martedì, 21 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

22 novembre 1963: Kennedy assassinato a Dallas
Pubblicato il 22-11-2013


22nov1963-KennedyCinquant’anni fa, era il 22 novembre del 1963, nella città di Dallas, Stato del Texas, fu assassinato il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy.
J.F.K., così lo ricordano milioni di americani, al momento della sua morte aveva 46 anni. Fu il più giovane presidente eletto alla Casa Bianca e il più giovane a morire durante il suo mandato. Dalla fondazione degli Stati Uniti, 4 luglio 1776, a oggi, sono stati quattro i presidenti nordamericani assassinati mentre compivano il loro mandato: Abraham Lincoln (14 aprile 1865), James Garfield (2 luglio 1881), William McKinley (6 settembre 1901) e appunto John Fitzgerald Kennedy (22 novembre 1963).

Quel 22 novembre del 1963 Kennedy e la moglie Jacqueline atterrarono all’aeroporto Love Field di Dallas a bordo dell’Air Force One. Il viaggio era organizzato come una visita ufficiale in Texas, programmato dal vice presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson, allo scopo di ricomporre alcune fratture che scuotevano alla radice il Partito democratico. Kennedy e la moglie, scesi dall’areo presidenziale, si accomodarono sui sedili posteriori di una Limousine scoperta. Sulla stessa vettura, ma sui sedili centrali, viaggiavano anche il governatore del Texas, John Connally, e la consorte. Il corteo presidenziale si diresse verso il centro della città, quando la Limousine rallentò in prossimità di una curva, tra Houston Street e Elm Street, e mentre il presidente e il governatore salutavano la folla, diversi colpi di arma da fuoco, pare di un fucile, vennero esplosi contro il corteo. La maggior parte dei testimoni, in seguito alle indagini, disse di avere sentito tre botti.

Erano le 12.30 ora locale quando il mondo iniziò a trattenere il fiato, ma le speranze si rivelarono presto vane, così come la precipitosa corsa al Parkland Memorial Hospital. L’uomo più potente del mondo spirò alle ore 13 nella Sala operatoria 1 dell’unico ospedale pubblico della Contea. Troppo gravi le ferite riportate, la più importante fu provocata da un tracciante che lo aveva trafitto in entrata alla gola per poi uscire sul retro della scatola cranica.

Una grande ondata di emozione colpì l’America e il mondo intero. E fu proprio grazie a quella morte violenta e molto pubblica, consumatasi praticamente in diretta, anche grazie ai filmini dell’epoca che ne ricostruirono ogni singolo fotogramma, che si costruì il mito dell’eroica figura di John Fitzgerald Kennedy. Nell’immediatezza della morte del presidente venne poi arrestato un impiegato di 24 anni, Lee Harvey Oswald, accusato di avere ucciso un poliziotto e poi di avere sparato a Kennedy. Oswald non confessò gli omicidi. E anzi sostenne di essere un capro espiatorio. Tuttavia, non arrivò mai a processo, poiché venne a sua volta freddato da un gestore di night club di nome Jack Ruby, il quale poco tempo dopo morì a sua volta, ma colpito da un cancro.

Tutte queste strane circostanze e migliaia di altre ancora scatenarono una ridda di ipotesi infinite sulla morte di Kennedy, tanto che molte domande non hanno mai trovato risposta e fanno discutere ancora oggi. Comunque, durante l’avvicendarsi di voci e veleni e mentre venivano seguite le possibili piste dei più improbabili complotti, giurò il 36esimo presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson. Nell’attimo solenne, durante l’assunzione di responsabilità, disse: “Questo è un momento triste per ogni persona. Abbiamo sofferto una perdita che non può essere quantificata. Per me si tratta di una profonda tragedia personale. So che il mondo condivide il dolore della signora Kennedy e della sua famiglia. Farò del mio meglio. Questo è tutto quello che posso fare. Chiedo il vostro aiuto e quello di Dio”.

E fu davvero quello un momento triste per milioni di persone. Tutto il mondo pianse il lutto. Eppure il depositario di quel grande sentimento di commozione planetaria, John Fitzgerald Kennedy, primo presidente americano di fede cattolica, rampollo di una famiglia abbiente e in vista, era rimasto alla Casa Bianca solo per un battito di ciglia, ma a quanto pare abbastanza per farsi conoscere. Vinse le elezioni americane nel 1960 succedendo al repubblicano Dwight Eisenhower, entrò poi in carica nel gennaio del 1961 e vi rimase fino alla tragica giornata di Dallas, il 22 novembre 1963.

Fu certo un tempo breve, ma nel quale la storia aveva provveduto a condensare molti fatti. Da quella presidenza, che si mosse attraverso le gelide correnti della guerra fredda, passarono spinose questioni sia internazionali e sia di politica interna. Gli Stati Uniti finirono sotto le luci dei riflettori mondiali nell’aprile del 1961 per lo sbarco alla Baia dei Porci e il tentato golpe contro Fidel Castro. In seguito per la crisi missilistica di Cuba e il braccio di ferro con l’Unione Sovietica di Nikita Chruscev. Tutto questo mentre sull’Europa calava una cortina di ferro dalle fattezze di un muro che spaccò in due la città di Berlino, tracciando il solco tra l’Est e l’Ovest. E in un mondo sempre più diviso in rigide sfere d’influenza, dove anticomunisti e comunisti se le davano di santa ragione, nuvole nere si addensarono pure sullo scacchiere asiatico, dove chiari furono i segnali che annunciarono l’imminente guerra del Vietnam.

E se la politica estera non consentì alla presidenza Kennedy di dormire sonni tranquilli, la politica interna non fu da meno. Negli Stati Uniti montava lo scontro per i diritti civili con gli afroamericani, che, in forma pacifica, ma anche con la violenza, cercavano di fare valere le proprie ragioni. Per questi motivi il 22 novembre del 1963 fu un vero spartiacque, un vento freddo che soffiò sparecchiando il tavolo sul quale questioni importanti erano tutte aperte. Ma fu così che allo stesso tempo la figura del presidente giovane e bello che doveva cambiare il mondo trascese la vicenda politica e ascese al mito dell’eroe. Il drammatico sacrificio entrò talmente in profondità nella morale collettiva e quotidiana che tra la gente semplice divenne consueta la domanda: “Tu dov’eri quando hanno ucciso Kennedy?”. Un numero imprecisato di biografie e altre migliaia di articoli arrivarono a sommergere il mercato dell’editoria per sostenere la tesi che il mondo sarebbe stato certamente migliore se Kennedy avesse potuto svolgere un secondo mandato alla Casa Bianca.

Ma oggi, trascorsi 50 anni dai fatti di Dallas, le cose sono cambiate. Una corrente storiografica, e anche autorevoli giornalisti, sostengono che di meriti a John Kennedy ne furono attribuiti addirittura troppi. L’unica vittoria vera del presidente di origini irlandesi, sostengono gli studiosi, fu quella di essere riuscito a evitare lo scontro missilistico e nucleare con l’Unione Sovietica. E non è roba da poco. Ma sulle altre questioni restano molti dubbi. John Kennedy viene dipinto come un uomo del tutto immerso nel clima della guerra fredda, un falco che soffiava sulle tensioni con l’Urss piuttosto che praticare la distensione. Esempio: il tentativo di rovesciare il regime di Castro nella vicenda della Baia dei Porci.

Ma non basta. I detrattori spiegano anche che J.F.K. fu molto tiepido persino nel sostenere la causa dei diritti civili in America. Chi lo critica afferma che il presidente si limitò a lanciare qualche slogan di effetto, ma in realtà sino al 1963 non si occupò mai realmente della questione. Così, i successi nella politica sociale e nella dura lotta per l’eguaglianza tra i cittadini statunitensi in realtà andrebbero ascritti a Lyndon Johnson.

Ma certo, almeno per un aspetto, l’affascinante John Fitzgerald Kennedy ha messo d’accordo tutti: fu certamente uno stakanovista e un recordman delle relazioni intime e private. Da questo punto di vista fu senza dubbio l’uomo più invidiato del mondo. Si racconta in proposito che il ricchissimo e giovane Kennedy, detto Jack, fosse preda di una irrefrenabile libido provocata dai numerosi farmaci a base di ormoni che doveva assumere per causa di una vecchia ferita alla colonna vertebrale lascito della seconda guerra mondiale. Si dice ancora che la sua presidenza sia stata costellata da una scia inesauribile di incontri intimi. Il capo della Casa Bianca fece breccia nel cuore di bellissime e celebri attrici, famose cantanti, signore dell’alta società. Ma anche importanti giornaliste, numerose segretarie e stagiste, amanti di altri e prostitute.

E a proposito del buongusto e dell’appeal del presidente, basti ricordare quando nel 1962, la più desiderata del pianeta, una splendida Marilyn Monroe, diede scandalo cantando in pubblico con voce sensuale: “Happy birthday to you… Happy birthday mr president…”.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. In politica interna era un riformista liberale, ma in politica estera è stato un guerrafondaio. La crisi missilistica di Cuba fu provocata dagli americani e risolta da Kruscev. Erano stati gli americani a mettere per primi i missili con testata nucleare in Turchia, ovvero nel cortile esterno dell’URSS e dunque la risposta sovietica con l’invio dei missili a Cuba era perfettamente logica e giustificata. E’ stato Kruscev ad accettare di far finta di fare un passo indietro pur di evitare la guerra nucleare; difatti gli americani si impegnarono a ritirare i loro missili dalla Turchia sei mesi dopo la fine della crisi cubana. Cosa che fecero puntualmente. Kruscev ci rimise la faccia, Kennedy ffece un figurone, e noi siamo qui a raccontarlo.-
    Non si capisce proprio perché Kennedy sia diventato un mito della sinistra italiana.
    Matteo Zorzi

Lascia un commento