italiana è governata non dal merito, ma dal nepotismo. E cianciano di merito i nepotisti più spudorati.

Lasciamo le nostre miserie. La grande politica, la politica vera, deve tornare. Non può tornare a livello nazionale, perché la politica confinata nei singoli Stati non conta più nulla. L’orizzonte minimo per fare politica è l’Europa. Lo diceva Turati nel 1896(1896!): abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’Europa. Parafrasando lo slogan del congresso socialista del 1947 si può aggiungere: “Non c’Europa senza politica, non c’è politica senza Europa”.

La grande politica deve indicare la battaglia epocale, la battaglia epocale, che attende una nuova generazione di socialisti. Purtroppo non la mia. Martelli ne parlava poco fa’. I socialisti che sono cresciuti allo stesso modo, evidentemente, la pensano sul futuro allo stesso modo. In una singola Nazione, lo ripeto, è una battaglia perduta in partenza. Ma cominciando dall’Europa unita, la battaglia si può iniziare. I nostri nonni socialisti hanno combattuto i padroni delle ferriere all’inizio del ‘900. Ma la casta (quella si, non quella politica) dei finanzieri senza frontiere è molto peggio. Loro, i padroni delle ferriere, credevano nell’etica del lavoro. Le ricchezze nascono dal lavoro. Questi credono nell’etica del gatto e della volpe. I quali dicevano a Pinocchio: pianta come semi le monete d’oro e nasceranno altre monete d’oro. Loro erano patrioti, questi sono apolidi. Non hanno nazionalità. Anzi. Hanno creato Nazioni finte (vanno di moda le isole, meglio piccole), le hanno trasformate in paradisi fiscali e vi hanno nascosto una ricchezza pari al prodotto nazionale lordo di Stati Uniti e Giappone messi assieme. Una ricchezza immane rubata a noi e nascosta dai moderni pirati nelle isole del tesoro degli anni ‘2000. Loro (i padroni del ‘900) scommettevano sullo sviluppo e sulla conseguente crescita della Borsa. Questi scommettono a volte sulla crescita, ma a volte, indifferentemente, sul crollo, e lo provocano, speculando al ribasso, per guadagnare sulla rovina dei risparmiatori. Quelli rischiavano di persona e se fallivano magari si sparavano un colpo in testa. Questi hanno inventato un marxismo alla rovescia. Hanno privatizzato gli utili (quando guadagno mi prendo il malloppo). E pubblicizzato le perdite (quando perdo e rischio la bancarotta,paga lo Stato). Perchè sono troppo grandi per fallire (too big to fail, come dice il povero Obama). Quelli scommettevano in Borsa i soldi che avevano. Questi scommettono quelli che non hanno. Puntano sulla roulette delle Borse (trasformate in casinò senza frontiere) cento, ma possiedono dieci. Lo chiamano leverage. Leva.

Non sono stati i salari, o le pensioni o la sanità pubblica a far crollare l’economia mondiale. E’ stata questa banda di pirati irresponsabili, accecati dall’avidità e dall’arroganza. Hanno provocato più danni economici di una guerra mondiale (spiegano gli istituti studi). Hanno costruito una economia di carta che ha soffocato e distrutto l’economia reale, quella costruita dal lavoro dei salariati e degli imprenditori. Una economia di carta dove i capi guadagnano decine di milioni di euro all’anno, sia quando i risultati sono buoni sia quando sono catastrofici.

Come si è persa la bussola del buon senso e della morale comune? Si è persa perché, finita la terza guerra mondiale tra Est e Ovest, la destra ha puntato non più soltanto sullo Stato minimo, ma sulla politica minima, sulla privatizzazione della politica. Meno politica c’è, meglio è. Più ridicola, delegittimata e provinciale è la politica, meno è di ostacolo alla finanza senza frontiere. Se ci fossero stati la politica e i partiti con la P maiuscola avrebbero arginato il liberismo sfrenato. La sinistra italiana senza identità è caduta in pieno nella trappola, si è associata al coro della antipolitica e ha tagliato così il ramo sul quale sedeva. Rinascerà quando tornerà quando smetterà di guardare le pagliuzze indicate dalla grande stampa e vedrà finalmente la trave. Quando smetterà di combattere i consiglieri provinciali e avrà il coraggio di affrontare Morgan e Stanley. Questa è la grande battaglia del futuro. Da combattere con la testa, quella del 2020. E con il cuore, che per i socialisti è sempre lo stesso, quello dell’800. Purtroppo, anche sul tema del cuore, la sinistra italiana costituisce un caso unico al mondo. E’ l’unica, assolutamente l’unica, dove i militanti non si chiamano compagni. Come si fa da oltre un secolo, come si fa in tutti i continenti. Forse se ne vergognano. Eppure De Amicis, un socialista che di cuore se ne intendeva, scriveva. “ Questa parola “compagno”, che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee, è per noi un argomento di conforto e di gioia. Quando pure l’infermità o la vecchiaia ci condannasse nei nostri ultimi anni a essere soldati disarmati e inoperosi all’idea che ci splende nella mente, questa parola ci rimarrebbe sempre nell’anima. E all’ultima nostra ora, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta compagno, come nei nostri bei giorni di lavoro e di battaglia”.

C’è nelle parole di De Amicis la retorica del tempo. Certo. Ma quando la sinistra italiana riscoprirà il significato profondo della parola “compagno” farà un passo verso la riconquista della sua identità. Un passo decisivo. Perché senza identità non c’è futuro.

IL TEMPO DEL CORAGGIO

Bastianelli_Claudia_apreAffollata seconda giornata del congresso socialista a Venezia con la prima parte della mattinata dedicata agli interventi dei delegati inframmezzati da quelli di alcuni ospiti.
Sul palco nella prima parte della mattinata anche il direttore dell’Avanti Mauro Del Bue.

Sintesi dell’intervento Mauro Del Bue

Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha detto tra l’altro: “In Europa non hanno contato i progressisti e ha fatto scuola solo il rigore con le conseguenze negative che si sono viste. Cl rigore e solo con esso si è prodotta la recessione e un maggior debito pubblico. Bisogna voltare pagina e il 2014 sarà l’anno decisivo. Il governo è pronto ad assumere decisioni importanti, sia sul versante economico, sia su quello politio-istituzionale. Sarà l’anno del rilancio della buona politica. Sono in cantiere importanti provvedimenti per creare sviluppo ed equità e anche quelle riforme dello stato che il paese attende da troppi anni. I socialisti e Riccardo Nencini in particolare, sono attestati su una giusta trincea. Con la presidenza italiana del semestre europeo molte cose cambieranno. Voglio ricordare le due presidenze italiane, quella del 1985 (con Craxi) e quella del 1990 (con Andreotti) che furono foriere di importanti provvedimenti, il trattato dell’Unione e la moneta unica. Sono convinto che insieme ce la faremo.

L’intervento integrale di Mauro Del Bue

IL SEGRETARIO UIL ANGELETTI, PRESTO L’ITALIA CONOSCERA’ LA MISERIA – Il segretario del Uil è intervenuto al Congresso socialista con un’analisi lucida e molto dura sulla realtà italiana: “Il Paese si appresta a vivere una situazione in cui conoscerà una nuova virante della povertà: la miseria”.

Disoccupazione giovanile alle stelle,  l’unico paese dell’Ocse ancora in recessione, sono solo alcuni secondo il leader sindacale dei dati che danno l’idea della gravità della situazione alla quale “forse non siamo in grado di porre rimedio”. “Il governo di larghe intese ha fatto una legge id stabilita che, ad essere benevoli, e’ inutile e, in una situazione come questa, una politica economica inutile e’ estremamente dannosa perché mantiene la deriva sulla quale siamo incanalati”.

Angeletti afferma che, se siamo il Paese peggiore probabilmente abbiamo la classe dirigente peggiore che ha, tra le sue responsabilità più gravi, quella di “non porsi una drammatica domanda e cioè se questo sistema abbia uno cultura economica e sociale che la metta in grado di far uscire il Paese da questa condizione”

Il segretario generale del Uil ricorda che, in assenza di un approccio del genere, la sinistra italiana tende a ricreare attraverso “eventi” della aspettative su miracolose soluzioni che non verranno. Il riferimento e’ alle prossime primarie del PD. “I problemi dell’Italia devono essere risolti dagli italiani” ha detto Angeletti perché l’Italia e’ l’unico paese al mondo in cui “a causa di un sistema fiscale scandaloso, la media delle tasse pagate dagli imprenditori e’ inferiore alla media delle tasse agate dai dipendenti”.

Di fronte a questa realtà, Angeletti confuta le teorie populiste che accusano la Germania di egemonia: “La Germania e’ l’unico esempio di capitalismo industriale che e’ riuscito sconfiggere il capitalismo finanziario. I tedeschi, a differenza nostra, hanno capito che il produrre e il fare erano meglio della finanza”.

VENDOLA: IL RIFORMISMO SONO DI VITTORIO E DI VAGNO.

Nichi Vendola strappa l’applauso del congresso socialista con un personale esame di coscienza: “Basta con i feticci. Per me che sono stato comunista dico che non è più possibile usare le menzogne a fin di bene, aspettando il sol dell’avvenire”. L’affermazione di Vendola verrà poi commentata da Nencini che appena terminato l’intervento, prende il microfono per ringraziare l’ospite: “Oggi Nichi ha smesso in discussione la sua storia personale lo ha fatto con noi, è una bella giornata”

Per tornare a Vendola, il leader di SEL aggiunge anche una considerazione per l’Europa: perché guardiamo alle elezioni europee con preoccupazione? Perché rischiamo di avere un parlamento contrario all’Europa. Siamo stati complici della costruzione della Europa come fortezza.

La parola riformismo è stata mistificata. Ci vorrebbe un riformismo audace capace di avanzare. Ci stiamo congedando da generazioni che hanno conosciuto la povertà. Le generazioni del dopoguerra l’hanno accantonata. Le nuove generazioni rischiano di conoscere la povertà di nuovo, sono incapaci di avere una prospettiva di futuro. “Dico no alla parabola guerrafondaia di Hollande. Trovo assurdo che sia il Papa, e non la sinistra, a criticare il liberismo. Io voglio portare in Europa un riformismo audace”.

Tocca solo a Papa Francesco criticare il liberismo selvaggio? Nessuno ha più rendite di posizione a sinistra, ma occorre ricostruire la credibilità di una sinistra in grado di intrecciare lavoro e libertà. Importante ridefinire il cammino che vogliamo compiere. Il terreno del Governo, quando diventa il terreno del trasformismo, è un terreno che ci condanna. Dove è il limite delle esperienze di Hollande, Obama, Dilma Rousseff. Occorre ricostruire delle idee forza in grado di riavviare un cammino.
Con il Governo Monti è stata sospesa la politica, anche la possibilità dell’analisi politica. Si sono create aspettative, poi disilluse: 40 percento di disoccupazione giovanile, si parla dell’uscita di Berlusconi dal Parlamento, per esorcizzare il berlusconismo che è dentro le viscere del mostro Paese. Occorre mettere la qualità della vita al centro della nostra azione. Occorre avere coraggio per guardare in faccia la nostra sconfitta, quando la gente più povera dice che siete tutti uguali,m siete tutti una razza. Si può sconfiggere il populismo solo ad una condizione: non blindarsi nei palazzi, ma tornare nei luoghi di formazione e di lavoro

Il leader di SEL prevede di incontrare prima di Natale il candidato del PSE alla Commissione Ue Martin Schulz. Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera di SEL, ha avuto incontri con vari dirigenti socialisti europei e rimane aperta la domanda di verificare con il PSE un possibile percorso di adesione. Lo stesso Vendola ha partecipato a Bruxelles a una riunione del comitato socialista delle regioni. Un tema che tornerà a gennaio uando SEL terrà il suo congresso. “Il socialismo europeo – dice Vendola – non è il mio approdo ideale. Mi interessa portare nel socialismo europeo un riformismo audace, di cui in Europa c’è molta carenza. La crescita dei neonazisti in tutta Europa è un termometro che misura la febbre di una società impaurita e impoverita. Bisogna dire no alla subalternità al liberismo, o la politica affronta i temi sociali oppure i veleni penetreranno nel corpo europeo”.

Vendola  rimprovera poi il PSI di avere tolto dal proprio simbolo la falce e il martello: “Lo faceste per intercettare il ceto medio e la borghesia. Ma oggi la crisi e l’impoverimento stanno facendo saltare i corpi intermedi della società. In Italia c’è un milione di bambini che vivono nella povertà assoluta”. “Noi possiamo sconfiggere il populismo se non ci chiudiamo nei palazzi. La sinistra deve intrecciare il lavoro e la libertà. Il riformismo non è resa. Il riformismo sono Di Vittorio e Di Vagno.

NASSO: CONTRARI A ULTERIORE SVENDITA, RAI BENE NAZIONALE

“Il Psi è assolutamente contrario a questa ulteriore svendita di un bene nazionale”. Lo ha detto Paolo Nasso intervenendo dal placo del Congresso a proposito dell’ipotesi di una privatizzazione della Rai. “Della Rai si può dire tutto – ha spiegato – ma resta comunque la maggiore azienda culturale del PaeseLa Rai “deve essere liberata dal controllo diretto dei partiti, cambiando la legge che ne determina l’assetto azionario e i criteri di nomina, ma deve continuare a rappresentare le grandi correnti politiche, sociali, religiose dei padri costituenti, nel rispetto dello spirito e degli intenti con i quali fu scritta la Costituzione a garanzia della libertà di espressione”. “Propongo che ad ogni abbonato sia riconosciuto in assemblea lo stesso diritto di un’azionista” perché solo così i cittadini potranno avere un ruolo nella riforma del servizio pubblico.

ANGELO SOLLAZZO: SOCIALISMO, LA RICETTA GIUSTA PER USCIRE DALLA CRISI

Occorre ridare alla politica la nobiltà che le compete e, dopo il fallimento del comunismo e del capitalismo senza regole, ritornare alle culture politiche escludendo quelle chiaramente fallimentari. Chi pensa di inventarsi nuove sigle fa finta di non ricordare il fallimento della Rosa nel Pugno e di trascurare il travaglio che sta vivendo il PD. Bisogna invece riunire tutti coloro che si richiamano realmente alla sinistra riformista che oggi non può che essere una promanazione del socialismo europeo. Pensare di coinvolgere di nuovo i radicali, ormai con numeri inferiori ai nostri, i liberali e laici, inesistenti e svaporati, improbabili Circoli e associazioni non ben individuati, significa essere velleitari e rinunciare al nostro ideale forte e vincente in Europa e nel mondo.

Non possiamo fare politica con le solite trovate che poi lasciano il tempo che trovano. Un’invenzione al giorno non toglie il medico di torno, ma crea confusione e sconcerto quando invece abbiamo la nostra stella polare che potrebbe tornare a brillare senza mutuare alcunché da altri. (…)

Avevamo, infine un’occasione storica, dovuta alla legge elettorale detta porcellum. Si poteva cioè, dopo tanti anni, eleggere sotto le nostre vere insegne un gruppo nutrito di parlamentari socialisti. Si è scelto di imboscarsi nelle liste del PD, partito in crisi perché senza identità, garantendo qualche amico, ma perdendo una grande occasione. Ciò che non si comprende è il fatto che nessuno si assume la responsabilità delle disfatte, come se fosse dovuto il tutto al destino cinico e baro. Boselli dopo la cocente sconfitta che ridusse il PSI allo 0,9%, con dignità fece un passo indietro. Oggi che siamo allo 0,5%, e forse meno, nulla si muove, coem se le colpe fossero di altri e il Congresso, che si sarebbe dovuto celebrare un anno fa, viene spostato all’autunno.

ROBERTO BISCARDINI: UN GRANDE PROGETTO DI CAMBIAMENTO DELLA SOCIETÀ

Basta primum vivere. Ieri Riccardo Nencini nel suo intervento ha fatto un elenco lunghissimo di cose da fare. Una sorta di shopping list del socialismo italiano che richiederà anni per essere portata a termine. Qual è l’idea forza di questa shopping list come identità dei socialisti per il futuro? Forse manca un sintesi. Io ho cercato di immaginarla e sono tornato indietro nella storia per andare a leggere le ragioni per cui i socialisti perché nacquero 120 anni fa: la prima era costruire uno Stato che fosse garanzia di libertà per tutti, democratico, giusto; invece noi oggi abbiamo la vera questione che dovremmo porci è l’efficienza dello Stato per dare risposte ai cittadini. Se lo Stato non funziona non ci sono riforme che tengano.

Questo congresso ha discusso anche di noi stessi e ho sentito qualcuno lamentarsene. Ma non è un delitto parlare del partito. Non sono d’accordo col segretario con la sua linea politica. Il partito dovrebbe rendere conciliabili due cose che non sono conciliabili: il socialismo europeo e l’appoggio acritico al governo Letta. Non possiamo essere acquiescenti col governo e essere socialisti perché questo governo non può dare risposte alle domande del socialismo.

Costruiamo dal partito per iniziativa del partito un movimento socialista per dare vita a riforme socialdemocratiche importanti. Basta con questa adesione acritica al governo; misuriamo il nostro appoggio in Parlamento in base a quello che il governo può fare. Diamoci appuntamenti concreti.

Come affronteremo per esempio l’appuntamento elettorale europeo? Io credo che ci siano spazi per proporre una lista socialista alle elezioni europee che non è una lista del PSI, ma una lista ‘socialista’, di proposte socialiste. Dobbiamo lavorare per un grande progetto di cambiamento della società. Lo status quo è il declino del partito.

ORESTE PASTORELLI, AMBIENTE E TERRITORIO RISORSE CENTRALI PER IL PAESE E BATTAGLIA POLITICA SOCIALISTA
«Organizzare una politica socialista che sia immediatamente riconoscibile agli occhi dei cittadini e degli elettori». Così il deputato socialista e tesoriere del Partito, Oreste Pastorelli, ha esordito nel suo intervento al 3* Congresso Socialista di Venezia. Pastorelli ha ricordato che l’impegno per il prossimo futuro, «è quello di creare uno spazio politico che renda il PSI immediatamente riconoscibile», facendo proprie «battaglie che siano capaci di migliorare la vita dei singoli, dei cittadini, dei piccoli imprenditori e di tanti giovani che aspettano solo un’occasione per essere messi alla prova e dare un possibilità di crescita al Paese». Di fronte a questa realtà, sottolinea il deputato socialista, «senza dubbio uno dei temi su cui battersi è quello dell’ambiente. Ambiente inteso come quel complesso di fattori che riguardano il territorio, l’economia, la cultura e la visione del futuro del nostro Paese». Parole alle quali ha fatto eco l’intervento del segretario generale della CGIL, Susanna Camuso, che ha parlato di «ambiente e territorio» come delle «più importanti risorse del nostro Paese». In riferimento agli ultimi disastri ambientali che hanno interessato la Sardegna, infatti, Camusso ha posto anche il problema della relazione tra ambiente e occupazione: «Quanto costa riparare il territorio invece di dare lavoro a tanti giovani senza più dover affrontare periodicamente spese straordinarie oltre che un pesante costo di vite umane?” si chiedeva retoricamente il segretario generale della CGIL.

In quest’ottica, Pastorelli ha ricordato l’importanza di «raccogliere la sfida posta dalla salvaguardia dell’ambiente attraverso politiche volte a favorire la “green economy”» sottolineando come si tratti di «un’economia del know-how e della conoscenza che non si limita, per tanto, al mero settore agricolo, ma innesta processi virtuosi per l’intero sistema-paese, una trasformazione economica, ma anche culturale».

Pastorelli ha concluso ribadendo che «ci troviamo in una fase storica di transizione che ha cambiato inesorabilmente i paradigmi tradizionali e che ci obbliga a ridefinire le priorità e le strategie».

 SUSANNA CAMUSSO, NECESSARIA UNA PATRIMONIALE SUI GRANDI CAPITALI 

«Partire dalla patrimoniale per uscire dalla crisi». Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, intervenuta al 3* congresso socialista non ha dubbi sulla necessità per la politica di «tornare a fare delle scelte, anche forti». Tra queste, quella della patrimoniale proposta dal segretario Nencini, secondo Camusso è centrale perché «vi è un’imprescindibile necessità di ridistribuire la ricchezza, investendo verso il basso». IL segretario CGIL ha parlato del rischio che l’impoverimento faccia crescere la rabbia, soprattutto perché, «nella stagione in cui bisognerebbe abbandonare finanziarizzazione dell’economia, ci si inventa la finanziarizzazione achimistica della Banca d’Italia, un vero e proprio pericolo per le Istituzioni». «Stiamo diventando l’Italia del rancore», ribadendo che «come Cgil abbiamo proposto in tempi non sospetti che quello era il terreno, così come lo è quello dell’equilibrio nella tassazione delle rendite finanziarie».


BOBO CRAXI: UNA LISTA UNICA DEL SOCIALISMO EUROPEO

La politica fa oggi fatica a rispondere alla crisi. Questo Congresso socialista non può non risentire l’eco di una preoccupazione più forte e più fondata circa lo stato della nostra economia, della nostra democrazia e le condizioni generali del Paese in cui viviamo e in cui si esercita la nostra lotta politica. Una crisi così prolungata non può non essere valutata e giudicata per quello che è, in un contesto più ampio di crisi economica di tutto l’occidente in cui, tuttavia, salta agli occhi il caso italiano, che sottolinea in modo eloquente una crisi della classe dirigente di questi ultimi venti anni, economica, politica e sociale.

Per questa ragione, e non per altre la figura istituzionale del capo dello Stato è l’ultimo filo che lega la democrazia alla realtà italiana, l’ultimo filo logorato che cuce il rapporto fra democrazia e pace sociale, in attesa che si formino classi dirigenti diffuse e partiti omogenei e democratici e non personali, leaderistici, flessibili o ‘virtuali’ in rete”.

Fa impressione avere un’Europa dei burocrati e dei banchieri, un’Europa di nuovo dominata dalla supremazia germanica. Avremmo invece bisogni di un’altra Europa, Di un’Europa che parli con una voce unica e che si occupi e risolva i problemi dei suoi cittadini, che superi l’odioso parametro del 3% per fronteggiare sul serio la crisi.

Ci sono state prima del congresso discussioni tra di noi. È vero che possiamo dire oggi che il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno, ma dobbiamo riconoscere i nostri errori, errori di tutti come ad esempio quella di negare ai socialisti la possibilità di partecipare col loro simbolo alle elezioni, di partecipare alle primarie. Errori politici e l’unico rimedio che può esserci è solo uello di non ripeterli più. Per questo penserei anche a preparare la nostra partecipazione alle eventuali primarie del centrosinistra.

Approfittiamo del prossimo Congresso del PSE per chiedergli di sovrintendere alla ricostruzione del perimetro socialista in Italia. Progettiamo una lista unica del socialismo europeo che faccia riferimento nel nostro Paese al socialismo, quel socialismo fondato nel 1892.

 Il testo integrale dell’intervento di Bobo Craxi

L’intervento di Mauro Del Bue

L’intervento di Mauro Del Bue
Sabato 30 novembre 2013

Siamo qui per risolvere il famoso dilemma di Amleto. Siamo qui per essere, per vivere, e progettare il futuro. Ma per essere dobbiamo potere affermare la nostra diversità. Come nel febbraio del 1957 proprio a Venezia, il PSI di Nenni sviluppò la sua autonomia politica, così oggi, ancora da Venezia, noi affermiamo la nostra volontà di esistere, cioè di fare, non per testardaggine o per abitudine, ma perché il nostro spazio non si è esaurito. Anzi pare oggi dischiudersi sia pure in forme nuove.

La nostra proposta congressuale è l’unità dei socialisti europei, la presentazione di un’unica lista alle prossime elezioni europee. Questo è il tratto unificante delle tre mozioni, che invece si differenziano sul come essere socialist in Italia e sul apporto col govorno Letta. Francamente non penso che Pd e Sel accoglieranno la nostra proposta di unire le forze con un’unica lista del socialiamo europeo alle prossime elezioni, anche se con noi voteranno Martin Schulz al vertice della Commissione. È ben strano che il più piccolo dei partiti proponga l’unità ai più grandi e questi ultimi siano gelosi della loro indipendenza. Vuol dire che i più grandi hanno paura di assumere l’identità del più piccolo, l’unico che l’identità ce l’ha. Si può essere piccoli numericamente ma grandi per identità, si può essere grandi numericamente, ma piccoli, divisi, incerti e deboli perché privi di identità. Il Pd si è accorto finalmente che esiste l’Europa e che si deve fare una scelta di allineamento con essa. Peccato che non se ne sia accorto al momento della sua nascita e durante questi anni. Se oggi se n’è finalmente reso conto e sceglie il campo socialista, questa la dobbiamo considerare una vittoria, una nostra vittoria, visto che a quest’approdo noi lo abbiamo richiamato, stimolato, incoraggiato e indotto anche con la nostra iniziativa critica. E ciò riguarda anche Sel che ha chiesto l’adesione al socialismo europeo, dopo lunghe e travagliate riflessioni.

S’apre per noi alla luce di questa novità una nuova, vecchia questione. Essere solo socialisti europei e dunque dichiarare chiusa la nostra esperienza nel momento in cui altri sono ormai avviati a divenire quel che siamo sempre stati o continuare a essere, perché non siamo solo socialisti europei, ma anche e soprattuto socialisti italiani ed è col socialismo italiano che costoro dovrebbero confrontarsi

La nostra scelta è chiara.

Noi siamo stati socialisti liberali. Io lo sono più che mai ancora oggi e credo che tra noi e gli altri partiti della sinistra restino almeno quattro questioni ancora non risolte, rispetto alle quali non è venuta meno la nostra diversità, rispetto alle quali non vale la nostraomologazione, quattro questioni richiamate nella nostra mozione e solo in essa, sulle quali concentro il mio intervento.

La prima riguarda il giudizio su questo ventennio che noi abbiamo definito seconda repubblica mai nata e che abbiamo anche processato e condannato in quella iniziativa che mi sono permesso di proporre e che il partito ha splendidamente organizzato a Roma. Sono stati vent’anni neri, di decadenza politica, economica e anche morale. Ebbene di questo noi non sentiamo alcuna responsabilità e dal banco degli accusati a cui una giustizia di parte ci aveva relegati alla metà degli anni novanta, ci dobbiamo trasferire sul banco degli accusatori. Con coraggio, senza tentennare, senza esitare. Chiedere di dar conto del perché il debito pubblico che quando Craxi scese dal governo era all’86 per cento del Pil, ed era tanto, forse troppo perchè non si era tagliato abbastanza, sia poi arrivato oggi al 133, sottolineare come la crescita che negli anni ottanta era il doppio di quella europea è poi divenuta negli ultimi vent’anni meno della metà, con una recessione che sembra non finire mai tanto che quando noi parlavamo di nuove povertà avevamo in mente un paese che quelle vecchie stava ormai superando mentre oggi siamo tornati al primum vivere, alla difficoltà di sopravvivere, alla povertà di vecchio stampo, pretendere le ragioni di una politica di asservimento acritico all’Europa, quando semmai sarebbe stato utile una classe dirigente con lo spirito di Sigonella, ostinata a difendere l’interesse nazionale e a pretendere se necessario anche la ricontrattazione dei parametri di Mastricht. Giudicare il ventennio della speranza smarrita per le nuove generazioni con oltre il 40 per cento di disoccupati, con la democrazia in soffitta, con il Parlamento dei nominati, i listini regionali dei raccomandati, popolato da finte igieniste dentali e da consiglieri specializzati in gite turistiche e hotel di lusso con cene a base di ostriche e champagne, con tesorieri che rubano nelle casse dei loro partiti e partiti che rubano la libertà ai loro iscritti. Il ventennio del dipietrismo col suo vate ispiratore scopertosi abile immobiliarista e ricco proprietario mentre noi senza soldi e potere e animati solo dalla nostra passione ci siamo rintanati nei sottoscala dei condomini di periferia per continuare a fare politica. ll ventennio del falso bipolarismo. Un bipolarismo in cui sono costretti a collocarsi i partiti italiani e che si sfalda sempre il giorno dopo le elezioni. Il bipolarismo truffa perchè si presenta in un modo agli elettori e in un altro in Parlamento. Un bipolarismo che è in default sia nella forma bastarda, italiana, sia nella forma classica di stampo europeo, soprattuto a causa della crisi che ha partorito dal suo seno forti movimenti di contestazione di destra, di sinistra e senza collocazione, che rendono meno distanti i partiti socialisti e popolari di quanto non lo siano entrambi da questi movimenti di contestazione radicale. Questo ventennio che appartiene anche al Pd, non ci appartiene. E prima si concluderà e più saremo contenti, non solo per noi, ma soprattuto per l’Italia. Il ventennio dei manager di stato più pagati, altro che stipendi dei parlamentari, sui quali si sono concentrati giornalisti o disinformati o in malafede. Il sistema politico italiano sta crollando. sta crollano per intero dopo la scsioe di Alfano, e i singolari analoghi sussulti della parte opposta. Tenteranno una

legge elettorale per rimetterlo in piedi. Non credo per quel poco che possiamo fare, che dobbiamo agevolarli.

Alla denuncia la proposta. Dobbiamo voltare pagina. Al più presto e in modo netto. Occorre un vero e proprio piano di risanamento e di rilancio di un paese in ginocchio, varare una nuova legge elettorale che io auspico dunque proporzionale di stampo tedesco e un rafforzamento del presidente, con partiti identitari di carattere europeo, con una proposta di unità politica ed economica dell’Europa non più schiava del folle rigore che scambia gli investimenti per spese e con banche al servizio delle imprese, con tasse ridotte sulle imprese e sul lavoro. Con gli Stati uniti d’Europa, del quale Turati parlò per primo nel 1929, non solo con la moneta unica d’Europa, e con una classe politica certo giovane ma anche nuova nel modo di fare politica, non schiava dell’umore popolare e dei sondaggi. Una classe politica che sappia togliersi le ragnatele, la ruggine, e anche scontare finalmente quella condanna senza scampo che alla politica ha decretato la gente comune. Noi non sognamo un impossibile, ritorno al passato. Ma l’avvio di una nuova repubblica, chiamola terza, che si sposi con i nostri interessi nazionali.

Poi c’è un secondo versante che riguarda la libertà. Noi non possiamo delegare la lbertà a un popolo che si è affidato a un partito senza libertà. Nè possiamo accettare una sinistra che si è dimenticata delle libertà perchè le considera di destra. In questo ventennio ha sostenuto e orientato lo scontro politico un duplice conflitto d’interesse. Quello di Berlusconi che ha mischiato politic e informazione, quello dei magistrati che hanno mischiato politica e giustizia. due conflitti d’interesse noi possiamo combatterli, siamo gli unici, assieme ai compagni radicali, che li possono combattere entrambi. Questo duplice conflitto d’interesse ha giustificato questo bipolarismo. Con una destra che ha visto solo il conflitto della magistratura e con una sinistra che ha visto solo quello di Berlusconi. Per di più quando hanno reciprocamente governato non hanno saputo e voluto risolvere il conflitto opposto. Quando ha governato il centro-destra non è stata varata alcuna riforma organica della giustiza, quando ha governato il centro-sinistra non si è partorita alcuna legge sul conflitto d’interesse d Berlusconi, come se il bipolarismo italiano vivesse di questa duplice illegalità, e da questa sola traesse la sua legittimazione.

Noi invitiamo il Pd ad aderire ai referendum radicali sulla giustizia, a smetterla di tentennare, di pasticciare, di traccheggiare. Sono referendum di libertà. Perché finalmente i magistrati, come noi per primi proponemmo nel 1987, vengano sottoposti al principio di responsabilità, perché la si finisca con l’applicazione illegale della carcerarazione preventiva, perché l’Italia non resti l’unico paese ove non esiste la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti. L’unico precedente, ce lo ha ricordato Angelo Panebianco, è stato il Portogallo di Salazar. Un’Italia dunque salazariana in tema di giustizia e per di più richiamata e sanzionata piu volte dall’Europa. Il complesso di Berlusconi non può essere l’eterno alibi per rifiutersi di guardare in faccia la verità. E per non combattere battaglie di garanzia per tutti i cittadini.

Noi dobbiamo ringraziare Enrico Buemi per le posizioni assunte sulla vicenda della decadenza di Berlusconi al Senato, sulla questione del voto segreto e anche sulla legge attorno ai presunti reati di negazionismo. I principi della tolleranza e del rispetto delle leggi e delle normative deve essere applicato anche a fronte degli avversari e delle teorie più ingiustificate e assurde. E così sul caso Cancellieri il partito, e in primis Riccardo Nencini, ha fatto bene ad esprimere una posizione contraria alle dimissioni. Sfidando le ire dei dimissionisti di professione, del giornale delle Procure “Il fatto quotidiano” (caso Tortora) e di Marco Travaglio, dal cui volto non traspare mai un minino cenno di umanità, di pietà, di tolleranza. Ma solo un sorriso acido e compiaciuto. E basta, compagni amici, del Pd con quella continuo ritornello che le sentenze non si giudicano, non si commentano. Pensate se avessimo fatto tutti così con Enzo Tortora. Riprendete la parola, esponetevi con noi in battaglie di libertà.

i tre candidati alla guida del Pd hanno svolto parte delle primarie sulla decadenza della Cancelleiri. Luigi Manconi ha dichiarato che la posizione dei dimissionisti rappresenta una deriva della sinistra, l’azzeramento di diritti e valori, l’assecondamento alle pulsioni piu basse, all’urlo feroce”. Ci ha pensato Letta a dimostrare ai gruppi parlamentari del Pd che due più due fa quattro. Era molto complicato prevedere che un voto contrario a un ministro del suo governo era un voto contro il suo governo? Evidentemente era molto difficile. Così hanno scoperto l’uovo di Colombo o uovo di Letta e cioè che un partito di maggioranza non può votare una sfiducia a un ministro di un governo di cui fa parte. Sembra di essere su Marte.

I dimissionisti di professione hanno accusato il ministro di aver telefonato troppo, naturalmente senza porsi il problema dei motivi per i quali alcune telefonate siano state intercettate e diffuse sulla stampa. Gli stessi ritengono che il ministro avrebbe dovuto staccare il telefono, punto e basta. Oppure comprare tanti gettoni quanti sono i carcerati e telefonare a tutti. Secondo altri, prevalentemente renziani, avrebbe dovuto fare un sondaggio e chiedere a quanto ammontava il consenso alla segreteria del Pd se il candidato avesse risposto in un senso o in un altro. Poi anche verificare se per caso il ministro avesse votato Renzi alle primarie e anche nel caso fosse stato raggiunto da avviso di garanzia assolverlo e invece condannarlo nel caso avesse per Cuperlo. Secondo altri ancora, prevalentemente del Pdl, avrebbe dovuto chiamare un consigliere regionale, affidarle la delicata e spinosa questione, d’altronde anche la persona in oggetto era una nipote, ma di Ligresti, e poi chiamare personalmente la guardia carceraria. Così l’equazione con Berlusconi era completa.

Il giornale delle Procure Il Fatto quotidiano ha anche chiesto le dimissioni di Nichi Vendola, per via di una risata telefonica, forse non di gusto eccellente, ma pur sempre una risata. Possibile che costoro siano così presi dal loro furore come se fossero novelli soldati della Santa Inquisizione? Penso però che Vendola debba applicare le sue licenze telefoniche ingiustamente registrate e illegittimamente fatte pubblicare sui giormali, non solo a se stesso ma anche agli altri. Come facciamo noi che siamo tanto, forse anche troppo, discreti, ma difendiamo anche chi non lo è.

Un terzo versante è ancora rappresentato dalla laicità, dalla concezione dello stato che non può mai essere etico, fautore di principi non condivisi e imposti ad altri. Questo vale ancora per la questione riferita al fine vita ed un sincero, imperituro affetto noi dobbiamo esprimere ancora al nostro compagno Beppino Englaro per la sua battaglia che non è stata vinta, sulle leggi che riguardano le coppie di fatto, la fecondazione assistita, ma anche il principio dello ius soli, a fronte dei drammi della popolazione immigrata, delle continue Lampeduse che torturano le nostre coscienze, richiamate come vergogna da Papa Bergoglio. Basta con timidezze e assurde mediazioni. Su queste materie, sulla libertà, i diritti, la laicità noi incontriamo sulla nostra strada ancora i compagni radicali, i vecchi campagni di sempre coi quali non possiamo evitare di confrontarci e di accordarci perché in fondo rappresentano una parte della nostra storia. E chi vede in questo una contraddizione con la strategia di realizzare una forza italiana del socialismo europeo, abdica alla nostra diversità di socialisti italiani, alla nostra storia di socialisti riformisti e liberali. Non ci potranno annullare nel socialismo europeo, perché noi siamo quel che siamo stati e quel che vogliamo continuare ad essere oggi. Socialisti in Italia, con la nostra storia, le nostre convinzioni, il nostro ineludibile aggancio del socialismo con le libertà.

Una quarta diversità, diciamo cosi di comportamento, riguarda la coerenza con la cultura del riformismo. Che è anche capacità di remare contro corrente, di sfidare spesso l’umore popolare. La politica riformista non la si fa con i sondaggi, ma con le idee, che possono trasformare i risultati dei sondaggi. Penso che nessuno dei leader di oggi avrebbe avuto il coraggio di sfidare e poi riformare i sondaggi ai tempi del taglio della scala mobile. Glielo avrebbero sconsigliato i Mannaheimer di turno. Oggi pare che il Pd sia ancora schiavo di questa cultura da piacioni, un po berlusconiana e un po cattocomuista.

Oggi è tempo di coraggio. Lo è per il governo, l’unico governo possibile, altro che inseguire i grillini per un governo non del cambiamento ma del deragliamento, caro Bersani. E mi fanno ridere quei compagmi che mi criticano perché sull’Avanti sostengo Letta e Napolitano. Sono com Martin Schulz che nella conferenza recentemente promossa dall’associazione di Pia Locatelli manifesta stima e consenso proprio a Letta e Napolitano. È nel momento in cui il governo delle larghe intese si trasforma nel governo delle piccole intese, con uno spostamento a sinistra del suo asse e con noi che rischiamo di diventare determinanti, che propongono le mozioni due e tre, di staccare la spina e di passare all’opposizione? Io penso invece che dobbiamo pretendere mai come adesso di entrare al governo e con una posizione non marginale.

Si aprono spazi di iniziativa intorno a noi, nel Pd si annuncia una singolare nemesi. Gli ex comunisti che non hanno voluto diventare socialisti nel 1989 oggi sono estromessi degli ex democristiani. Sembra la profezia di Ulrica nel Ballo in maschera di Verdi. Ti uciderà il primo che ti darà la mano. Mai fidarsi delle mani dei democristiani. Lo diceva anche Gaber. Dall’altra parte si è consumata una divisione del partito che fu di Berlusconi e che rende possibile un governo al Paese con una maggioranza più esile, ma politicamente più compatta. Al centro si consuma nell’ira la divisone tra montiani e popolari, mentre nella Lega si prendono a schiaffi Bossi e Maroni. I grillini sono perennemente in preda al furore di un Grillo parlante, urlante, delirante, che espelle chi dissente, ispirato da una specie di Fantasma del lago di nome Casaleggio. C’è un terremoto politico segnalato alto nella Scala Mercalli. E noi che facciamo. Rispondiamo con Lucio Battisti. “Tu chiamale se vuoi tre mozioni”. Avremmo potuto presentarci diversamente, magari con una nostra lista alle elezioni? Forse si, l’avevo anche suggerito. Ma non è che coloro che invece fino all’ultimo hanno accettato di inserire candidature nelle liste del Pd e non hanno trovato la propria, oggi possono scoprirsi improvvisamente autonomisti. Vabbè.

Oggi serve una ricomposizione per andare avanti insieme. Questo è possibile e necessario. Votiamo tutti insieme Riccardo Nencini segretario del partito perché se lo merita.

Siamo tornati in Parlamento. I nostri sette, magnifici o non magnifici, fanno il loro dovere. Ecco vorrei si trasformassero in quei cavalieri coraggiosi del film. E ne assumessero un po il tratto spregiudcato. Senza naturalemente augurarmi che succeda a loro quel che succede ai sette nel film, perché alla fine quattro vengono uccisi e ne rimangono solo tre. Abbiamo bisogno di iniziative parlamentari che segnino la nostra originalità. Senza lamentarci dei mezzi pubblici che non ci considerano. Se abbiamo idee originali, idee solo nostre, ci considereranno.

Ad esempio la vogliamo far finita con sta storia dei cosiddetti pentiti che tengono ancora banco anche dopo la tragedia di Enzo Tortora? E denunciare per calunnia quel tale che ha accusato Craxi di aver fatto ucidere Dalla Chiesa che era suo amico e la figlia nostra compagna e componente la nostra assemblea nazionale? E Martelli d’esser stato nominato ministro dalla mafia, lui che ha fatto le leggi più dure e risolutive contro la mafia? E chiedere le dimissioni del presidente dell’Inps Mastrapasqua, che occupa ventidue poltrone e intasca 1 milione e 200 mila euro e lancia l’allarme che non fa dormire i pensionati e poi si smentisce, ma non sente il dovere di lasciare una quindicina di incarichi e di dimezzare il suo stipendio. E chiedere conto a questo ventennio per la svendita dei nostri beni di famiglia, della nostra industria pubblica all’estero come se fossimo ai saldi di fine stagione. E perché nessuno se non noi con l’Avanti ci siamo accorti di questa inchiesta giudiziaria sulla Rai che si serviva dello stesso agente di Berlusconi per sovraffatturare i prodotti cinematografici comprati in America? Perché questo assordante, complice silenzio?

Noi non usiamo il dentifricio clorodont, caro D’Alema, ma possiamo dire quel che vogliamo. Facciamolo sempre e ognuno faccia nella nostra comunità il suo dovere. Io sto tentando di farlo all’Avanti, una testata storica che ho l’onore di dirigere. Ognuno lo faccia dalla propria postazione. E porti il suo granello di sabbia. Che dobbiamo tirare adosso agli altri e non a noi stessi, come troppo spesso facciamo. E lo dico al popolo socialista di Facebook che scrive spesso solo per parlar male di se stesso, in un misto di autocommiserazione, masochismo e di frustrazione da inesistenza del PSI. Noi non possiamo rifare il Psi come l’abbiamo conosciuto. Vent’anni non sono bastati per farlo capire? Ma possiamo, dobbiamo rendere questo nostro drappello di donne e uomini appassionati a una storia, a un’identita, a una politica, un movimento politico attivo, combattivo, coraggioso. Che sa essere, che vuole esserci. Capace di allearsi con altri, ma di rimanere se stesso e di non avere troppa preccupazione di perdere qualche poltrona quando si afferma la nostra identità. È molto piu facile perdere le poltrone quando non si serve a nulla. Ecco tutto questo noi possiamo fare, tutto questo dobbiamo fare, questo dipende solo da noi. Dalla nostra intelligenza, dalla nostra creatività, e anche dalla nostra unità.

Relazione di apertura del segretario nazionale Riccardo Nencini

III ° CONGRESSO P.S.I. – V e n e z i a 
29/30 novembre – 1 dicembre 2013
Relazione di apertura del segretario nazionale Riccardo Nencini

Il mondo è cambiato.

Al Terzo Plenum del 18° Comitato Centrale del P.C. Cinese, dopo quattro giorni di conclave segreto, i mandarini hanno deliberato: ‘Deciderà il mercato’.

La Cina si affida al capitalismo dei falansteri, primordiale e senza diritti, proprio mentre l’Occidente ripensa il rapporto tra mercato e democrazia e tenta di porre un freno al predominio della finanza fissando regole più stringenti.

E’ solo l’ultimo salto della vertigine.

Può accadere che la storia provochi discontinuità nelle consuetudini sociali e nei tradizionali assetti di potere. Un tempo erano le guerre a rovesciare i regimi e sulla bocca dei cannoni viaggiavano la morte e la civiltà. Oggi sono la complessità e il turbocapitalismo a generare lutti e a ridicolizzare il potere pubblico proprio nell’anno in cui si celebrano i cinquecento anni del ‘Principe’, il manuale della ragion di stato e della esaltazione della politica.

Il mondo è cambiato e non sempre la politica, affogata com’è nel presente e deficitaria della prima delle virtù – lo strabismo -, riesce ad annusare in anticipo il vento come i buoni marinai interpretavano i cieli.

La sinistra non fa eccezione.

Slavoj Zizek ha bollato in pagine di fuoco questa deficienza: ‘La sinistra manca di visione globale e non ha uno straccio di programma alternativo alla spesa pubblica’.

Ovunque si voti in Europa, la sinistra riformista non rappresenta che ¼ degli elettori, tra il 25% e il 30% dei votanti. Troppo poco per governare con successo.

Questa stessa riflessione ha coinvolto i candidati alla segreteria del PD.

Noi non fischiamo nessuno ma tifiamo per chi sposa l’eresia e non si accontenta di sbirciare nei sacri testi per rispolverare soluzioni antiquate ai drammi moderni.

Non si tratta di un racconto diverso da quello già scritto a cavallo tra anni ’70 e anni ’80. Ciclicamente, lo scontro tra conservatori e innovatori si acutizza. Non parlerò di noi, che eravamo tifosi. Cito Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore e comunista, in libreria con ‘ Il desiderio di essere come tutti’. Quando la sinistra perde la colpa è degli italiani. E prosegue: dalla parte giusta, sulla scala mobile, c’era Craxi e non Berlinguer. La parte giusta era salvare la vita di Moro, scommettere sul riformismo moderno, realizzare la ‘Grande riforma’. Da quella parte c’erano i socialisti e non Berlinguer. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri.

Piccolo Francesco, Caserta, 1964. Non Riccardo Nencini, Firenze, 1959.

Le cause maggiori del cambiamento ruotano attorno alla globalizzazione economica, all’invecchiamento demografico, alle biotecnologie e all’esaurimento delle risorse pubbliche.

Quattro sono i nodi che la sinistra europea affronta con l’ondivaga incertezza di chi teme di tradire il suo passato pur sapendo che le società contemporanee con quel passato sono in conflitto. Questioni pesanti che il Novecento non ha conosciuto.

– Povertà di ritorno

– Rapporto tra migranti e sicurezza

– Welfare senza spesa pubblica e senza crescita

– Disagio crescente della democrazia rappresentativa.

Quattro nodi che si ingigantiscono in Italia perché si mescolano a deficit strutturali e ad un eccesso di rigorismo, senza tacere l’errore di chi scambia la stabilità con il mare calmo quando invece ci sarebbe bisogno di un passo più veloce e di una missione più audace. E invece viviamo ancora nel dominio dello stato di sopravvivenza

La società civile è in ombra, ferita dall’antipolitica che ha promosso e accarezzato assieme a diversi quotidiani– al popolo dei girotondi si sono sostituiti i cortei antagonisti e l’astensionismo non si piega –, c’è vuoto di classe politica e carenza di leadership collettive e si profila una società accidiosa, dedita a mille furbizie, spesso necessarie per arrivare a fine mese.

Una società malcontenta dove l’impoverimento del ceto medio – il ‘mediano’ del centrocampo italiano, Lodetti per i milanisti, Furino per i bianconeri – ha allargato le disuguaglianze e rotto la coesione sociale.

D’altra parte, in uno stato dove i dipendenti dichiarano più dei loro datori di lavoro, c’è più di una cosa che non va.

– Disoccupazione che cresce su base annua di oltre il 16%.

– Peso del fisco al 44.3% (nel 1986=36.9%).

‘Meno male che Silvio c’è’ promette nel 2001 di abbassare la pressione al 38% e invece si sale al 42%. Nel 2008 promette di nuovo di scendere al 40% e invece si risale al 44.5%. Numeri non opinioni.

– 2008/2013: scomparse 400.000 partite IVA tra artigiani, commercianti e agricoltori, un popolo che non gode di indennità di disoccupazione, di mobilità né di cassa integrazione. Vogliamo occuparcene o li consegniamo alla protesta perpetua?

– Cresce l’evasione fiscale – 182 miliardi in meno per l’erario nel 2012 – ma scaviamo per vedere dove alligna. La fetta più grande (43%9 ) prospera nell’economia criminale, il 20% nel sommerso ( il 21% del PIL), poi vengono le società di capitali e le big company (33%). I ‘mancati scontrini’ rappresentano il 4% del totale.

Economia di sopravvivenza, è stato detto, e c’è del vero.

Guardare la luna e non il dito che indica la luna.

– Raddoppiati i poveri, oggi quasi 5 milioni, e dilatata la povertà relativa, di casa per 9.5 milioni di cittadini, soprattutto giovani, anziani, maschi divorziati.

O la sinistra viene meno alla sua funzione o non può rinunciare a combattere l’apartheid della disuguaglianza.

Fino agli anni ’90, giustizia sociale significava compensare le disparità indotte dal mercato, oggi invece si pensa a rendere equo il funzionamento del mercato. Un mondo giusto è quello dove il mercato risponde a regole certe e in cui ciascuno viene remunerato secondo merito. Una rarità.

Consentire la maggiore uguaglianza possibile al cancello di partenza per spostare l’attenzione dai risultati alle opportunità, alle chance di vita, per promuovere dignità e mobilità sociale, questo è il dovere dei riformisti.

Punto di riferimento deve essere l’intera esistenza, il reddito con la qualità della vita dentro un sistema che si rivolga ai meno favoriti, valorizzi chi ha coraggio e idee e chi si mette in gioco.

Non solo pensioni e risarcimenti, non tanto politiche di difesa quanto creazione di una possibilità. Non solo welfare per il lavoro dipendente ma investimenti e attenzione per chi ha un diritto di cittadinanza parziale, sia un artigiano in difficoltà o un laureato senza professione, una ragazza avvocato con cinque clienti che ogni mese deve lottare per pagare la cassa forense e l’affitto del monolocale. Se obblighiamo quella ragazza a scegliere tra tasse e affitto, addio.

Un welfare che non guardi solo al capofamiglia maschio ma apra la finestra su un mondo fatto di donne e di giovani spesso affidati al caso o al portafoglio scarno dei nonni.

Va aiutata l’Italia del bisogno e va sostenuta l’Italia che ha coraggio.

Dobbiamo guardare a chi, grazie a una sorprendente vitalità, ha trasformato la sopravvivenza in opportunità: export manifatturiero, turismo e cultura, economia digitale, comparti di impresa che operano nell’agroalimentare e nel made in Italy, imprese medie che nonostante la sofferenza dei crediti bancari ce l’hanno fatta.

La fotografia italiana è solo più sfuocata dell’immagine che l’Europa offre di sé ma la cornice è la stessa.

I socialisti devono seguire le tracce dei padri fondatori. Loro seppero intuire la direzione della società industriale e organizzarono il mondo del lavoro perché gli opifici non divorassero i derelitti. Noi dobbiamo essere i pionieri di questo tempo nuovo.

Strabici ed eretici.

1. COMBATTERE LA POVERTA’ DI RITORNO

Chi precipita nell’indigenza dopo esserne uscito è rancoroso, rabbioso, scontento. Diventa un potenziale populista, acerrimo nemico del giusto. Il socialismo è nato per combattere le ingiustizie, ma governa con difficoltà la povertà di ritorno, il tuffo nella miseria di un pezzo largo del ceto medio.

Lo dico ai parlamentari grillini (per i quali andrebbe ripristinata la ‘prova di alfabetizzazione’ un tempo prevista per gli eletti nel consigli comunali) che hanno presentato un emendamento per abrasare l’aggettivo ‘socialista’ dalla P.d.L. Di Lello sulla Fondazione Di Vagno, morto ammazzato dai fascisti pugliesi. Laurea ad honorem al ‘revisionismo accattone’.

Se potete essere eletti è grazie anche a quei morti.

– Reddito minimo di cittadinanza: per chi si forma e per chi è pronto a mettersi in gioco rendendosi disponibile a una varietà di lavori. E’ l’idea lanciata da Bertrand Russell nella carneficina delle trincee del 1918: ‘Una certa somma di reddito per chi è disposto a impegnarsi in attività utili alla collettività’. La presentammo in Campania cinque anni fa. Ricordate Fausto Corace? Lui con i nostri consiglieri regionali. Grillo è più giovane. Nella legge di stabilità c’è un primo tentativo di recuperare questa proposta. Sperimentare e allargare.

– Sussidi per disoccupati che si impegnano in servizi di pubblica utilità

– Riforma della riforma Fornero: trattiene 550.000 persone al lavoro ed è un tappo per chi è in cerca di occupazione.

– Allargare la rete della rappresentanza. Le strutture istituzionali che hanno tessuto l’unità della nazione stanno regredendo dalla loro funzione. Caduta la loro terzietà, l’intermediazione tra potere e cittadini si è persa. Si fanno strada fenomeni interessanti – reti di neoprofessioni, unità d’intenti tra associazioni di categoria un tempo divise – ma la precarietà resta senza diritto di cittadinanza.

Il sindacato non si occupa di chi non ha un lavoro fisso. Un sindacato a maggioranza di pensionati (54% degli iscritti) quanta parte dei lavoratori rappresenta se gli oltre 4 milioni di donne e di uomini con contratti a tempo parziale non vi aderiscono? Alla fine dell’800, a un dilemma simile che aveva al centro le forme atipiche di lotta dei lavoratori siciliani, Critica Sociale rispose così: ‘Lavarsi pilatescamente le mani perché la loro iniziativa fuoriesce dallo schema marxista della lotta di classe o assumersi una responsabilità?’. I socialisti scelsero la seconda strada. Quella giusta.

La povertà di ritorno si combatte anche con un sistema scolastico efficiente, la strada alternativa alla formula bismarkiana ‘burro e cannoni’.

Chi è dotato di un vocabolario più vasto, guadagna di più. Conviene laurearsi e laurearsi in tempo anzichè sposarsi con la famiglia giusta, sistemarsi come speravano le mamme. Va rovesciato il canone fissato a Barbiana da Don Milani negli anni sessanta perché oggi la competizione è più ampia e lo slogan ‘scuola per tutti’ ha un valore se a sostenerlo sono la dedizione e il desiderio di apprendere di professori e studenti.

Perché una scuola di bassa qualità toglie ai più bisognosi uno strumento per competere con chi ha di più.

Si cominci con le banalità: c’è mai stato un anno scolastico iniziato senza supplenti e a orario pieno? No!

– Sostenere gli studenti meritevoli con famiglie in difficoltà. Quanti sono i fuori sede costretti a interrompere gli studi perché il capofamiglia ha perso il lavoro?

– Via i docenti universitari a 65 anni di età (oggi restano fino a 70+2) per favorire il ricambio e investire su ricercatori e associati (ns. OdG in Parlamento)

– Investire nella scuola pubblica accettando il principio che la scuola è pubblica anche se lo stato non la gestisce in prima persona ma a condizione che copra un disservizio statale e si doti di programmi compatibili.

– Valutare i docenti, obbligare alla formazione continua, adeguare i giudizi scolastici al merito, accrescere i fondi per i progetti di alta qualità (37 milioni annui, come gli alimenti della ex signora B. dopo il divorzio). Chi pensa ‘scuola’, dovrà pensare subito, come fosse un riflesso condizionato, ai socialisti e alle loro battaglie per riformare l’istruzione.

2. NUOVO WELFARE

Incerto sui bisogni da coprire e carente di spesa pubblica da cui attingere, lo stato sociale langue. Per farlo vivere va trasformato radicalmente.

Alle tante forme nuove di welfare – aziendale, comunitario, mutualistico, privato – non ha corrisposto la riforma dei pilastri del welfare statale. Eppure la famiglia non è più la stessa da almeno trent’anni, a Milano single e unioni di fatto sono già la maggioranza degli iscritti all’anagrafe e il numero degli anziani che convive perché con la sola pensione minima non si arriva a fine mese aumenta ovunque. Perché la spesa pubblica non si spenga, vanno rafforzate forme di gettito alternativo.

Mungere il gioco d’azzardo è la più urgente tra le misure da assumere. La battaglia parlamentare fatta da Marco e dalla nostra delegazione è sacrosanta. Controllare che i minorenni non ne abbiano accesso e moltiplicare la tassazione di quei 90 miliardi spesi da 15 milioni di famiglie conferirebbe all’erario 7 miliardi. Se fossi Saccomanni li destinerei ad abbattere il cuneo fiscale e ad aumentare le pensioni minime.

– Patrimoniale sulle grandi ricchezze: una tantum sul 10% di famiglie detentrici del 50% della ricchezza italiana. Anche il F.M.I. si è convinto della necessità di far pagare di più il grande Gatsby rispetto a Geppetto falegname.

– Correggere la sanità pubblica: chi ha il mio reddito si paghi l’operazione alle tonsille per consentire a chi ha di meno di usufruire di un servizio sanitario gratuito.

– Ridurre le pensioni d’oro, gli stipendi dei manager pubblici e regolamentare le lobby. Basta che il dottor Cottarelli applichi il contenuto delle proposte che abbiamo depositato in Paramento per recuperare denaro. Può iniziare con una telefonata al presidente dell’INPS, pluridecorato come il generale Ike. Uno vinse la guerra più sanguinosa della storia, il nostro ingaggia ogni giorno una lotta spazio/tempo senza pari per sedere in 24 consigli di amministrazione ben retribuiti.

Quanto agli stipendi, non è affatto impossibile fissare un ‘reddito massimo consentito’, una retribuzione che non superi il multiplo di 12 rispetto alla paga più bassa.. Le differenze di retribuzione sono del tutto giustificate, meglio se hanno un tetto e soprattutto meglio se nascono dal merito e se si rivelano un vantaggio per le aziende e per i dipendenti più svantaggiati. I frutti, insomma, non possono essere dividenti per i soli azionisti ma tornare utili anche per i più sfavoriti.

Lotta al gioco d’azzardo, alle pensioni d’oro e agli stipendi poco virtuosi dei manager pubblici saranno i nostri prossimi appuntamenti.

3. SICUREZZA, POPULISMO, MIGRANTI, EUROPA

Con la proporzionale, l’Europa comprerà ai suoi nemici la pistola per spararle. La sparatoria avverrà l’ultima domenica di maggio e tutto lascia pensare che si tratterà di una rissa con ferite gravi.

L’euroscetticismo si nutre di diffidenza verso lo straniero, accresciuta in tempi di decrescita economica e di globalizzazione planetaria. Il populismo esploso in mezza Europa si nutre anche di queste paure. In ventuno paesi dell’U.E. partiti e movimenti di natura ‘lepenista’ sono nati con il secolo nuovo. In una decina di casi si tratta di partiti con il voto a doppia cifra. Governano già in Norvegia e in Ungheria.

Cresceranno se l’Europa, prima di allargare ancora i suoi confini istituzionali, non si darà una politica estera e di difesa comune, se non procederà rapidamente all’integrazione bancaria, insomma se non aprirà un terzo tempo – quello dell’unità politica – dopo l’unione realizzata nell’immediato dopoguerra e la seconda tappa scritta con il trattato di Maastricht.

La prima generazione di immigrati si mosse per lavorare, la seconda per integrarsi, la terza si è trovata coinvolta in un processo di disintegrazione socio-economico terribile. La terza ondata ha incontrato la crisi ed è più permeabile ai richiami religiosi.

L’economia italiana non può fare a meno dei migranti.

Lo Stato deve lavorare su due fronti: fermare la xenofobia con le leggi e con l’educazione civica e favorire l’integrazione da entrambe le parti. Rifuggendo dal buonismo e da un certo permissivismo di cui sono imbevute le culture cattolica e comunista. Ospitando chi fugge dalle guerre, accogliendo chi viene per studiare e per lavorare, allontanando chi delinque e pretendendo che l’Europa faccia la sua parte, con la diplomazia degli accordi e con la sorveglianza delle coste.

– Togliere il reato di immigrazione clandestina: lo jus migrandi venne teorizzato da Francisco de Vitoria nel 1539 per giustificare la conquista spagnola del nuovo mondo. Da diritto si è capovolto in reato. Il risultato: una terribile catastrofe umanitaria

– Cittadinanza conferita ai nativi figli di genitori che vi risiedano da almeno cinque anni.

– Attestare la disponibilità all’integrazione (frequenza scolastica, conoscenza della lingua, lavoro regolare)

– Difendere il multiculturalismo ma combattere con decisione costumi tribali lesivi dei diritti individuali (infibulazione, matrimoni indotti, etc…)

4. L’EVOLUZIONE DELLA DEMOCRAZIA

I socialismi sono nati negli stati nazionali e si sono avvalsi, per realizzare le loro idee, della democrazia rappresentativa. L’asse democrazia/capitalismo/ parlamento è in crisi da oltre un decennio, combattuto dalla mondializzazione, da una stravolgente rivoluzione tecnologica, dall’affermarsi di un individualismo demagogico che stimola le emozioni più che la ragione.

In Italia, la disintegrazione dei partiti e il discredito della classe politica hanno fatto il resto.

Ricucire lo strappo è una priorità.

Due sono le urgenze.

Affidare i partiti all’art. 49 della Carta (democrazia interna, libertà di accesso, procedure codificate, finanziamento pubblico – il poco che resterà – solo a chi ha bilanci certificati ed è in regola con il diritto). Può convivere con il regolamento parlamentare il gruppo grillino se applica nella sua condotta l’art. 35 della Costituzione cinese: libertà di giudizio ma solo se conforme ai principi generali del movimento? Domenica saranno nostri ospiti la sen. Adele Gambaro, espulsa dal gruppo 5 Stelle per aver manifestato liberamente il proprio pensiero, e il ministro Quagliariello. Chiederemo una consulenza anche a lui.

Allargare la platea della partecipazione. E’ già pronto un disegno di legge che conferisce il diritto di voto ai sedicenni. Partire con le amministrative per arrivare presto alle politiche. Troppo piccoli? Lo dicevano anche i nostri nonni di fronte ai diciottenni di un paio di generazioni fa.

Debat publique: coinvolgere i cittadini prima di assumere le decisioni su questioni di forte impatto. Fosse stato fatto con la Tav cosa sarebbe successo?

– Referendum consultivi in Costituzione

– Leggi che ci consentano il godimento dei diritti di terza generazione prima che siano i tribunali a imporre un diritto nuovo. L’ultimo caso è il Tribunale minorile di Bologna che concede in affidamento una bimba di tre anni a una coppia omosessuale. Meglio ‘zii’ che l’orfanotrofio.

Urge una sessione parlamentare straordinaria sui diritti alla persona. Unioni di fatto, bioetica e testamento biologico, libertà della scienza: campi presieduti dalla religione che devono tornare nella disponibilità dello Stato laico e delle coscienze individuali.

 Che la malagiustizia sia una lesione terribile della democrazia è un fatto. Ed è un fatto che colpisca solo i deboli.

Che le norme che regolano la giustizia italiana siano intoccabili perché chi vi si avvicina è servo di B. è il segno tangibile della debolezza della politica e della costante servitù resa al protagonismo dei pubblici ministeri, spesso un trampolino verso il Parlamento.

Protetta la loro indipendenza dal potere politico, responsabilità civile dei magistrati e separazione delle carriere tra giudice e PM restano una meta di civiltà. La colpa di B. sono state le leggi ad personam e la mancata riforma della giustizia; la colpa del PD non aver combattuto il populismo giudiziario. Il risultato: la parola ‘garantismo’ ha finito per significare difesa dell’impunità del potente e non imparziale ricerca del vero.

Quando abbiamo preteso di studiare gli atti e di rispettare le procedure prima di esprimere un giudizio sul caso B., un navigatore solitario della rete ha scritto al compagno Buemi: ‘Non vi bastano le sue malefatte per giudicarlo?’. Sono fioccate le offese e anche qualcuno di voi ha fischiato, ma non sono mancati gli apprezzamenti per una condotta imparziale.

Noi siamo uomini liberi e la libertà consiste nel non essere prigionieri né di un nome né di un cognome, si tratti di B. o di Marcello Miniscalco, cancellato nel 2013 dal C.R. molisano per un reato – abuso d’ufficio – commesso nel 1995: da sindaco, aveva modificato gli orari di assegnazione della piazza di paese ai partiti per poter tenere, a sua volta, un comizio elettorale.

Anche in tema di amnistia conviene precisare. La pubblicazione del ‘Dei delitti e delle pene’ avvenne in Livorno, città cosmopolita dal seme libertario. La giustizia vi veniva rappresentata come una bilancia. Su un piatto, una vanga e una zappa.

Meglio commutare la pena in lavoro utile per la comunità che consentire a chi è stato condannato l’uscita dal carcere senza altro merito o ragione che il sovraffollamento del penitenziario.

 A Martin Schulz e alla delegazione del PSE che assiste ai nostri lavori, agli ospiti degli altri partiti e agli italiani consegneremo queste riflessioni. Sono le nostre ma non sono buone solo per l’Italia. Senza un portolano che interpreti i disagi e spinga le potenzialità, senza una missione che leghi, senza una opportunità per chi vive alla giornata, nella calma piatta vince chi buca il video con la teoria delle ovvietà.

L’urlo della parola ammaestra ma non governa. Il resto lo fa la passione. Il sentimento che Saccomanni sfiora ma non conosce. Fosse per lui, saremmo governati da un paniere di ragionieri. ‘Contabili di tutto il mondo, unitevi’ ha impresso nel cartellino dentro la giacca grigia. Più colore, ministro, e soprattutto più politica se non vuol perdere il duello con Brunetta e fare degli italiani il popolo più triste dell’universo mondo. La legge di stabilità, l’atto di governo più rilevante, non si affronta come un esame alla Bocconi.

Su lotta alla ludopatia, recupero ICI da attività commerciali del Vaticano e tassazione una tantum delle grandi ricchezze metteremo noi la nostra fiducia. Lo faremo alla Camera. Uomo avvisato mezzo salvato! Salvo che qualcuno ci dimostri che possiamo fare a meno di una cinquantina di miliardi per abbattere la pressione fiscale, aumentare le pensioni minime e investire in sviluppo.

 Mai come oggi il sistema politico-istituzionale italiano si è avvicinato al baratro.

Mai come oggi possono presentarsi aspettative a condizione di cancellare consunte tradizioni. E’ Gramsci a venirci in soccorso: ‘Il vecchio ordine è morto, il nuovo non è ancora nato. Questo è il momento in cui possono nascere i mostri se l’ottimismo della volontà…’. E’ l’ottimismo che fa germogliare i segni di una storia nuova ed è nello stato di eccezione che la sovranità trova la sua legittimazione più alta.

 In Italia, la frontiera destra/sinistra è stata eretta su una linea di confine segnata a fuoco dalla ‘giustizia’ e presidiata da un partito personale, dal suo leader – unico e autentico highlander ben oltre le sorprendenti scoperte della genetica – e da un partito fecondato in due uteri già antagonisti (‘gemelli diversi’, se Guglielmo non si offende). Su quella frontiera si sono bruciate in un ventennio tutte le possibili forme di governo: governi tecnici (Dini e Monti), grandi coalizioni, esecutivi progressisti allargati alla sinistra radicale (Prodi I e Prodi II), financo gabinetti di sinistra sostenuti da un grande vecchio della politica italiana – Francesco Cossiga. Il formidabile, invidiato, plurisecolare genio italiano, la virtù rarissima madre della moda, della letteratura e delle arti moderne, della rivoluzione dei cieli e del telefono, ridicolizzato in meno di vent’anni!

Nove esecutivi figli di soluzioni diventate tutte provvisorie con l’eccezione del Berlusconi II e del Berlusconi III caduto nel 2011. Anche la rielezione di Giorgio Napolitano – che Dio ce lo conservi perché gli uomini, sostengono i Vangeli, sono peccatori – va inserita nella categoria delle eccezioni, la conferma che il sistema è difettoso e non è detto che la legge elettorale sia l’unica oppure la maggiore causa del difetto.

Prima che il ciclo berlusconiano tramontasse, la sinistra soffriva più della destra. Poche le vittorie e ottenute grazie a intelligenti combinazioni elettorali. La maggioranza dei voti reali, salvo un caso, si sedimentava nel suo contrario.

Mentre in Europa si alternavano esecutivi e presidenti di differente parte politica e la sinistra vinceva sorretta da maggioranze numeriche eccellenti, in Italia le speranze si concretizzavano grazie a sbalorditive alchimie per poi crollare alla prova del governo.

Gli italiani sono un popolo tendenzialmente di destra o c’è una responsabilità della sinistra, una sua incapacità a rappresentare cuore e testa della nazione?

Hic Rodhus… A cominciare dal febbraio scorso.

 Le cause della sconfitta di ‘Italia Bene Comune’ affondano le radici nel rigore senza speranza del Governo Monti e nell’aver giudicato la campagna elettorale una uggiosa appendice delle primarie. Berlusconi archiviato, cappotto!

Una campagna elettorale incentrata sul PD e non sulla coalizione, avara di proposte incisive quando il signor B. incitava gli italiani a recarsi alle Poste per riprendersi i soldi versati per l’IMU. Responsabilità senza emozioni contro demagogia purissima. Lo squalo contro il pesce rosso. Altro che il giaguaro …

All’indomani del voto, Bersani è stato trattato dai suoi come l’avvocato tratta Renzo nei ‘Promessi sposi’: ‘Qui si vince, qui perdi’. Tu perdi!

Si vince insieme e si perde da soli. Un cannibalismo che non fa onore a chi lo predica perché tace le colpe collettive e usa l’ordalia per farsi giustizia.

 Il Governo Letta nasce nel cuore di una congiuntura drammatica resa più pesante dall’emergenza imposta da un risultato elettorale tripolare, come la Gallia di Cesare. È storia recente, troppo nota per dilungarsi. La ricordo per inquadrare nelle giuste proporzioni lo sforzo che Letta compie ogni giorno. Una prova complicata, infine, da una ragione tutta italiana: presiedere un esecutivo composto da partiti che non si sono mai riconosciuti – comunisti gli uni, puttaniere l’altro -, consorterie medievali che reputano l’avversario un nemico da abbattere, non un antagonista da sconfiggere. E infatti la coalizione si è rotta. Poi vengono le fabbriche che chiudono e altre pessime notizie.

Proviamo, invece, a occuparci delle novità che tutto il male non vien per nuocere.

La prima riguarda il sistema politico. Benché Casini porti bene i suoi anni, è scomparso il ‘centro’, già fragile, e si consolida, come ovunque in Europa, un partito antisistema – euroscettico e destrorso – che attrae consensi da una platea vasta di scontenti.

La seconda registra lo stato di difficoltà permanente in cui si muovono partiti dal futuro incerto. Tutti tagliati a metà da crisi di leadership, da pulsioni nostalgiche, da ambizioni personali, forse, lo spero, anche dalla competizione tra progetti alternativi. Una ‘partitocrazia senza partiti’ affetta da ‘presentismo’ – l’orizzonte è stasera, forse stanotte – e da individualismo sfrenato.

‘No leader no party’ in Italia. ‘No party no leader’ altrove.

La terza investe il governo in carica. Anzi, il secondo tempo del governo in carica. Perché dopo aver riannodato il filo con l’Europa e rinnovato la cambiale della credibilità in Italia – operazioni tutt’altro che scontate – al Presidente del Consiglio resta solo una via, e sono certo che la prenderà per non restare prigioniero della palude.

Dovrà sacrificare un agnello alla ‘discontinuità’ ora che i confini della maggioranza si sono fatti più chiari e dalle larghe intese si è passati a un governo europeista.

Dovrà imporre un’agenda oltre l’IMU sì l’IMU no e rischiare il sogno dell’avventura.

Dovrà rafforzare la compagine di governo rendendola più equilibrata – quel che resta del centro conta più membri di governo che voti in parlamento – e, aggiungo, inclusiva di chi il governo lo sostiene.

Dovrà parlare alla nazione come Brandt parlò ai tedeschi nel 1967, da leader della SPD nel governo di Gross Koalitionen: ‘Questo governo serve alla Germania. Ma è una parentesi’.

Vedo trappole scattare. Più del presente, se altro non emergerà, è un passato florido di relazioni la zavorra del Ministro di ‘molta’ Grazia e Giustizia. Dovrà abituarsi anche lei al salotto delle dicerie. I calabresi le chiamano ‘cugna’. Il Devoto-Oli è più sobrio: pedata, protezione, spintarella, favore, appoggio, calcio, insomma la raccomandazione, cui segue – leggo – l’assegno della liquidazione all’erede con più zeri che mesi di lavoro …

 La desertificazione della destra italiana si stempererà, prima o poi, in un’oasi. Ci sarà bisogno di tempo ma, se l’approdo europeo sarà il partito popolare, Casini e Alfano condivideranno lo stesso tetto anche in Italia. Bilocali prima di una villetta a schiera. Chiuso il ventennio, l’auspicio è che la normalità uccida la naturale tendenza al caos. B. giocherà le sue carte, ma è un uomo ferito – e non è San Sebastiano – e sa bene che gli italiani sorridono sulle olgettine, ma non perdonano il portafoglio vuoto.

Il destino immediato di Forza Italia non sarà quello del partito liberaleggiante del ’94 in cui accorsero elettori e dirigenti del pentapartito. Soffrirà la concorrenza di Lega e M5Stelle sul fronte migranti, accentuerà la sua natura antiparlamentare e si qualificherà come stampella di Putin in Europa e come guardia repubblicana del suo duce sul suolo patrio.

La progressiva scomparsa di B. non segnerà la fine della storia. Favorirà invece scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico italiano. Né durerà all’infinito l’emergenza.

Il nuovo ciclo va preparato ora, combattendo le anomalie che ci hanno reso vulnerabili.

 Una collocazione europea ondivaga, un eccesso di ambiguità sui filoni maestri della inclusione, del merito, dei diritti civili, della giustizia, la rappresentazione di divisioni che lasciano sconcertati. Solo nelle ultime settimane: caso Cancellieri appena più recente del caso kazako, F35, IMU, staminali, legge elettorale, province sì province no, applausometro quotidiano sull’esecutivo. E l’anno non è ancora finito.

La legge elettorale è la coda non il capo. Se fossimo una coalizione coesa, l’effetto sarebbe diverso. Intanto perché l’Italia viene prima di ciascuno di noi. Dico subito come la penso: restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro parlamentari, prediligere il sistema bipolare, pensare al semipresidenzialismo come soluzione istituzionale. Proponemmo in giugno la Costituente e non fummo ascoltati. Vediamo cosa partoriranno litigi e pazienza.

Se le modifiche al Porcellum saranno parziali, il PSI chiederà l’apparentamento e avrà il proprio simbolo sulla scheda elettorale. Il contrario di quanto accadde a febbraio. E non per nostra responsabilità. A domanda, la risposta del PD fu inappellabile: nessun apparentamento.

Se invece torneremo al Mattarellum o comunque a leggi elettorali a tendenza uninominale, il PSI sarà uno dei soci fondatori della coalizione e come tale camminerà sulle sue gambe.

‘Italia Bene Comune’ non era un’idea sbagliata. L’universo riformatore non è un arcipelago senza confini.

Ripartire da PD, SEL e PSI, intanto nel sostegno alla candidatura di Martin Schulz ai vertici della Commissione Europea. La candidatura è più forte se nella testa di Martin ci saranno quegli Eurobond che Spd e Angela Merkel hanno espunto dal loro programma (perché aveva ragione Thomas Mann: ‘La Germania vive se si europeizza’. L’Europa muore se si “germanizza”).

L’occasione si presenterà tra cinque giorni, quando il Senato discuterà la nostra mozione che invita i partiti a dire prima del voto a quale casa europea intendano aderire e chi intendano sostenere alla guida della Commissione. Insomma, non ci si può più nascondere.

Sottoscrivere pubblicamente in Italia il programma del PSE varato a Lipsia e farlo a Milano, patria del riformismo municipale e faro italiano sull’Europa.

Considerare il congresso PSE del prossimo febbraio, che organizzeremo a Roma assieme al PD, l’avvio della campagna elettorale.

Coinvolgere nel patto quanti si riconoscono nel progetto di una nuova Europa, siano i figli di tradizioni liberalrepubblicane e radicali, gli eredi laici di Scelta Civica o i movimenti democratici che fioriscono nelle città.

Infine, costruire l’ “Alleanza del fare”, la casa italiana del socialismo europeo, e candidarla alle elezioni europee del maggio 2014.

Non un’alleanza elettorale e basta ma un patto politico per il futuro, la condizione migliore perché il semestre di presidenza italiano dell’U.E. possa sortire effetti benefici.

L’organizzazione congiunta del Congresso PSE conforta questa tabellina di marcia.

Va in questa direzione l’attività in corso per allargare gli organismi internazionali a partiti e movimenti provenienti da culture democratiche. Urge aprire un dialogo tra Internazionale Socialista e Alleanza Progressista. Meglio un unico soggetto autorevole che due entità che si guardano in cagnesco.

Va in questa direzione la presentazione sul territorio di coalizioni che si richiamano a questo indirizzo. Domani l’Abruzzo e i comuni chiamati al voto di primavera, ieri la Basilicata, con il partito all’8%, la percentuale più alta dal 1992.

So che i compagni lucani hanno chiesto di essere rappresentati alle Nazioni Unite. Facciano in fretta perché il vento torna a gonfiare e presto non saranno da soli.

Va in questa direzione la proposta, che formulo ai nostri ospiti, a Guglielmo, a Nichi ed a Stefania Giannini, neosegretaria di Scelta Civica, di dare vita a un ‘osservatorio parlamentare’ che tratti le questioni di più alto profilo prima che approdino al lavoro d’aula.

Questo cammino ha un’alternativa: il disordine e l’ennesima sconfitta.

Nessuna legge elettorale, con il radicamento di un forte partito antisistema, consentirà mai ad un solo partito autosufficienza tale da coincidere con la vittoria elettorale. Nemmeno le grandi potenze vivono in splendido isolamento. Il presidente Wilson dichiarò superata la ‘dottrina Monroe’ e Veltroni non ha fatto cambiare idea ad Obama. Non sarà l’età a tradire Renzi, il predestinato. Sono le coalizioni coese, con un’idea concreta dell’Italia e con la capacità di trasmettere fiducia, impeto, speranza, le alleanze destinate a vincere.

La più rivoluzionaria delle virtù, nell’Italia della politica, è la normalità. La creatività, per una volta, lasciamola alle arti.

La fine del ventennio coinciderà con l’accettazione del canone politico europeo.

Alfano, Mauro e Casini – non fidatevi, colpiranno uniti – faranno carte false per accreditarsi nel PPE e obbligheranno la sinistra riformista a fare altrettanto nella casa socialista. Conviene anticipare, non aspettare. Determinare gli eventi, scrivere l’agenda, discutere ora la nostra mozione parlamentare per dire agli italiani chi siamo e dove vogliamo stare in Europa, insomma battersi perché larga parte della sinistra italiana non resti apolide. Se Fioroni si lamenta, sorrideranno Viterbo e la Tuscia.

Mezzo secolo fa, a Venezia si intensificarono i preparativi che portarono alla formazione del primo governo di centro-sinistra. L’allora vescovo della città, futuro pontefice, indirizzò al congresso un messaggio che si rivelò uno straordinario segno di apertura. Molti anni dopo, Angelo Scola, patriarca di Venezia e prima ancora vescovo di Grosseto, mi ha ricordato la storia di suo padre, camionista, socialista, nenniano.

Venezia porterà bene anche a noi.

 I partiti vivono quando la memoria nutre un’idea di futuro e quando hanno qualcosa da dire nell’interesse generale. Tertium non datur.

Dei partiti nati tra la fine dell’ 800 e il ‘900, siamo l’unico movimento ancora vivo.

Della quindicina di partiti sorti dopo il ’92, due terzi si sono estinti ma noi ci siamo ancora. Con il vantaggio di chi ha rappresentato la buona storia del Novecento, quella che ha reso Italia ed Europa più civili e più libere. Con la difficoltà che hanno i partiti più piccoli a coesistere con sistemi bipolari disseminati di sbarramenti elettorali.

Le radici ci hanno aiutato a conservare il nome. L’azione politica è indispensabile per farlo vivere.

Perché non basta il richiamo al passato per attrarre consenso. Rifugiarsi nel passato è un formidabile errore, la giustificazione alle nostre inadempienza, una cantilena di nessuna utilità su come eravamo bravi, giovani e belli. La politica, invece, è passione, presente, sporcarsi le mani.

Restiamo vivi solo se interpretiamo i sentimenti di parti di una comunità. Con l’azione e non con i soli comunicati stampa o, peggio, con una battuta su facebook.

Bisogna parlare agli italiani prima ancora che ai socialisti e bisogna parlare loro lingue comprensibili. Come i nonni e i bisnonni quando convincevano un bracciante, un operaio, una maestra a iscriversi al sindacato di Bozzi e della Altobelli o al partito di Turati e di Matteotti.

La storia del socialismo italiano va divisa in tre tempi. Dalle origini al 1992; dal 1994

al fallimento della Costituente socialista; dall’uscita dal Parlamento – non era mai successo dal 1887, accadrà solo nel ventennio fascista – a Venezia.

Possiamo affrontare questo terzo tempo raccogliendo attorno a noi tutte le energie.

Quelle nuove se sapremo valorizzarle. Quelle più ricche di esperienza se sapranno essere generose. Loro c’erano quando il partito è caduto. Poi, da qualche parte, ho letto che la colpa era solo di quel diavolo di Bettino e che dal ’92, in Italia, dicono loro, di un partito che si richiami al socialismo non si può più parlare. Spudoratamente bugiardi! Quelli che ancora oggi si fanno campare dal centro-destra e quelli che, per far dimenticare le loro responsabilità, hanno fermato l’orologio alla XI Legislatura. Le nostre responsabilità, sì, e il berlusconiano “Panorama” con in copertina “Di Pietro facci sognare” ad aprire la strada alle trombe del giustizialismo di sinistra.

Ringrazio tutti i compagni che sono venuti a darci una mano, e non sono pochi, e chiedo di tornare a “casa” a quanti vogliono dare senza nulla pretendere.

 Bisogna trasformarsi nel partito di chi ha coraggio e nello scudo di chi è senza tutele.

Scegliere i ricercatori e gli associati contro i baroni universitari. Meglio i ragazzi che si dividono un panino mentre traducono un incunabolo dei presidi di facoltà rieleggibili per tre mandati di fila come fossimo nella Corea del Nord.

Scegliere gli imprenditori ‘fai da te’ contro gli assistiti dalla mano pubblica. Meglio chi collauda un brevetto di chi usufruisce per la propria azienda di cassa integrazione e poi si scopre con i soldi in un paradiso fiscale.

Scegliere i pensionati che hanno versato ogni centesimo contro i beneficiari di pensioni d’oro dai contributi fallaci. Non tagliare un centesimo a chi si riprende in vecchiaia ciò che ha versato; chiedere un giusto sacrificio a chi vive con pensioni pregiate cui non hanno corrisposto uguali versamenti.

Scegliere i magistrati che esercitano il loro mestiere nel silenzio contro quei magistrati che utilizzano le inchieste per candidarsi. Meglio Falcone del sindaco di Napoli.

 Il partito avrà un impianto organizzativo di taglio federativo. Comitati regionali coinvolti nella direzione, organismi più snelli e quindi più autorevoli, apertura delle nostre sezioni a circoli tematici e soprattutto ad associazioni insediate sul territorio. Meglio una sede tenuta aperta ogni giorno da chi si occupa dei problemi della gente che la luce accesa una volta a settimana.

Movimenti politici e liste civiche con cui condividiamo le campagne potranno federarsi con noi.

Le ‘primarie delle idee’ verranno rese obbligatorie per stilare i programmi di governo locale, regionale e nazionale, e obbligatorie dovranno essere le ‘primarie di coalizione’ quando si tratterà di scegliere candidati a sindaco, presidente di regione e, naturalmente, a capo del governo.

Le vicende estive ci inducono infine a muovere con fermezza in una doppia direzione.

Il dibattito nelle assemblee provinciali e il voto espresso sulle tre mozioni hanno chiarito gli obiettivi e definito la linea politica. I congressi non sono fatti per cancellare gli errori, ma per non ripeterli. Anch’io non ne sono immune, ma il partito oggi siede nel parlamento italiano, ha delegazioni autonome alla Camera e al Senato per sua libera scelta, presenta i suoi emendamenti e i suoi disegni di legge senza chiedere il permesso a nessuno.

I gruppi dirigenti prima provano a correggere insieme gli errori poi, ma solo poi, se non ci riescono, se la politica li separa, si dividono. Quando accade il contrario, perlomeno non se ne faccia motivo di vanto. Chi cambia idea ha il dovere di dire che ha cambiato idea. Si chiama trasparenza.

Ho ragione di pensare che il congresso possa ricomporsi in una unità piena.

È l’appello che rivolgo ai 600 delegati e ai compagni che rappresentano gli altri documenti congressuali. C’è l’opportunità di tornare a parlare agli italiani ora che il disgelo è alle porte. Sanare le ferite e dedicarci alla ‘politica del fare’ è il nostro dovere.

Domenica dobbiamo stipulare un patto associativo nel segno dell’unità interna e dell’apertura verso un mondo socialista che si è allontanato dal partito.

Una campagna straordinaria di adesione che ci consenta di allargare i nostri confini ben al di là dei 25.000 iscritti attuali. Adesione al manifesto del PSE ed al programma del PSI così come verrà sancito dal Congresso di Venezia.

È tempo di favorire un secondo ‘Midas’ se vogliamo realizzare un programma ambizioso. Tra domenica e il prossimo febbraio, dobbiamo assumere l’impegno pubblico a utilizzare al meglio le energie fresche che si sono formate nelle università, nel lavoro e nelle istituzioni. Io lo farò e voi dovrete fare altrettanto. È un innesto necessario ad assicurare continuità alla forza più antica d’Italia ed a rinnovarla.

Buon congresso compagni

Prima giornata: Nencini, diamo vita all’Alleanza del Fare

Nencini_apre_Congresso

29/30 novembre – 1 dicembre 2013
III ° CONGRESSO PSI – V e n e z i a 
Relazione di apertura del segretario nazionale Riccardo Nencini

Il mondo è cambiato.

Al Terzo Plenum del 18° Comitato Centrale del P.C. Cinese, dopo quattro giorni di conclave segreto, i mandarini hanno deliberato: ‘Deciderà il mercato’.

La Cina si affida al capitalismo dei falansteri, primordiale e senza diritti, proprio mentre l’Occidente ripensa il rapporto tra mercato e democrazia e tenta di porre un freno al predominio della finanza fissando regole più stringenti.

E’ solo l’ultimo salto della vertigine.

Può accadere che la storia provochi discontinuità nelle consuetudini sociali e nei tradizionali assetti di potere. Un tempo erano le guerre a rovesciare i regimi e sulla bocca dei cannoni viaggiavano la morte e la civiltà. Oggi sono la complessità e il turbocapitalismo a generare lutti e a ridicolizzare il potere pubblico proprio nell’anno in cui si celebrano i cinquecento anni del ‘Principe’, il manuale della ragion di stato e della esaltazione della politica.

Il mondo è cambiato e non sempre la politica, affogata com’è nel presente e deficitaria della prima delle virtù – lo strabismo -, riesce ad annusare in anticipo il vento come i buoni marinai interpretavano i cieli.

La sinistra non fa eccezione.

Slavoj Zizek ha bollato in pagine di fuoco questa deficienza: ‘La sinistra manca di visione globale e non ha uno straccio di programma alternativo alla spesa pubblica’.

Ovunque si voti in Europa, la sinistra riformista non rappresenta che ¼ degli elettori, tra il 25% e il 30% dei votanti. Troppo poco per governare con successo.

Questa stessa riflessione ha coinvolto i candidati alla segreteria del PD.

Noi non fischiamo nessuno ma tifiamo per chi sposa l’eresia e non si accontenta di sbirciare nei sacri testi per rispolverare soluzioni antiquate ai drammi moderni.

Non si tratta di un racconto diverso da quello già scritto a cavallo tra anni ’70 e anni ’80. Ciclicamente, lo scontro tra conservatori e innovatori si acutizza. Non parlerò di noi, che eravamo tifosi. Cito Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore e comunista, in libreria con ‘ Il desiderio di essere come tutti’. Quando la sinistra perde la colpa è degli italiani. E prosegue: dalla parte giusta, sulla scala mobile, c’era Craxi e non Berlinguer. La parte giusta era salvare la vita di Moro, scommettere sul riformismo moderno, realizzare la ‘Grande riforma’. Da quella parte c’erano i socialisti e non Berlinguer. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri.

Piccolo Francesco, Caserta, 1964. Non Riccardo Nencini, Firenze, 1959.

Le cause maggiori del cambiamento ruotano attorno alla globalizzazione economica, all’invecchiamento demografico, alle biotecnologie e all’esaurimento delle risorse pubbliche.

Quattro sono i nodi che la sinistra europea affronta con l’ondivaga incertezza di chi teme di tradire il suo passato pur sapendo che le società contemporanee con quel passato sono in conflitto. Questioni pesanti che il Novecento non ha conosciuto.

– Povertà di ritorno

– Rapporto tra migranti e sicurezza

– Welfare senza spesa pubblica e senza crescita

– Disagio crescente della democrazia rappresentativa.

Quattro nodi che si ingigantiscono in Italia perché si mescolano a deficit strutturali e ad un eccesso di rigorismo, senza tacere l’errore di chi scambia la stabilità con il mare calmo quando invece ci sarebbe bisogno di un passo più veloce e di una missione più audace. E invece viviamo ancora nel dominio dello stato di sopravvivenza

La società civile è in ombra, ferita dall’antipolitica che ha promosso e accarezzato assieme a diversi quotidiani– al popolo dei girotondi si sono sostituiti i cortei antagonisti e l’astensionismo non si piega –, c’è vuoto di classe politica e carenza di leadership collettive e si profila una società accidiosa, dedita a mille furbizie, spesso necessarie per arrivare a fine mese.

Una società malcontenta dove l’impoverimento del ceto medio – il ‘mediano’ del centrocampo italiano, Lodetti per i milanisti, Furino per i bianconeri – ha allargato le disuguaglianze e rotto la coesione sociale.

D’altra parte, in uno stato dove i dipendenti dichiarano più dei loro datori di lavoro, c’è più di una cosa che non va.

– Disoccupazione che cresce su base annua di oltre il 16%.

– Peso del fisco al 44.3% (nel 1986=36.9%).

‘Meno male che Silvio c’è’ promette nel 2001 di abbassare la pressione al 38% e invece si sale al 42%. Nel 2008 promette di nuovo di scendere al 40% e invece si risale al 44.5%. Numeri non opinioni.

– 2008/2013: scomparse 400.000 partite IVA tra artigiani, commercianti e agricoltori, un popolo che non gode di indennità di disoccupazione, di mobilità né di cassa integrazione. Vogliamo occuparcene o li consegniamo alla protesta perpetua?

– Cresce l’evasione fiscale – 182 miliardi in meno per l’erario nel 2012 – ma scaviamo per vedere dove alligna. La fetta più grande (43%9 ) prospera nell’economia criminale, il 20% nel sommerso ( il 21% del PIL), poi vengono le società di capitali e le big company (33%). I ‘mancati scontrini’ rappresentano il 4% del totale.

Economia di sopravvivenza, è stato detto, e c’è del vero.

Guardare la luna e non il dito che indica la luna.

– Raddoppiati i poveri, oggi quasi 5 milioni, e dilatata la povertà relativa, di casa per 9.5 milioni di cittadini, soprattutto giovani, anziani, maschi divorziati.

O la sinistra viene meno alla sua funzione o non può rinunciare a combattere l’apartheid della disuguaglianza.

Fino agli anni ’90, giustizia sociale significava compensare le disparità indotte dal mercato, oggi invece si pensa a rendere equo il funzionamento del mercato. Un mondo giusto è quello dove il mercato risponde a regole certe e in cui ciascuno viene remunerato secondo merito. Una rarità.

Consentire la maggiore uguaglianza possibile al cancello di partenza per spostare l’attenzione dai risultati alle opportunità, alle chance di vita, per promuovere dignità e mobilità sociale, questo è il dovere dei riformisti.

Punto di riferimento deve essere l’intera esistenza, il reddito con la qualità della vita dentro un sistema che si rivolga ai meno favoriti, valorizzi chi ha coraggio e idee e chi si mette in gioco.

Non solo pensioni e risarcimenti, non tanto politiche di difesa quanto creazione di una possibilità. Non solo welfare per il lavoro dipendente ma investimenti e attenzione per chi ha un diritto di cittadinanza parziale, sia un artigiano in difficoltà o un laureato senza professione, una ragazza avvocato con cinque clienti che ogni mese deve lottare per pagare la cassa forense e l’affitto del monolocale. Se obblighiamo quella ragazza a scegliere tra tasse e affitto, addio.

Un welfare che non guardi solo al capofamiglia maschio ma apra la finestra su un mondo fatto di donne e di giovani spesso affidati al caso o al portafoglio scarno dei nonni.

Va aiutata l’Italia del bisogno e va sostenuta l’Italia che ha coraggio.

Dobbiamo guardare a chi, grazie a una sorprendente vitalità, ha trasformato la sopravvivenza in opportunità: export manifatturiero, turismo e cultura, economia digitale, comparti di impresa che operano nell’agroalimentare e nel made in Italy, imprese medie che nonostante la sofferenza dei crediti bancari ce l’hanno fatta.

La fotografia italiana è solo più sfuocata dell’immagine che l’Europa offre di sé ma la cornice è la stessa.

I socialisti devono seguire le tracce dei padri fondatori. Loro seppero intuire la direzione della società industriale e organizzarono il mondo del lavoro perché gli opifici non divorassero i derelitti. Noi dobbiamo essere i pionieri di questo tempo nuovo.

Strabici ed eretici.

1. COMBATTERE LA POVERTA’ DI RITORNO

Chi precipita nell’indigenza dopo esserne uscito è rancoroso, rabbioso, scontento. Diventa un potenziale populista, acerrimo nemico del giusto. Il socialismo è nato per combattere le ingiustizie, ma governa con difficoltà la povertà di ritorno, il tuffo nella miseria di un pezzo largo del ceto medio.

Lo dico ai parlamentari grillini (per i quali andrebbe ripristinata la ‘prova di alfabetizzazione’ un tempo prevista per gli eletti nel consigli comunali) che hanno presentato un emendamento per abrasare l’aggettivo ‘socialista’ dalla P.d.L. Di Lello sulla Fondazione Di Vagno, morto ammazzato dai fascisti pugliesi. Laurea ad honorem al ‘revisionismo accattone’.

Se potete essere eletti è grazie anche a quei morti.

– Reddito minimo di cittadinanza: per chi si forma e per chi è pronto a mettersi in gioco rendendosi disponibile a una varietà di lavori. E’ l’idea lanciata da Bertrand Russell nella carneficina delle trincee del 1918: ‘Una certa somma di reddito per chi è disposto a impegnarsi in attività utili alla collettività’. La presentammo in Campania cinque anni fa. Ricordate Fausto Corace? Lui con i nostri consiglieri regionali. Grillo è più giovane. Nella legge di stabilità c’è un primo tentativo di recuperare questa proposta. Sperimentare e allargare.

– Sussidi per disoccupati che si impegnano in servizi di pubblica utilità

– Riforma della riforma Fornero: trattiene 550.000 persone al lavoro ed è un tappo per chi è in cerca di occupazione.

– Allargare la rete della rappresentanza. Le strutture istituzionali che hanno tessuto l’unità della nazione stanno regredendo dalla loro funzione. Caduta la loro terzietà, l’intermediazione tra potere e cittadini si è persa. Si fanno strada fenomeni interessanti – reti di neoprofessioni, unità d’intenti tra associazioni di categoria un tempo divise – ma la precarietà resta senza diritto di cittadinanza.

Il sindacato non si occupa di chi non ha un lavoro fisso. Un sindacato a maggioranza di pensionati (54% degli iscritti) quanta parte dei lavoratori rappresenta se gli oltre 4 milioni di donne e di uomini con contratti a tempo parziale non vi aderiscono? Alla fine dell’800, a un dilemma simile che aveva al centro le forme atipiche di lotta dei lavoratori siciliani, Critica Sociale rispose così: ‘Lavarsi pilatescamente le mani perché la loro iniziativa fuoriesce dallo schema marxista della lotta di classe o assumersi una responsabilità?’. I socialisti scelsero la seconda strada. Quella giusta.

La povertà di ritorno si combatte anche con un sistema scolastico efficiente, la strada alternativa alla formula bismarkiana ‘burro e cannoni’.

Chi è dotato di un vocabolario più vasto, guadagna di più. Conviene laurearsi e laurearsi in tempo anzichè sposarsi con la famiglia giusta, sistemarsi come speravano le mamme. Va rovesciato il canone fissato a Barbiana da Don Milani negli anni sessanta perché oggi la competizione è più ampia e lo slogan ‘scuola per tutti’ ha un valore se a sostenerlo sono la dedizione e il desiderio di apprendere di professori e studenti.

Perché una scuola di bassa qualità toglie ai più bisognosi uno strumento per competere con chi ha di più.

Si cominci con le banalità: c’è mai stato un anno scolastico iniziato senza supplenti e a orario pieno? No!

– Sostenere gli studenti meritevoli con famiglie in difficoltà. Quanti sono i fuori sede costretti a interrompere gli studi perché il capofamiglia ha perso il lavoro?

– Via i docenti universitari a 65 anni di età (oggi restano fino a 70+2) per favorire il ricambio e investire su ricercatori e associati (ns. OdG in Parlamento)

– Investire nella scuola pubblica accettando il principio che la scuola è pubblica anche se lo stato non la gestisce in prima persona ma a condizione che copra un disservizio statale e si doti di programmi compatibili.

– Valutare i docenti, obbligare alla formazione continua, adeguare i giudizi scolastici al merito, accrescere i fondi per i progetti di alta qualità (37 milioni annui, come gli alimenti della ex signora B. dopo il divorzio). Chi pensa ‘scuola’, dovrà pensare subito, come fosse un riflesso condizionato, ai socialisti e alle loro battaglie per riformare l’istruzione.

2. NUOVO WELFARE

Incerto sui bisogni da coprire e carente di spesa pubblica da cui attingere, lo stato sociale langue. Per farlo vivere va trasformato radicalmente.

Alle tante forme nuove di welfare – aziendale, comunitario, mutualistico, privato – non ha corrisposto la riforma dei pilastri del welfare statale. Eppure la famiglia non è più la stessa da almeno trent’anni, a Milano single e unioni di fatto sono già la maggioranza degli iscritti all’anagrafe e il numero degli anziani che convive perché con la sola pensione minima non si arriva a fine mese aumenta ovunque. Perché la spesa pubblica non si spenga, vanno rafforzate forme di gettito alternativo.

Mungere il gioco d’azzardo è la più urgente tra le misure da assumere. La battaglia parlamentare fatta da Marco e dalla nostra delegazione è sacrosanta. Controllare che i minorenni non ne abbiano accesso e moltiplicare la tassazione di quei 90 miliardi spesi da 15 milioni di famiglie conferirebbe all’erario 7 miliardi. Se fossi Saccomanni li destinerei ad abbattere il cuneo fiscale e ad aumentare le pensioni minime.

– Patrimoniale sulle grandi ricchezze: una tantum sul 10% di famiglie detentrici del 50% della ricchezza italiana. Anche il F.M.I. si è convinto della necessità di far pagare di più il grande Gatsby rispetto a Geppetto falegname.

– Correggere la sanità pubblica: chi ha il mio reddito si paghi l’operazione alle tonsille per consentire a chi ha di meno di usufruire di un servizio sanitario gratuito.

– Ridurre le pensioni d’oro, gli stipendi dei manager pubblici e regolamentare le lobby. Basta che il dottor Cottarelli applichi il contenuto delle proposte che abbiamo depositato in Paramento per recuperare denaro. Può iniziare con una telefonata al presidente dell’INPS, pluridecorato come il generale Ike. Uno vinse la guerra più sanguinosa della storia, il nostro ingaggia ogni giorno una lotta spazio/tempo senza pari per sedere in 24 consigli di amministrazione ben retribuiti.

Quanto agli stipendi, non è affatto impossibile fissare un ‘reddito massimo consentito’, una retribuzione che non superi il multiplo di 12 rispetto alla paga più bassa.. Le differenze di retribuzione sono del tutto giustificate, meglio se hanno un tetto e soprattutto meglio se nascono dal merito e se si rivelano un vantaggio per le aziende e per i dipendenti più svantaggiati. I frutti, insomma, non possono essere dividenti per i soli azionisti ma tornare utili anche per i più sfavoriti.

Lotta al gioco d’azzardo, alle pensioni d’oro e agli stipendi poco virtuosi dei manager pubblici saranno i nostri prossimi appuntamenti.

3. SICUREZZA, POPULISMO, MIGRANTI, EUROPA

Con la proporzionale, l’Europa comprerà ai suoi nemici la pistola per spararle. La sparatoria avverrà l’ultima domenica di maggio e tutto lascia pensare che si tratterà di una rissa con ferite gravi.

L’euroscetticismo si nutre di diffidenza verso lo straniero, accresciuta in tempi di decrescita economica e di globalizzazione planetaria. Il populismo esploso in mezza Europa si nutre anche di queste paure. In ventuno paesi dell’U.E. partiti e movimenti di natura ‘lepenista’ sono nati con il secolo nuovo. In una decina di casi si tratta di partiti con il voto a doppia cifra. Governano già in Norvegia e in Ungheria.

Cresceranno se l’Europa, prima di allargare ancora i suoi confini istituzionali, non si darà una politica estera e di difesa comune, se non procederà rapidamente all’integrazione bancaria, insomma se non aprirà un terzo tempo – quello dell’unità politica – dopo l’unione realizzata nell’immediato dopoguerra e la seconda tappa scritta con il trattato di Maastricht.

La prima generazione di immigrati si mosse per lavorare, la seconda per integrarsi, la terza si è trovata coinvolta in un processo di disintegrazione socio-economico terribile. La terza ondata ha incontrato la crisi ed è più permeabile ai richiami religiosi.

L’economia italiana non può fare a meno dei migranti.

Lo Stato deve lavorare su due fronti: fermare la xenofobia con le leggi e con l’educazione civica e favorire l’integrazione da entrambe le parti. Rifuggendo dal buonismo e da un certo permissivismo di cui sono imbevute le culture cattolica e comunista. Ospitando chi fugge dalle guerre, accogliendo chi viene per studiare e per lavorare, allontanando chi delinque e pretendendo che l’Europa faccia la sua parte, con la diplomazia degli accordi e con la sorveglianza delle coste.

– Togliere il reato di immigrazione clandestina: lo jus migrandi venne teorizzato da Francisco de Vitoria nel 1539 per giustificare la conquista spagnola del nuovo mondo. Da diritto si è capovolto in reato. Il risultato: una terribile catastrofe umanitaria

– Cittadinanza conferita ai nativi figli di genitori che vi risiedano da almeno cinque anni.

– Attestare la disponibilità all’integrazione (frequenza scolastica, conoscenza della lingua, lavoro regolare)

– Difendere il multiculturalismo ma combattere con decisione costumi tribali lesivi dei diritti individuali (infibulazione, matrimoni indotti, etc…)

4. L’EVOLUZIONE DELLA DEMOCRAZIA

I socialismi sono nati negli stati nazionali e si sono avvalsi, per realizzare le loro idee, della democrazia rappresentativa. L’asse democrazia/capitalismo/ parlamento è in crisi da oltre un decennio, combattuto dalla mondializzazione, da una stravolgente rivoluzione tecnologica, dall’affermarsi di un individualismo demagogico che stimola le emozioni più che la ragione.

In Italia, la disintegrazione dei partiti e il discredito della classe politica hanno fatto il resto.

Ricucire lo strappo è una priorità.

Due sono le urgenze.

Affidare i partiti all’art. 49 della Carta (democrazia interna, libertà di accesso, procedure codificate, finanziamento pubblico – il poco che resterà – solo a chi ha bilanci certificati ed è in regola con il diritto). Può convivere con il regolamento parlamentare il gruppo grillino se applica nella sua condotta l’art. 35 della Costituzione cinese: libertà di giudizio ma solo se conforme ai principi generali del movimento? Domenica saranno nostri ospiti la sen. Adele Gambaro, espulsa dal gruppo 5 Stelle per aver manifestato liberamente il proprio pensiero, e il ministro Quagliariello. Chiederemo una consulenza anche a lui.

Allargare la platea della partecipazione. E’ già pronto un disegno di legge che conferisce il diritto di voto ai sedicenni. Partire con le amministrative per arrivare presto alle politiche. Troppo piccoli? Lo dicevano anche i nostri nonni di fronte ai diciottenni di un paio di generazioni fa.

– Debat publique: coinvolgere i cittadini prima di assumere le decisioni su questioni di forte impatto. Fosse stato fatto con la Tav cosa sarebbe successo?

– Referendum consultivi in Costituzione

– Leggi che ci consentano il godimento dei diritti di terza generazione prima che siano i tribunali a imporre un diritto nuovo. L’ultimo caso è il Tribunale minorile di Bologna che concede in affidamento una bimba di tre anni a una coppia omosessuale. Meglio ‘zii’ che l’orfanotrofio.

Urge una sessione parlamentare straordinaria sui diritti alla persona. Unioni di fatto, bioetica e testamento biologico, libertà della scienza: campi presieduti dalla religione che devono tornare nella disponibilità dello Stato laico e delle coscienze individuali.

Che la malagiustizia sia una lesione terribile della democrazia è un fatto. Ed è un fatto che colpisca solo i deboli.

Che le norme che regolano la giustizia italiana siano intoccabili perché chi vi si avvicina è servo di B. è il segno tangibile della debolezza della politica e della costante servitù resa al protagonismo dei pubblici ministeri, spesso un trampolino verso il Parlamento.

Protetta la loro indipendenza dal potere politico, responsabilità civile dei magistrati e separazione delle carriere tra giudice e PM restano una meta di civiltà. La colpa di B. sono state le leggi ad personam e la mancata riforma della giustizia; la colpa del PD non aver combattuto il populismo giudiziario. Il risultato: la parola ‘garantismo’ ha finito per significare difesa dell’impunità del potente e non imparziale ricerca del vero.

Quando abbiamo preteso di studiare gli atti e di rispettare le procedure prima di esprimere un giudizio sul caso B., un navigatore solitario della rete ha scritto al compagno Buemi: ‘Non vi bastano le sue malefatte per giudicarlo?’. Sono fioccate le offese e anche qualcuno di voi ha fischiato, ma non sono mancati gli apprezzamenti per una condotta imparziale.

Noi siamo uomini liberi e la libertà consiste nel non essere prigionieri né di un nome né di un cognome, si tratti di B. o di Marcello Miniscalco, cancellato nel 2013 dal C.R. molisano per un reato – abuso d’ufficio – commesso nel 1995: da sindaco, aveva modificato gli orari di assegnazione della piazza di paese ai partiti per poter tenere, a sua volta, un comizio elettorale.

Anche in tema di amnistia conviene precisare. La pubblicazione del ‘Dei delitti e delle pene’ avvenne in Livorno, città cosmopolita dal seme libertario. La giustizia vi veniva rappresentata come una bilancia. Su un piatto, una vanga e una zappa.

Meglio commutare la pena in lavoro utile per la comunità che consentire a chi è stato condannato l’uscita dal carcere senza altro merito o ragione che il sovraffollamento del penitenziario.

A Martin Schulz e alla delegazione del PSE che assiste ai nostri lavori, agli ospiti degli altri partiti e agli italiani consegneremo queste riflessioni. Sono le nostre ma non sono buone solo per l’Italia. Senza un portolano che interpreti i disagi e spinga le potenzialità, senza una missione che leghi, senza una opportunità per chi vive alla giornata, nella calma piatta vince chi buca il video con la teoria delle ovvietà.

L’urlo della parola ammaestra ma non governa. Il resto lo fa la passione. Il sentimento che Saccomanni sfiora ma non conosce. Fosse per lui, saremmo governati da un paniere di ragionieri. ‘Contabili di tutto il mondo, unitevi’ ha impresso nel cartellino dentro la giacca grigia. Più colore, ministro, e soprattutto più politica se non vuol perdere il duello con Brunetta e fare degli italiani il popolo più triste dell’universo mondo. La legge di stabilità, l’atto di governo più rilevante, non si affronta come un esame alla Bocconi.

Su lotta alla ludopatia, recupero ICI da attività commerciali del Vaticano e tassazione una tantum delle grandi ricchezze metteremo noi la nostra fiducia. Lo faremo alla Camera. Uomo avvisato mezzo salvato! Salvo che qualcuno ci dimostri che possiamo fare a meno di una cinquantina di miliardi per abbattere la pressione fiscale, aumentare le pensioni minime e investire in sviluppo.

Mai come oggi il sistema politico-istituzionale italiano si è avvicinato al baratro.

Mai come oggi possono presentarsi aspettative a condizione di cancellare consunte tradizioni. E’ Gramsci a venirci in soccorso: ‘Il vecchio ordine è morto, il nuovo non è ancora nato. Questo è il momento in cui possono nascere i mostri se l’ottimismo della volontà…’. E’ l’ottimismo che fa germogliare i segni di una storia nuova ed è nello stato di eccezione che la sovranità trova la sua legittimazione più alta.

In Italia, la frontiera destra/sinistra è stata eretta su una linea di confine segnata a fuoco dalla ‘giustizia’ e presidiata da un partito personale, dal suo leader – unico e autentico highlander ben oltre le sorprendenti scoperte della genetica – e da un partito fecondato in due uteri già antagonisti (‘gemelli diversi’, se Guglielmo non si offende). Su quella frontiera si sono bruciate in un ventennio tutte le possibili forme di governo: governi tecnici (Dini e Monti), grandi coalizioni, esecutivi progressisti allargati alla sinistra radicale (Prodi I e Prodi II), financo gabinetti di sinistra sostenuti da un grande vecchio della politica italiana – Francesco Cossiga. Il formidabile, invidiato, plurisecolare genio italiano, la virtù rarissima madre della moda, della letteratura e delle arti moderne, della rivoluzione dei cieli e del telefono, ridicolizzato in meno di vent’anni!

Nove esecutivi figli di soluzioni diventate tutte provvisorie con l’eccezione del Berlusconi II e del Berlusconi III caduto nel 2011. Anche la rielezione di Giorgio Napolitano – che Dio ce lo conservi perché gli uomini, sostengono i Vangeli, sono peccatori – va inserita nella categoria delle eccezioni, la conferma che il sistema è difettoso e non è detto che la legge elettorale sia l’unica oppure la maggiore causa del difetto.

Prima che il ciclo berlusconiano tramontasse, la sinistra soffriva più della destra. Poche le vittorie e ottenute grazie a intelligenti combinazioni elettorali. La maggioranza dei voti reali, salvo un caso, si sedimentava nel suo contrario.

Mentre in Europa si alternavano esecutivi e presidenti di differente parte politica e la sinistra vinceva sorretta da maggioranze numeriche eccellenti, in Italia le speranze si concretizzavano grazie a sbalorditive alchimie per poi crollare alla prova del governo.

Gli italiani sono un popolo tendenzialmente di destra o c’è una responsabilità della sinistra, una sua incapacità a rappresentare cuore e testa della nazione?

Hic Rodhus… A cominciare dal febbraio scorso.

Le cause della sconfitta di ‘Italia Bene Comune’ affondano le radici nel rigore senza speranza del Governo Monti e nell’aver giudicato la campagna elettorale una uggiosa appendice delle primarie. Berlusconi archiviato, cappotto!

Una campagna elettorale incentrata sul PD e non sulla coalizione, avara di proposte incisive quando il signor B. incitava gli italiani a recarsi alle Poste per riprendersi i soldi versati per l’IMU. Responsabilità senza emozioni contro demagogia purissima. Lo squalo contro il pesce rosso. Altro che il giaguaro …

All’indomani del voto, Bersani è stato trattato dai suoi come l’avvocato tratta Renzo nei ‘Promessi sposi’: ‘Qui si vince, qui perdi’. Tu perdi!

Si vince insieme e si perde da soli. Un cannibalismo che non fa onore a chi lo predica perché tace le colpe collettive e usa l’ordalia per farsi giustizia.

Il Governo Letta nasce nel cuore di una congiuntura drammatica resa più pesante dall’emergenza imposta da un risultato elettorale tripolare, come la Gallia di Cesare. È storia recente, troppo nota per dilungarsi. La ricordo per inquadrare nelle giuste proporzioni lo sforzo che Letta compie ogni giorno. Una prova complicata, infine, da una ragione tutta italiana: presiedere un esecutivo composto da partiti che non si sono mai riconosciuti – comunisti gli uni, puttaniere l’altro -, consorterie medievali che reputano l’avversario un nemico da abbattere, non un antagonista da sconfiggere. E infatti la coalizione si è rotta. Poi vengono le fabbriche che chiudono e altre pessime notizie.

Proviamo, invece, a occuparci delle novità che tutto il male non vien per nuocere.

La prima riguarda il sistema politico. Benché Casini porti bene i suoi anni, è scomparso il ‘centro’, già fragile, e si consolida, come ovunque in Europa, un partito antisistema – euroscettico e destrorso – che attrae consensi da una platea vasta di scontenti.

La seconda registra lo stato di difficoltà permanente in cui si muovono partiti dal futuro incerto. Tutti tagliati a metà da crisi di leadership, da pulsioni nostalgiche, da ambizioni personali, forse, lo spero, anche dalla competizione tra progetti alternativi. Una ‘partitocrazia senza partiti’ affetta da ‘presentismo’ – l’orizzonte è stasera, forse stanotte – e da individualismo sfrenato.

‘No leader no party’ in Italia. ‘No party no leader’ altrove.

La terza investe il governo in carica. Anzi, il secondo tempo del governo in carica. Perché dopo aver riannodato il filo con l’Europa e rinnovato la cambiale della credibilità in Italia – operazioni tutt’altro che scontate – al Presidente del Consiglio resta solo una via, e sono certo che la prenderà per non restare prigioniero della palude.

Dovrà sacrificare un agnello alla ‘discontinuità’ ora che i confini della maggioranza si sono fatti più chiari e dalle larghe intese si è passati a un governo europeista.

Dovrà imporre un’agenda oltre l’IMU sì l’IMU no e rischiare il sogno dell’avventura.

Dovrà rafforzare la compagine di governo rendendola più equilibrata – quel che resta del centro conta più membri di governo che voti in parlamento – e, aggiungo, inclusiva di chi il governo lo sostiene.

Dovrà parlare alla nazione come Brandt parlò ai tedeschi nel 1967, da leader della SPD nel governo di Gross Koalitionen: ‘Questo governo serve alla Germania. Ma è una parentesi’.

Vedo trappole scattare. Più del presente, se altro non emergerà, è un passato florido di relazioni la zavorra del Ministro di ‘molta’ Grazia e Giustizia. Dovrà abituarsi anche lei al salotto delle dicerie. I calabresi le chiamano ‘cugna’. Il Devoto-Oli è più sobrio: pedata, protezione, spintarella, favore, appoggio, calcio, insomma la raccomandazione, cui segue – leggo – l’assegno della liquidazione all’erede con più zeri che mesi di lavoro …

La desertificazione della destra italiana si stempererà, prima o poi, in un’oasi. Ci sarà bisogno di tempo ma, se l’approdo europeo sarà il partito popolare, Casini e Alfano condivideranno lo stesso tetto anche in Italia. Bilocali prima di una villetta a schiera. Chiuso il ventennio, l’auspicio è che la normalità uccida la naturale tendenza al caos. B. giocherà le sue carte, ma è un uomo ferito – e non è San Sebastiano – e sa bene che gli italiani sorridono sulle olgettine, ma non perdonano il portafoglio vuoto.

Il destino immediato di Forza Italia non sarà quello del partito liberaleggiante del ’94 in cui accorsero elettori e dirigenti del pentapartito. Soffrirà la concorrenza di Lega e M5Stelle sul fronte migranti, accentuerà la sua natura antiparlamentare e si qualificherà come stampella di Putin in Europa e come guardia repubblicana del suo duce sul suolo patrio.

La progressiva scomparsa di B. non segnerà la fine della storia. Favorirà invece scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico italiano. Né durerà all’infinito l’emergenza.

Il nuovo ciclo va preparato ora, combattendo le anomalie che ci hanno reso vulnerabili.

Una collocazione europea ondivaga, un eccesso di ambiguità sui filoni maestri della inclusione, del merito, dei diritti civili, della giustizia, la rappresentazione di divisioni che lasciano sconcertati. Solo nelle ultime settimane: caso Cancellieri appena più recente del caso kazako, F35, IMU, staminali, legge elettorale, province sì province no, applausometro quotidiano sull’esecutivo. E l’anno non è ancora finito.

La legge elettorale è la coda non il capo. Se fossimo una coalizione coesa, l’effetto sarebbe diverso. Intanto perché l’Italia viene prima di ciascuno di noi. Dico subito come la penso: restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro parlamentari, prediligere il sistema bipolare, pensare al semipresidenzialismo come soluzione istituzionale. Proponemmo in giugno la Costituente e non fummo ascoltati. Vediamo cosa partoriranno litigi e pazienza.

Se le modifiche al Porcellum saranno parziali, il PSI chiederà l’apparentamento e avrà il proprio simbolo sulla scheda elettorale. Il contrario di quanto accadde a febbraio. E non per nostra responsabilità. A domanda, la risposta del PD fu inappellabile: nessun apparentamento.

Se invece torneremo al Mattarellum o comunque a leggi elettorali a tendenza uninominale, il PSI sarà uno dei soci fondatori della coalizione e come tale camminerà sulle sue gambe.

‘Italia Bene Comune’ non era un’idea sbagliata. L’universo riformatore non è un arcipelago senza confini.

Ripartire da PD, SEL e PSI, intanto nel sostegno alla candidatura di Martin Schulz ai vertici della Commissione Europea. La candidatura è più forte se nella testa di Martin ci saranno quegli Eurobond che Spd e Angela Merkel hanno espunto dal loro programma (perché aveva ragione Thomas Mann: ‘La Germania vive se si europeizza’. L’Europa muore se si “germanizza”).

L’occasione si presenterà tra cinque giorni, quando il Senato discuterà la nostra mozione che invita i partiti a dire prima del voto a quale casa europea intendano aderire e chi intendano sostenere alla guida della Commissione. Insomma, non ci si può più nascondere.

Sottoscrivere pubblicamente in Italia il programma del PSE varato a Lipsia e farlo a Milano, patria del riformismo municipale e faro italiano sull’Europa.

Considerare il congresso PSE del prossimo febbraio, che organizzeremo a Roma assieme al PD, l’avvio della campagna elettorale.

Coinvolgere nel patto quanti si riconoscono nel progetto di una nuova Europa, siano i figli di tradizioni liberalrepubblicane e radicali, gli eredi laici di Scelta Civica o i movimenti democratici che fioriscono nelle città.

Infine, costruire l’ “Alleanza del fare”, la casa italiana del socialismo europeo, e candidarla alle elezioni europee del maggio 2014.

Non un’alleanza elettorale e basta ma un patto politico per il futuro, la condizione migliore perché il semestre di presidenza italiano dell’U.E. possa sortire effetti benefici.

L’organizzazione congiunta del Congresso PSE conforta questa tabellina di marcia.

Va in questa direzione l’attività in corso per allargare gli organismi internazionali a partiti e movimenti provenienti da culture democratiche. Urge aprire un dialogo tra Internazionale Socialista e Alleanza Progressista. Meglio un unico soggetto autorevole che due entità che si guardano in cagnesco.

Va in questa direzione la presentazione sul territorio di coalizioni che si richiamano a questo indirizzo. Domani l’Abruzzo e i comuni chiamati al voto di primavera, ieri la Basilicata, con il partito all’8%, la percentuale più alta dal 1992.

So che i compagni lucani hanno chiesto di essere rappresentati alle Nazioni Unite. Facciano in fretta perché il vento torna a gonfiare e presto non saranno da soli.

Va in questa direzione la proposta, che formulo ai nostri ospiti, a Guglielmo, a Nichi ed a Stefania Giannini, neosegretaria di Scelta Civica, di dare vita a un ‘osservatorio parlamentare’ che tratti le questioni di più alto profilo prima che approdino al lavoro d’aula.

Questo cammino ha un’alternativa: il disordine e l’ennesima sconfitta.

Nessuna legge elettorale, con il radicamento di un forte partito antisistema, consentirà mai ad un solo partito autosufficienza tale da coincidere con la vittoria elettorale. Nemmeno le grandi potenze vivono in splendido isolamento. Il presidente Wilson dichiarò superata la ‘dottrina Monroe’ e Veltroni non ha fatto cambiare idea ad Obama. Non sarà l’età a tradire Renzi, il predestinato. Sono le coalizioni coese, con un’idea concreta dell’Italia e con la capacità di trasmettere fiducia, impeto, speranza, le alleanze destinate a vincere.

La più rivoluzionaria delle virtù, nell’Italia della politica, è la normalità. La creatività, per una volta, lasciamola alle arti.

La fine del ventennio coinciderà con l’accettazione del canone politico europeo.

Alfano, Mauro e Casini – non fidatevi, colpiranno uniti – faranno carte false per accreditarsi nel PPE e obbligheranno la sinistra riformista a fare altrettanto nella casa socialista. Conviene anticipare, non aspettare. Determinare gli eventi, scrivere l’agenda, discutere ora la nostra mozione parlamentare per dire agli italiani chi siamo e dove vogliamo stare in Europa, insomma battersi perché larga parte della sinistra italiana non resti apolide. Se Fioroni si lamenta, sorrideranno Viterbo e la Tuscia.

Mezzo secolo fa, a Venezia si intensificarono i preparativi che portarono alla formazione del primo governo di centro-sinistra. L’allora vescovo della città, futuro pontefice, indirizzò al congresso un messaggio che si rivelò uno straordinario segno di apertura. Molti anni dopo, Angelo Scola, patriarca di Venezia e prima ancora vescovo di Grosseto, mi ha ricordato la storia di suo padre, camionista, socialista, nenniano.

Venezia porterà bene anche a noi.

I partiti vivono quando la memoria nutre un’idea di futuro e quando hanno qualcosa da dire nell’interesse generale. Tertium non datur.

Dei partiti nati tra la fine dell’ 800 e il ‘900, siamo l’unico movimento ancora vivo.

Della quindicina di partiti sorti dopo il ’92, due terzi si sono estinti ma noi ci siamo ancora. Con il vantaggio di chi ha rappresentato la buona storia del Novecento, quella che ha reso Italia ed Europa più civili e più libere. Con la difficoltà che hanno i partiti più piccoli a coesistere con sistemi bipolari disseminati di sbarramenti elettorali.

Le radici ci hanno aiutato a conservare il nome. L’azione politica è indispensabile per farlo vivere.

Perché non basta il richiamo al passato per attrarre consenso. Rifugiarsi nel passato è un formidabile errore, la giustificazione alle nostre inadempienza, una cantilena di nessuna utilità su come eravamo bravi, giovani e belli. La politica, invece, è passione, presente, sporcarsi le mani.

Restiamo vivi solo se interpretiamo i sentimenti di parti di una comunità. Con l’azione e non con i soli comunicati stampa o, peggio, con una battuta su facebook.

Bisogna parlare agli italiani prima ancora che ai socialisti e bisogna parlare loro lingue comprensibili. Come i nonni e i bisnonni quando convincevano un bracciante, un operaio, una maestra a iscriversi al sindacato di Bozzi e della Altobelli o al partito di Turati e di Matteotti.

La storia del socialismo italiano va divisa in tre tempi. Dalle origini al 1992; dal 1994

al fallimento della Costituente socialista; dall’uscita dal Parlamento – non era mai successo dal 1887, accadrà solo nel ventennio fascista – a Venezia.

Possiamo affrontare questo terzo tempo raccogliendo attorno a noi tutte le energie.

Quelle nuove se sapremo valorizzarle. Quelle più ricche di esperienza se sapranno essere generose. Loro c’erano quando il partito è caduto. Poi, da qualche parte, ho letto che la colpa era solo di quel diavolo di Bettino e che dal ’92, in Italia, dicono loro, di un partito che si richiami al socialismo non si può più parlare. Spudoratamente bugiardi!
Bugiardi quelli che ancora oggi si fanno campare dal centro-destra e quelli che, per far dimenticare le loro responsabilità, hanno fermato l’orologio alla XI Legislatura. Le nostre responsabilità, sì, e il berlusconiano “Panorama” con in copertina “Di Pietro facci sognare” ad aprire la strada alle trombe del giustizialismo di sinistra.

Ringrazio tutti i compagni che sono venuti a darci una mano, e non sono pochi, e chiedo di tornare a “casa” a quanti vogliono dare senza nulla pretendere.

Bisogna trasformarsi nel partito di chi ha coraggio e nello scudo di chi è senza tutele.

Scegliere i ricercatori e gli associati contro i baroni universitari. Meglio i ragazzi che si dividono un panino mentre traducono un incunabolo, dei presidi di facoltà rieleggibili per tre mandati di fila come fossimo nella Corea del Nord.

Scegliere gli imprenditori ‘fai da te’ contro gli assistiti dalla mano pubblica. Meglio chi collauda un brevetto di chi usufruisce per la propria azienda di cassa integrazione e poi si scopre con i soldi in un paradiso fiscale.

Scegliere i pensionati che hanno versato ogni centesimo contro i beneficiari di pensioni d’oro dai contributi fallaci. Non tagliare un centesimo a chi si riprende in vecchiaia ciò che ha versato; chiedere un giusto sacrificio a chi vive con pensioni pregiate cui non hanno corrisposto uguali versamenti.

Scegliere i magistrati che esercitano il loro mestiere nel silenzio contro quei magistrati che utilizzano le inchieste per candidarsi. Meglio Falcone del sindaco di Napoli.

Il partito avrà un impianto organizzativo di taglio federativo. Comitati regionali coinvolti nella direzione, organismi più snelli e quindi più autorevoli, apertura delle nostre sezioni a circoli tematici e soprattutto ad associazioni insediate sul territorio. Meglio una sede tenuta aperta ogni giorno da chi si occupa dei problemi della gente che la luce accesa una volta a settimana.

Movimenti politici e liste civiche con cui condividiamo le campagne potranno federarsi con noi.

Le ‘primarie delle idee’ verranno rese obbligatorie per stilare i programmi di governo locale, regionale e nazionale, e obbligatorie dovranno essere le ‘primarie di coalizione’ quando si tratterà di scegliere candidati a sindaco, presidente di regione e, naturalmente, a capo del governo.

Le vicende estive ci inducono infine a muovere con fermezza in una doppia direzione.

Il dibattito nelle assemblee provinciali e il voto espresso sulle tre mozioni hanno chiarito gli obiettivi e definito la linea politica. I congressi non sono fatti per cancellare gli errori, ma per non ripeterli. Anch’io non ne sono immune, ma il partito oggi siede nel parlamento italiano, ha delegazioni autonome alla Camera e al Senato per sua libera scelta, presenta i suoi emendamenti e i suoi disegni di legge senza chiedere il permesso a nessuno.

I gruppi dirigenti prima provano a correggere insieme gli errori poi, ma solo poi, se non ci riescono, se la politica li separa, si dividono. Quando accade il contrario, perlomeno non se ne faccia motivo di vanto. Chi cambia idea ha il dovere di dire che ha cambiato idea. Si chiama trasparenza.

Ho ragione di pensare che il congresso possa ricomporsi in una unità piena.

È l’appello che rivolgo ai 600 delegati e ai compagni che rappresentano gli altri documenti congressuali. C’è l’opportunità di tornare a parlare agli italiani ora che il disgelo è alle porte. Sanare le ferite e dedicarci alla ‘politica del fare’ è il nostro dovere.

Domenica dobbiamo stipulare un patto associativo nel segno dell’unità interna e dell’apertura verso un mondo socialista che si è allontanato dal partito.

Una campagna straordinaria di adesione che ci consenta di allargare i nostri confini ben al di là dei 25.000 iscritti attuali. Adesione al manifesto del PSE ed al programma del PSI così come verrà sancito dal Congresso di Venezia.

È tempo di favorire un secondo ‘Midas’ se vogliamo realizzare un programma ambizioso. Tra domenica e il prossimo febbraio, dobbiamo assumere l’impegno pubblico a utilizzare al meglio le energie fresche che si sono formate nelle università, nel lavoro e nelle istituzioni. Io lo farò e voi dovrete fare altrettanto. È un innesto necessario ad assicurare continuità alla forza più antica d’Italia ed a rinnovarla.

Buon congresso compagni»»

Al teatro Vascello il Festival Internazionale del Cinema Sordo

Cinedeaf-VascelloUna tre giorni di proiezioni, workshop ed eventi speciali. Questi gli ingredienti della seconda edizione del Festival Internazionale del Cinema Sordo, Cinedeaf che oggi apre i battenti al Teatro Vascello di Roma. La kermesse ha come obiettivo quello di diffondere la conoscenza della cultura sorda, di sensibilizzare il pubblico al tema al fine di favorirne l’integrazione e rendere possibili pari opportunità ai sordi, sia in termini di vita sociale, civile che di espressione. Tutto attraverso il fenomeno cosiddetto del “Deaf Cinema” ovvero il “Cinema Sordo” in cui attori, registi, sceneggiatori e produttori sordi realizzano un cinema visivo che utilizza il linguaggio dei segni. Un’occasione per apprendere la forte espressività dei sordi che si esprime solo con un gesto o uno sguardo, senza usare parole. La manifestazione diventa un luogo di incontro tra sordi e udenti, non solo in qualità di spettatori, ma anche quali protagonisti diretti. Per un migliore scambio e una maggiore comprensione si ricorre all’uso di sottotitoli in italiano e in inglese.

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I lavori del Congresso socialista di Venezia

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Nella cornice della laguna veneta prende il via il 3* Congresso del PSI. L’appuntamento della kermesse socialista vedrà la partecipazione di leader politici di spicco del panorama nazionale. Apre i lavori la relazione del Segretario Nazionale Riccardo Nencini e cresce l’attesa anche per gli interventi degli ospiti a cominciare da quello del Presidente del consiglio Enrico Letta, così come del segretario del Pd Guglielmo Epifani.

Il Tesoriere del Psi, Oreste Pastorelli, ha parlato di “una tre giorni di vitale importanza per la definizione del futuro e dell’identità del partito. E’ doveroso ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile l’organizzazione e la realizzazione di un appuntamento centrale per tutti noi socialisti a cominciare dalla Federazione veneta che ha curato l’ospitalità. Aspettiamo di seguire il dibattito che si prospetta ricchissimo di spunti di riflessione”

Il senatore Enrico Buemi ha ribadito che il PSI “è una forza politica che affonda le sue radici nel secolo scorso. In quest’ottica l’appuntamento con il Congresso rappresenta un momento di particolare importanza in cui la comunità degli appartenenti ha modo di incontrarsi e riconoscersi. Comunità senza regole dove i passanti possono stabilire linee guida, scelte politiche e gruppi dirigenti più che luoghi di confronto sono luoghi della strumentalizzazione”.

Il segretario nazionale della FGS, Claudia Bastianelli, si è detta entusiasta del clima che accompagna l’inizio del Congresso sottolineando che si tratta di “un appuntamento per rilanciare il partito dopo il ritorno in Parlamento. Come FGS appoggeremo l’azione parlamentare del partito attraverso una proposta di legge sulla previdenza complementare per tutelare quei giovani che hanno l’urgenza di costruire una stabilita’ per il futuro”.

L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ENRICO LETTA: “L’ANNO DELLA SVOLTA” – Intervenuto al Congresso del PSI, il premier Letta ha sottolineato come il 2014 rappresenterà l’anno di svolta della vicenda europea, con il contributo fondamentale delle forze progressiste.

Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha parlato d’Europa: “In Europa non hanno contato i progressisti e ha fatto scuola solo il rigore con le conseguenze negative che si sono viste. Col rigore e solo con esso si è prodotta la recessione e un maggior debito pubblico. Bisogna voltare pagina e il 2014 sarà l’anno decisivo”. Secondo il presidente del Consiglio “il governo è pronto ad assumere decisioni importanti, sia sul versante economico, sia su quello politio-istituzionale. Sarà l’anno del rilancio della buona politica. Sono in cantiere importanti provvedimenti per creare sviluppo ed equità e anche quelle riforme dello stato che il paese attende da troppi anni. I socialisti e Riccardo Nencini in particolare, sono attestati su una giusta trincea. Con la presidenza italiana del semestre europeo molte cose cambieranno. Voglio ricordare le due presidenze italiane, quella del 1985 (con Craxi) e quella del 1990 (con Andreotti) che furono foriere di importanti provvedimenti, il trattato dell’Unione e la moneta unica. Sono convinto che insieme ce la faremo”.

Negli ultimi anni, ci sono stati troppo rigore ed austerità con passi indietro sull’europeismo. L’anno prossimo, a febbraio, sarà la ricorrenza dei 25 anni dall’approvazione del trattato sull’Europa unita di Altiero Spinelli e questa ricorrenza dovrà essere l’occasione per ricordare quella visione dell’Europa.  Più europeismo, più crescita e più solidarietà: “Sono stati 7 mesi di battaglie difficili e ringrazio per il supporto socialista” ha detto Letta. Il premier ha anche ribadito che nel prossimo passaggio parlamentare occorrerà stabilire l’agenda per l’anno prossimo e sarà questa l’occasione per cambiare registro. Se il 2013 si è giocato in difesa, il 2014 dovrà essere giocato all’attacco, sia sulle riforme economiche e sia su quelle istituzionali. “L’anno prossimo devono darsi le condizioni per arrestare il declino, per far ripartire l’economia e fermare l’emorragia di posti di lavoro” ha detto Letta. Occorre dunque bloccare il populismo. Letta ha anche sottolineato come ora tocchi a noi: “il riformismo dovrà essere concreto, non un riformismo astratto. Il 2014 sarà  un anno bello ed impegnativo e sarà l’anno della riscossa della buona politica: “Il nostro Paese tornerà centrale in Europa e faremo vedere cosa vuol dire una Italia leader in Europa”. L’Italia  è in condizione di guidare l’Europa: l’Europa delle città e dei territori che riusciremo a valorizzare al meglio, ha concluso Letta.

IL SEGRETARIO DEL PD GUGLIELMO EPIFANI: “DALLE LARGHE INTESE AL GOVERNO DI SCOPO” – Intervenuto al congresso socialista, il segretario del PD Epifani ha innanzitutto ricordato come ciò che succede in Europa ci riguarda da vicino e quanto accade in Italia ha un impatto non trascurabile sull’Europa. Secondo Epifani, abbiamo continuato a comportarci come prima della moneta unica. Se passi da una moneta debole ad una moneta forte, non puoi aumentare la spesa corrente e diminuire quella pubblica per investimenti, che è quella che parla al futuro del Paese. Se hai la stessa moneta della Germania, devi investire e rinnovare come fanno i tedeschi. Le imprese che lo hanno fatto, oggi guadagnano.

Come ricordato dal segretario del PD, l’Europa vive una fase difficile, strana e inconcludente. Dove va? Chi la guida? Se non si va avanti con più Europa, il rapporto tra moneta e democrazia non sarà più conciliabile. L’asimmetria tra moneta e democrazia potrà creare problemi indissolubili. Anche la Germania non è esente da colpe. Se la Germania fa prevalere i propri interessi su quelli dell’Europa senza che gli altri Paesi possano dire la loro, allora le cose non vanno bene perché diventa troppo grande lo spazio di chi vede nell’Europa e nell’Euro le cause dei nostri mali. Prima solo Grillo, ora anche Berlusconi. Il risultato è quello di una progressiva marginalità del nostro Paese. L’unione bancaria è ferma. La Germania deve recuperare il suo ruolo di guida e mettere gli interessi europei prima di quelli tedeschi, altrimenti sarà la fine. Rinascono i populismi.
Per quanto riguarda la situazione italiana, la crisi che stiamo vivendo e dalla quale non siamo ancora usciti è una crisi che produce il grande problema della divisione sociale che si acuisce. La crisi spacca il Paese in due: il giovane che non trova lavoro, l’esodato che pensava di andare in pensione, chi ha perso il lavoro. Secondo Epifani, occorre un’azione di Governo che sia all’altezza di questa sfida. Il Governo delle larghe intese ha perso la sua caratteristica. Sono stati mesi difficili, ma abbiamo rialzato la testa in Europa. Abbiamo superato il periodo d’infrazione. Abbiamo compiuto dei passi in avanti. Ma si deve fare meglio. Occorre dunque cogliere questa occasione per rilanciare l’azione di Governo, definendo il perimetro politico e l’agenda del Governo, sul terreno soprattutto dell’occupazione e degli investimenti. Se si perde questa occasione, l’azione di governo si protrarrà stancamente. Quando si hanno più partiti in una coalizione, occorre avere il massimo rispetto per i valori ed i principi dei Partiti più piccoli, ma anche essere consapevoli che le maggiore è il consenso e maggiori sono le responsabilità a cui si è chiamati.
Per avere una politica più forte ci vuole rinnovamento ma occorre anche ricordare la centralità della democrazia rappresentativa. In questo contesto, se Forza Italia si ritira dal Governo è giusto che si faccia una verifica come indicato dal Presidente Napolitano. I numeri sono sicuri, e lo si è visto con la legge di stabilità. La verifica serve a ricalibrare il profilo del Governo che si trasforma in un Governo di servizio e non più di larghe intese.

Benvenuti a Venezia

Venezia ospita il congresso nazionale del PSI. La città lagunare è sede per la seconda volta di un congresso socialista. La prima fu nel febbraio del 1957 e quel congresso passerà alla storia come quello dell’autonomia socialista. Pietro Nenni, a partire dall’anno prima, un anno speciale che si era aperto con le denunce dei crimini di Stalin avvenuta al congresso del Pcus da parte di Nikita Kruscev e si era chiuso con la tragica repressione sovietica in Ungheria, aveva impresso una svolta profonda nella politica del Psi. Nenni aveva sottolineato, nel suo saggio su Mondoperaio, che le critiche di Kruscev non potevano riguardare solo l’uomo, ma il sistema sovietico e nei confronti della invasione dell’Ungheria il leader socialista non esitò a schierarsi dalla parte degli oppressi, mentre Togliatti e il Pci furono dalla parte degli oppressori. Il congresso di Venezia si aprì in una situazione di grande attenzione, di sfibrante attesa, ma anche di acuta tensione interna. Non tutti i socialisti avevano accettato la svolta e in particolare quel tentativo di riunire i socialisti che Nenni e Saragat avevano avviato con l’incontro di Pralognan dell’estate. Alla fine Nenni vinse sulla politica, ma fu sconfitto sui numeri. La tesi era una sola e il voto segreto per l’elezione del Comitato centrale fini per premiare gli uomini del vecchio apparato morandiano e per mettere gli autonomisti in minoranza. Con le evidenti differenza tra quel congresso e quel partito e quelli di oggi, quel caso non si ripeterà. Nel nostro piccolo PSI si è tenuto un congresso a tre mozioni e una, la numero uno, ha ottenuto una netta supremazia. Nencini verrà dunque rieletto segretario. E non ci saranno sorprese. Tuttavia da Venezia partirà un nuovo segnale di vita del PSI. Quello slogan, “Essere”, che campeggerà dal palco segnala una scelta chiara. Il Psi esiste e vuole continuare ad esistere con la sua autonomia anche a prescindere dell’adesione del Pd e di Sel al socialismo europeo. Ha molte cose originali da dire e le esporrà con chiarezza dalla tribuna della sala veneziana. Lo farà senza cadere in acqua dove dicono che finì per distrazione, nel febbraio del 1957, forse perché scioccato dalla svolta autonomista, un dirigente socialista. E pare non ci fosse l’acqua alta…

Cinquant’anni fa nasceva il centrosinistra
poi arrivarono i ‘nani’ della politica

Governo Moro 1963Sul blog di ‘mondoperaio’ del 28 ottobre, Luigi Covatta ha celebrato, con un lungo articolo, la nascita negli anni Sessanta del secolo scorso del centrosinistra (Governo Moro, 4 dicembre 1963). Nell’articolo Covatta ha sottolineato che quella formula di governo non è nata solo dall’attivismo di Fanfani e dall’illuminismo di Lombardi; il nuovo progetto di governo ha avuto alle spalle una lunga elaborazione politico-culturale, sia in seno al mondo cattolico (Lombardini, Saraceno, Ardirò ed altri), sia nell’area laico-socialista (Nenni, Giolitti, La Malfa ed altri). La sua sperimentazione, ha trovato anche il favore del PCI, il quale, pur essendo consapevole che la nuova formula governativa avrebbe posto fine all’unità dell’azione politica dei partiti della sinistra italiana, ha individuato nel nuovo quadro politico un avanzamento sulla via italiana al socialismo. Continua a leggere