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Opinioni e commenti
 

19 novembre 1942: Stalingrado, la più grande battaglia del Novecento
Pubblicato il 13-11-2013


Stalingrado-battagliaIl 19 novembre del 1942 ebbe inizio la riscossa sovietica tra le macerie di Stalingrado. L’operazione ‘Urano’ lanciata dal generale dell’Armata Rossa Georgy Zukov aveva un obiettivo molto semplice: circondare tutte le forze tedesche nell’area di Stalingrado per poi distruggerle.

Lo scontro sul campo tra nazisti e sovietici era già cominciato il 22 giugno del 1941 quando Adolf Hitler decise di lanciare la campagna di Russia. L’operazione prese il nome in codice di ‘Barbarossa’. Allora il fuhrer, come già prima di lui aveva fatto con esiti nefasti Napoleone, non si curò del monito dello stratega dell’Ottocento Carl von Clausewitz che sconsigliava fortemente di aprire una guerra su due fronti. L’avanzata della Wehrmacht, secondo gli specialisti tedeschi che pianificarono l’attacco, tra i quali vi era anche il generale Friedrich Paulus, doveva svolgersi secondo il principio della blitzkrieg (guerra lampo), quindi non prevedeva manovre difensive. Vi erano tre direttrici di marcia: la prima in direzione Nord, verso Leningrado, la seconda prevedeva uno sfondamento centrale fino a Mosca, mentre la terza, quella meridionale, puntava su Kiev.

L’avanzata nazista, in un primo momento, sembrò travolgente, tanto che il sistema sovietico traballò sino quasi a crollare. Lo stesso Josip Stalin fu costretto a lasciare Mosca accerchiata e bombardata dal nemico. Ma poi arrivò il terribile inverno nella steppa a rimettere in equilibrio le sorti dello scontro. E l’invasione nazista perse vigore quando il gelo inceppò gli oliati meccanismi della macchina da guerra tedesca. Così, dopo un anno di battaglie sul fronte orientale, i piani dell’estate del 1942 erano della massima importanza e il loro risultato avrebbe rappresentato la linea di demarcazione tra la vittoria della Germania e la sua sconfitta. La vecchia operazione ‘Barbarossa’ del 1941 fu messa in soffitta. Adolf Hitler, che aveva assunto in prima persona il comando delle operazioni dell’esercito, optò per ‘Fall Blue’. Il nuovo piano strategico consisteva nel dividere in due il gruppo di armate Sud: la prima punta di lancia conficcata nel cuore dei pozzi petroliferi del Caucaso, la seconda, la sesta armata agli ordini del generale Friedrich Paulus, scoccata verso il fiume Volga per impedire che i russi tentassero di guadagnare le posizioni fino al bacino industriale. La sesta armata si mise in marcia il 28 di giugno del 1942. Era il più grande dispiegamento militare sul fronte orientale. Poteva contare su 5 corpi d’armata (tra i quali uno corrazzato) formati da 14 divisioni: 11 di fanteria, 2 corrazzate e una motorizzata.

La distanza che i soldati dovevano coprire per raggiungere l’obiettivo era di 560 chilometri di tundra, taiga e steppa. E all’inizio tutto andò bene, tanto che Hitler ordinò anche alla quarta panzerarmee di unirsi al generale Paulus sulle rive del Volga. La caduta o la tenuta di Stalingrado (un tempo Caricyn, oggi Volgograd), come indica lo stesso nome della città, assunse connotazioni e valori ideologici e politici molto forti. E’ per questo che la determinazione del fuhrer nel conquistare Stalingrado era pari alla stessa determinazione che l’alto comando russo metteva nel difendere la città. Il miglior generale di Stalin, il maresciallo Georgy Zukov, fu inviato sul posto a dirigere le operazioni, mentre il capo del partito locale era Nikita Chruscev, un giorno futuro leader dell’Unione Sovietica.

Con queste premesse la battaglia decisiva per le sorti della seconda guerra mondiale iniziò il 21 agosto del 1942. Da subito, come era già accaduto durante l’invasione del territorio russo, sembrò che i nazisti dovessero avere la meglio nel giro di breve tempo. Ma al contrario alla fine di settembre i russi resistevano ancora. Fu chiaro quindi che la conquista della città sarebbe stata lunga e costosa. Stalin diede l’ordine di non evacuare le case. Egli riteneva infatti che le sue truppe sarebbero state più motivate nei combattimenti con la presenza sul campo di battaglia della popolazione. Si trattò così di una conquista casa per casa. La lotta per la sopravvivenza tra le macerie divenne furiosa. Fu stimato che solo le truppe tedesche perdessero circa 20mila soldati a settimana.

Il 19 di novembre, quando l’inverno russo era già calato, l’offensiva sovietica fu lanciata nei settori più deboli della difesa tedesca: quello settentrionale e quello meridionale della città. La sesta armata di Paulus era esposta a gravi rischi. Per salvarla si sarebbe dovuto dare l’ordine immediato di retrocedere dalle rovine di Stalingrado. Ma non fu fatto. Anzi, Adolf Hitler, qualche giorno dopo l’inizio dell’azione sovietica, ordinò a Paulus di rimanere con le sue truppe asserragliato nella città fantasma, come fosse una roccaforte avanzata, fino alla primavera. Il 23 di novembre del 1943 l’Armata Rossa concluse l’accerchiamento delle forze della Wehrmacht. Solo allora il generale Paulus, spinto dai suoi ufficiali in subordine, chiese a Berlino la totale libertà di azione. Ma Adolf Hitler il 24 di novembre replicò con una sua direttiva: “Create una sacca e resistete a ogni costo sul fronte del Volga e su quello settentrionale”.

Quella fu la decisione che sancì la fine della sesta armata con il suo immenso schieramento di uomini, circa 250mila militari in armi. I sovietici, dopo avere chiuso il nemico nel centro della città, in una sorta di vicolo cieco, ignorarono del tutto la sacca di Stalingrado e cominciarono a spingere verso l’ansa del Don per tagliare fuori i nemici accerchiati e aumentare la loro distanza con i possibili rinforzi. Per cercare di forzare la situazione fu inviato in aiuto di Paulus il feldmaresciallo von Manstein al comando del gruppo delle armate del Don. Ma i russi opposero una strenua resistenza e il blocco non si incrinò. A Natale l’offensiva di von Manstein si arrestò e venne respinta.

Arrivò così l’8 di gennaio, giorno in cui i sovietici inviarono a Paulus un ultimatum: o la resa onorevole o la distruzione totale. Ma il generale, dopo avere sentito il numero uno del Reich, rifiutò di capitolare. L’agonia della sesta armata era destinata a durare ancora per tre settimane. Hitler, accortosi che non vi era più nulla da fare, il 15 di gennaio insignì Paulus della Croce di Cavaliere con fronde di quercia promuovendolo feldmaresciallo. Il fuhrer sapeva che nessun militare che avesse raggiunto quel rango si era mai arreso, quindi fu del tutto certo del suicidio del suo generale. Ma le cose andarono diversamente. Per la prima volta il feldmaresciallo, che aveva sempre eseguito tutto di un fiato e senza tentennamenti gli ordini impartiti dal fuhrer, fece di testa sua.

Il 31 di gennaio il quartier generale di Paulus fu espugnato dai russi che fecero prigioniero un comandante stremato che al momento dell’arresto si trovava ancora sdraiato sulla sua branda da campo. Le immagini di quel soldato stropicciato e dagli occhi spenti fecero il giro del mondo e furono un duro colpo assestato dalla propaganda sovietica al fiaccato morale di un Reich ormai barcollante. L’Armata Rossa, dopo la resa tedesca, catturò oltre 107mila soldati nemici, tra i quali 24 generali. Mentre altri 100mila militari germanici giacevano già sul campo. Numerose fonti, tra dispersi e caduti, stimano che il numero totale delle vittime della battaglia superò il milione.

Il generale Friedrich Paulus, protagonista di una delle disfatte più grandi, famose e cruente della storia, rimase prigioniero a Mosca per undici anni. Nel 1944, facendo infuriare di nuovo Adolf Hitler che l’avrebbe voluto morto tra le rovine sul Don nel gennaio del 1943, aderì a un movimento che rinnegava il dittatore nazista. Il feldemaresciallo fu infine liberato nel 1953 con l’obbligo di residenza nella Germania Orientale. Visse a Dresda sino al 1957, quando all’età di 67 anni morì colpito da un ictus.

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