domenica, 24 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Bilancia dei pagamenti,
il fascino del passato
Pubblicato il 05-11-2013


Eurozona-debitoA leggere il “Sole 24 Ore, il foglio confindustriale, cioè il quotidiano che si presume sia il portatore degli interessi del mondo produttivo privato dell’Italia, c’è da diventare “strabici”. In esso, a volte, prevalgono gli articoli e gli interventi in favore dell’Unione Europea e di un maggiore approfondimento dell’unione politica degli Stati che ne fanno parte. In altre occasioni, prevalgono gli articoli che, riferendosi ai problemi attuali dei Paesi europei dell’eurozona, ne scrivono come se non facessero parte di un area resa unitaria sul piano economico con la sottoscrizione di Trattati che hanno avuto l’effetto di legare tra loro, rendendoli interdipendenti, gli uni con gli altri. Pubblicare articoli che recano opinioni che ignorano gli obblighi di ciascun Paese nei confronti degli altri è senz’altro lecito e, per certi versi, può risultare anche utile; ma, al di là di questo, ci si aspetterebbe dal “foglio” portatore degli interessi degli industriali privati italiani l’esposizione di una “linea” più chiara rispetto agli obblighi che derivano per ciascun Paese dal rispetto di quei Trattati; “linea” che lasci capire se gli industriali nostrani sono favorevoli a far parte dell’area della moneta unica europea, oppure meno.

Il “Sole 24 Ore” dei giorni scorsi ha riportato due interventi sulla crisi dell’eurozona, uno di Paul Krugman, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2008, e l’altro di Alessandro Leipold, capo economista presso il Consiglio di Lisbona che sovrintende all’attuazione del programma di riforme economiche approvato a Lisbona dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea nel 2000. Entrambi, comprensibilmente per Krugman e non per Laipold, riferendosi alle responsabilità della Germania riguardo alla persistenza della crisi dei Paesi dell’eurozona, parlano di questa come se i Trattati istitutivi dell’UE non esistessero e come se la Germania avesse libertà di agire in funzione di un mercato dei cambi indipendentemente dagli obblighi che le derivano dal rispetto di quei Trattati.

Krugman, riferendosi ai problemi dei Paesi dell’eurozona, afferma che la creazione dell’euro è stata seguita dalla sopravvenienza, dal punto di vista economico, di “squilibri colossali”, che hanno determinato consistenti flussi di capitali privati dai “Paesi forti” ai “Paesi deboli”. Successivamente, a causa dell’architettura dell’euro e dell’eccessivo indebitamento dei “Paesi deboli”, i flussi di capitali verso questi ultimi si sono interrotti, costringendo le loro autorità pubbliche dei Paesi in difficoltà ad eliminare i disavanzi con l’estero attraverso prestiti istituzionali, che hanno coinvolto le Banche centrali di tutti i Paesi dell’eurozona. L’alleggerimento dei disavanzi con l’estero si è tradotto, per i “Paesi deboli”, in una trappola, in quanto il più forte tra i “Paesi forti”, la Germania ha imposto che l’aggiustamento avvenisse attraverso una contrazione dell’attività economica, piuttosto che attraverso il suo potenziamento mediante un ricupero di competitività; ciò, per i “Paesi deboli”, ha determinato una insostenibile disoccupazione. In tal modo, conclude Krugman, si è creata una situazione mondiale molto difficile, per via del fatto che la Germania, considerando intangibile la sua eccedenza nel saldo con l’estero, ha penalizzato e continua a penalizzare crescita e occupazione a livello mondiale.

Se il punto di vista di Krugman può risultare comprensibile, in considerazione del fatto che è volto a giustificare il Tesoro americano per aver accusato la Germania di effettuare pratiche deflazionistiche, indipendentemente dalla considerazione che queste pratiche siano rispettose o meno dei Trattati che vincolano la “locomotiva d’Europa” ad essere solidale con in “Paesi deboli” dell’area economica nella quale è integrata, del tutto incomprensibile è l’analisi di Leipold.

Per l’economista del Consiglio di Lisbona, la soluzione della crisi dell’eurozona è legata alla questione di come assicurare un aggiustamento simmetrico degli squilibri delle bilance dei pagamenti dei singoli Paesi europei. Se si spera, afferma Leipold, che una “pressione” sulla Germania possa indurla a praticare una politica monetaria meno restrittiva ci si illude e ciò, non perché la Germania sia testardamente legata ai valori dell’ordoliberismo della sua tradizione, ma solo perché non esiste pressione internazionale che possa riuscire ad imporre l’aggiustamento delle loro bilance dei pagamenti ai Paesi creditori. Senza “meccanismi d’aggiustamento internazionali, e finché i Paesi in avanzo si rifiutano di usare il loro maggior potere d’acquisto, è fatale che la correzione avvenga tramite una contrazione dei Paesi debitori”, provocando così un impatto deflativo sull’intera area dell’eurozona.

C’è solo da sperare che il controllo del “Cerbero teutonico” sui bilanci europei per il 2014 sia “growth friendly”, rinforzato da una maggior tolleranza per scostamenti marginali dagli obiettivi assunti. Non si deve sperare, perciò, che eventuali pressioni esercitate sulla Germania possano indurla ad accollarsi dei problemi dei Paesi dell’eurozona in crisi; a questi ultimi, tra i quali l’Italia, per Leipold, non resta che l’urgenza di concentrarsi sui veri fattori sottostanti la loro minore competitività.

Il discorso di Leipold può dirsi coerente con le finalità dell’istituzione, della quale è membro autorevole, creata per sovrintendere un programma di riforme economiche all’interno dei singoli Paesi dell’Unione Europea perché diventi possibile un ulteriore avanzamento sulla via della realizzazione di una piena unione politica? Certamente no; il discorso di Leipold sembra rivolto a Paesi che non abbiano mai realizzato tra loro dei rapporti che vadano, sia pure di poco, al di là di puri rapporti di libero scambio; non è casuale che l’incipit del suo articolo rilevi il fatto che il dibattito in corso in Europa riguardo al modo in cui porre rimedio agli squilibri delle bilance dei pagamenti dei Paesi integrati nel mercato interno europeo rievochi la questione irrisolta della Conferenza di Bretton Woods di 80 anni fa; ovvero, del come assicurare aggiustamenti simmetrici automatici degli squilibri delle bilance dei pagamenti di Paesi in concorrenza tra loro, fuori da ogni rapporto di interdipendenza e da ogni accordo di cooperazione e di reciproco sostegno nell’interesse di tutti.

Gli industriali privati italiani attuali vogliono tornare all’età del libero scambio? Non sarebbero in linea con quanto i loro predecessori, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, hanno deciso, approvando la sottoscrizione dei Trattati di Roma.

Gianfranco Sabattini

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