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Opinioni e commenti
 

Buemi: “Dai 5S solo antiparlamentarismo”
Pubblicato il 06-11-2013


AutobluIntervento a Palazzo Madama del senatore socialista Enrico Buemi

E’ passato oltre un anno da quando – all’indomani dello scandalo Fiorito – il professor Giuliano Amato invitò a superare l’autodichia, cioè la sottrazione alla legge esterna degli apparati organizzativi delle Assemblee rappresentative. In quello scritto Amato chiedeva di sottoporre a controllo della Corte dei conti i consigli regionali, abrogando la disciplina che essi hanno “copiato” da quella vigente per le Camere del Parlamento.

Un anno non è passato invano: in mezzo vi è stata la decisione n. 10400 della Corte di cassazione di investire la Corte costituzionale sull’autodichia del Senato. Non si tratta solo di dare un giudice “vero” ai dipendenti delle Camere: nell’ordinanza di rimessione è posta in dubbio la legittimità stessa di una “zona franca”, entro la quale la legge non può entrare, se non richiamata espressamente dal Consiglio di Presidenza, il quale vi dà accesso volta per volta, come una graziosa concessione.

In un’altra Italia, la rivendicazione di uno status differenziato, per le strutture di supporto della politica, aveva un senso alto, difendibile agli occhi degli italiani. Ma, nel Senato di oggi, quale può mai essere il senso del fatto che non ha ingresso a Palazzo il tetto massimo introdotto da Monti per le retribuzioni statali, per fare un esempio, o la disciplina dell’uso delle auto blu? Non dare accesso automatico in Parlamento alla legge che regola il funzionamento degli enti pubblici e delle pubbliche amministrazioni produce ondate di pernicioso e sterile antiparlamentarismo nell’opinione pubblica.

Orbene, in questo Consiglio di Presidenza noi socialisti non siamo presenti. Se lo fossimo stati, avremmo votato contro la costituzione in giudizio del Senato dinanzi alla Corte costituzionale contro la Cassazione, perché rivendichiamo l’assoggettamento alla legge anche della gestione del personale del Senato. In tal modo si sarebbe letta pubblicamente la pretestuosità di tante, troppe posizioni fittizie.

Non noi, ma il Movimento 5 Stelle ha un Questore al Senato e un Vice Presidente alla Camera. Eppure, come hanno gestito questa vicenda? Oggi, non ho sentito parlare di questi argomenti.

Hanno inseguito gli scontrini dei rimborsi spese e le nomine dei parenti portaborse; si sono inchinati ad un antiparlamentarismo d’accatto. Ma, quando si è trattato di recidere alla radice l’eccezione degli organi costituzionali rispetto alla legge, si sono ritratti tutti in buon ordine: alla Camera hanno votato, con la proposta della presidente Boldrini, di accompagnare il Senato in Corte costituzionale; in Senato hanno fatto firmare a un ex magistrato, diventato Presidente del Senato (mi scuso Presidente), un atto di intervento che smentisce le luminose considerazioni dei suoi colleghi delle sezioni unite civili della Corte di cassazione.

Noi non siamo d’accordo con questo tipo di andazzo. Crediamo nell’insindacabilità del Parlamento per le «cose della politica», e le difendiamo fino alla fine. Ma, sugli appalti o sul pubblico impiego, crediamo che il Senato o la Camera debbano comportarsi come qualsiasi altra amministrazione dello Stato.

Perché si dia ingresso alla legge del lavoro e dell’appaltistica nell’ordinamento parlamentare abbiamo presentato un disegno di legge. Esso, come già i precedenti della scorsa legislatura portati dinanzi alla Cassazione, ha la forma della legge ordinaria, perché siamo convinti che, per fare questo, non occorra alcuna revisione costituzionale. Occorre soltanto dare ingresso al buon senso anche in questi palazzi, per uniformarci ai criteri di gestione più rigorosa ed uniforme delle risorse umane e materiali. Se la Corte costituzionale ci aiuterà ad affermare anche qui dentro il dominio della legge, siamo certi che il Parlamento sarà più inattaccabile anche nei confronti della pretestuosità dell’antipolitica. Anche qui, come in altri campi della nostra azione riformatrice, si tratta di cambiare o perire.

In merito all’autodichia, perché non viene usata, dato che in questo momento è ancora in atto, per correggere – ad esempio – le storture presenti nei trattamenti economici del personale, contrastanti con l’indicazione che viene dal buon senso, ma in linea con i deliberati della Corte costituzionale? Perché non affrontare nella nostra autonomia queste contraddizioni?

Colleghi, perché non affrontiamo anche le diversità che esistono tra di noi? Mi riferisco a un trattamento differenziato di giustizia tra coloro che sono residenti, o comunque residenziali a Roma, e coloro che invece si muovono dai territori e devono chiaramente sostenere costi diversi. Nelle aziende, quelle serie, quelle governate dall’interesse del padrone che ingrassa il cavallo, queste diversità si vedono e si applicano per criteri di giustizia fondamentali. Al contrario, qui in Senato siamo tutti grigi: siamo tutti parlamentari dello stesso tipo; siamo tutti parlamentari che fanno le stesse cose; siamo tutti parlamentari indegni di rappresentare questo Paese, tranne alcuni come la collega Taverna, la quale ieri ha distribuito patenti di onestà a destra e a sinistra rispetto le nostre opinioni.

Dico no a trattamenti particolari, perché poi ci chiedono qualcosa in cambio. Paghiamoci le nostre bollette. Facciamo tutto in trasparenza; non è questione di 200 o 300 euro a cambiarci la situazione. Bisogna però sapere che, nelle aziende serie, il personale che va in trasferta viene remunerato adeguatamente, a volte molto di più dello stipendio che percepisce.

Come ultima considerazione, dico che è necessario dare maggiore chiarezza ai nostri trattamenti. Non sono disponibile ad essere considerato un approfittatore, come invece certa stampa e certi atteggiamenti nostri tendono a favorire.

Chi svolge seriamente il proprio lavoro in quest’Aula ha diritto alla dignità del trattamento, nello stesso tempo però i servizi sono il momento fondamentale della nostra azione, non la nostra retribuzione. La nostra retribuzione deve essere in linea con i trattamenti dirigenziali che ci sono nelle aziende private e nelle aziende pubbliche. Anzi, io dico, colleghi, stiamo leggermente sotto, perché noi svolgiamo un mandato più nobile: rappresentiamo gli interessi del Paese. Nello stesso tempo, però, dobbiamo avere a disposizione servizi adeguati e di qualità, e li possiamo avere anche a costo inferiore.

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