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Opinioni e commenti
 

C’era una volta il voto segreto…
Pubblicato il 04-11-2013


APERTURA-Voto segreto

I senatori, considerando lo stipendio che prendono, “dovrebbero metterci la faccia” e votare apertamente sulla decadenza di Silvio Berlusconi tweetta Matteo Renzi, sindaco di Firenze e segretario in pectore del PD. Sono davvero in pochi nel centrosinistra, con l’eccezione dei soliti socialisti, a contraddire la vulgata pseudo democratica secondo cui il voto palese significa un’assunzione di responsabilità, mentre il voto segreto permetterebbe orrendi inciuci. A seguire la logica di questo ragionamento bisognerebbe arrivare alla conclusione che evidentemente nel PD e nel M5S non ci si fida dei propri parlamentari e si teme che abbiano un’idea diversa sulla decadenza di Berlusconi. Oppure, peggio, si tema che siano stati ‘comprati’!

Inutile spiegare e ricordare che il voto segreto quando si tratta di decidere il destino di una persona, è una garanzia di imparzialità e un’assicurazione per il singolo parlamentare, che così non può essere intimidito (casomai con la minaccia di non ricandidarlo alle prossime elezioni). In una parola è una regola fondante della democrazia, quella stessa regola che nella Costituzione, da molti invocata a sproposito, dà al parlamentare una volta eletto la piena libertà di mandato. Difatti, al contrario, si avrebbero dei ‘pigiabottoni’, proprio quelli della P2, quelli che vuole Berlusconi da sempre e Grillo oggi, quelli progettati dal ‘porcellum’ che assegna a tre, quattro leader il potere di ‘nominare’ i parlamentari.

Perfino Rosy Bindi, la più anti-berlusconiana tra i dirigenti Pd, neo presidente dell’Antimafia, non nasconde le sue perplessità e a Carlo Bertini su La Stampa di oggi dice che «questa volta non avrei forzato il regolamento», premette di essere «sempre a favore del voto palese, perché la coscienza dei parlamentari è una coscienza pubblica e non riservata. Ma questo è già di per sé un voto difficile e non lo avrei complicato ulteriormente».

Già perché il risultato di questa scelta per il voto palese, a parte le considerazioni di carattere etico, sul piano politico rafforza il vittimismo strumentale di Berlusconi e favorisce il ricompattamento del suo partito. Due errori imperdonabili in una volta sola, frutto di un radicalismo che continua a dettare l’agenda della politica italiana e in particolare quella del PCI-PDS-DS-PD. Ieri con la sinistra radicale, col ‘popolo dei fax’ e dei ‘girotondi’, oggi con la neodestra internettiana del Movimento 5 Stelle. Un bell’assist per chi punta alle elezioni anticipate e sembra disponibile a tutto per ottenerle. Questo è un fronte trasversale che passa per il PD, ha il suo fulcro nei ‘lealisti’ del PDL, e una base vociante nei grillini, la cui esistenza si legittima solo nell’attimo della protesta che porta dividendi elettorali cospicui, ma solo se a brevissima scadenza.

Una convergenza, un asse strategico che viene apertis verbis dichiarato dal foglio del partito di Berlusconi. Feltri si domanda oggi su ‘Il Giornale’ “perché Berlusconi e Grillo non si alleino (accantonando momentaneamente il nodo giustizia che divide e non consente di imperare) per reciproca convenienza, conducendo insieme una lotta finalizzata alla riconquista italiana della sovranità nazionale e del diritto a battere moneta allo scopo di affrontare le esigenze di noantri poveri tapini in balia dell`onnipotenza teutonica”.

Ma torniamo alle questioni di principio, all’essenza dello scontro che si è consumato in questi giorni.

“In tutti i parlamenti democratici – ha detto il senatore e segretario del Psi, Riccardo Nencini, ospite stamattina in diretta a TgCom24 – il voto sulla persona è segreto. Noi abbiamo sempre difeso questo principio, perché non si cambiano le regole a partita iniziata, indipendentemente dalla persona, che sia Berlusconi o meno”. “Il voto di ieri apre una ferita (…) bisognava rispettare il principio di libertà. Noi avremmo votato per la decadenza di Berlusconi con scrutinio segreto e lo faremo con il voto palese. Non cambiamo idea”.

In tutti i normali parlamenti del mondo, ricorda Ugo Intini nella sua storia dell’Avanti!, il voto segreto è limitato ai alle questioni di principio, di coscienza o su quelle che riguardano le persone, ma sulle leggi di spesa il voto palese è tassativo. Ma fino al 1988 non è stato così e in Parlamento le lobby, su base geografica o corporativa, senza distinzione tra maggioranza e opposizione, hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Dai produttori di arance ai forestali calabresi per anni è stata una gara a mungere la vacca-stato, contribuendo a fare del debito pubblico italiano il mostro che è diventato oggi.

Bene, fino al 14 ottobre del 1988 fu così, ma dopo no perché il governo Craxi impose la modifica del regolamento parlamentare. Il ‘sì’ passò per un soffio, con solo sette voti di maggioranza e 56 ‘franchi tiratori’. Gli stessi franchi tiratori che fino a quel momento, proprio a cominciare dalle leggi di spesa, avevano mandato ‘sotto’ il governo Craxi per 163 volte!

L’opposizione – alla Grande ‘riformetta’ perché ben altri erano i progetti craxiani di dieci anni prima per riscrivere le regole di base delle Istituzioni – era stata furibonda, simile a quella sul referendum sulla scala mobile.

Per Achille Occhetto si trattava di “uno scempio totale”e il ‘Corriere della Sera’ scriveva che “Ingrao e Rodotà se la sono presa addirittura con l’arbitro che pure si chiamava Nilde Jotti, colpevole a loro giudizio di aver interpretato i regolamenti a favore dell’avversario”.

La ragione di tale viscerale opposizione non era solo nell’‘odio’ contro Bettino Craxi così simile all’antiberlusconismo militante di oggi, ma forse anche perché “si metteva in discussione il diritto di veto nell’attività parlamentare”, insomma si poneva un ostacolo alla cogestione sotterranea che per decenni aveva permesso al PCI di governare nell’ombra assieme alla DC.

Ma oggi come venticinque anni fa, sembra che il bene comune sia l’ultima delle preoccupazioni di un ceto politico sempre più autoreferenziale, confuso, sbandato. “Siete incendiari o pompieri?” – hanno chiesto stamattina al senatore Enrico Buemi dai microfoni della trasmissione Coffee Break de La7 – “Sono costretto a concordare con chi definisce strumentale il voto di ieri della giunta per il regolamento sul voto palese. Ho l’impressione che dell’Italia non frega niente a nessuno e che si cerchino, da una parte e dall’altra, pretesti per andare subito al voto. Aver legato la decadenza di Berlusconi alla Severino è come aver gettato benzina sul fuoco”.

Carlo Correr

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Commenti all'articolo
  1. Mi piacerebbe molto che l’Italia trovasse la sua strada a partire dalla sua costituzione fondata sul lavoro. Che sapesse, con equilibrio, percorrere tutti i passaggi delle modifiche per migliorarla e adattarla alle mutate esigenze della società che cambia. Che trovasse un accordo, almeno sulle regole di base.
    Purtroppo c’è stata una lacerazione profonda che prese le mosse dal colpo che venne inferto all’Italia, nei primi anni 60, perché la sua economia correva troppo. Non si sa se furono i servizi segreti americani a farlo direttamente oppure se lasciarono fare i colossi multinazionali della nascente elettronica e del petrolio che si avvalsero, senza pudore, della criminalità organizzata. In quegli anni Mosca eresse il muro di Berlino e inondò di rubli il Partito Comunista Italiano. Ma Palmiro Togliatti, che andava maturando idee socialdemocratiche, dopo aver promosso l’amnistia, disarmato i partigiani, impedito la sommossa polare a seguito dell’attentato, morì a Jalta mentre stava elaborando i famoso memoriale. Il flusso di rubli non si interruppe ed Enrico Berlinguer, che non era Togliatti, non riuscì ad impedire il terrorismo politico delle brigate rosse. Poi arrivo Bettino Craxi che si difese a gomitate dalle ingerenze straniere ma fu castigato. Inventarono tangentopoli per eliminarlo. Nessuno si chiese allora, come non si chiede oggi, se attingere a man bassa a finanziamenti sovietici, in piena guerra fredda, fosse o non fosse alto tradimento. Silvio Berlusconi fu la risposta. Però in Italia aveva attecchito una casta di burocrati generata dai rubli di Bresnev, casta che era emanazione dell’ex Partito Comunista, annidata nei gangli vitali della società italiana, che si autoalimentava. La magistratura, culturalmente affine a quella casta, si scagliò contro Berlusconi per eliminarlo. L’ingresso di Berlusconi in politica fu una anomalia provocata dalla sconfitta dei socialisti e di Bettino Craxi. Una anomalia accentuata dalla legge Calderoli del 21 dicembre 2005 che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore. Una disciplina di guerra. Una ulteriore lacerazione! Un colpo basso alla democrazia che servì a consolidare due caste contrapposte: quella generata dai rubli sovietici e quella alimentata, vent’anni dopo, dal patrimonio personale di Berlusconi. Ecco perché continuiamo a essere in guerra. E’ una guerra senza esclusione di colpi dove le regole non esistono più e il Paese soccombe con la sua economia, la sua industria, le sue infrastrutture come sotto un bombardamento. Per questo motivo abbiamo bisogno di Matteo Renzi. Perché è l’unico che riesce, in questo clima, a riempire le piazze con folle che non hanno la bava alla bocca e lo fa senza finanziamenti privati. Renzi sta costruendo l’unico vero elemento di discontinuità potente in grado di fermare una guerra che dura da cinquant’anni. Se è la legge elettorale dei sindaci che ha le condizioni di passare, ebbene che passi la legge dei sindaci. Io non sono d’accordo con Renzi su mille cose però rispetto il suo stile e lo spirito di chi lo segue. L’alternativa è che questa guerra finisca con la bomba di Hiroshima.
    Non credo in Dio ma Dio lo scrivo con la lettera maiuscola. Lo faccio per rispetto dei tre quarti dell’umanità che professa una fede e, pur avendo l’assoluta certezza di avere ragione, metto nel conto che questa mia assoluta certezza possa essere confutata. Non ho l’assoluta certezza che il sistema maggioritario bipolare sia il migliore possibile però mi intriga molto l’escamotage statunitense dei due partiti, dei matti fuori legge, del presidente con poteri immensi ma con un drastico limite temporale al suo mandato. Dei giudici eletti e non selezionati per concorso. E’ un sistema che regge e fa, di quella americana, la più vecchia e longeva democrazia del mondo.
    Daniele Leoni

  2. si continua a discutere sempre della pagliuzza dell’occhio altrui senza vedere la trave che c’è nel proprio. in una democrazia chi ruba allo Stato e viene colto si dimette non aspetta il giudizio. il resto sono solo chiacchiere!!!

  3. Condivido tutto l’articolo, ma mi sembra che ceda al populismo dilagante nel momento in cui abbandona un’analisi seria per portare come modello di assalto alla diligenza e consociativismo sotto traccia tra DC e PCI, per cui fu condotta una battaglia aspra per conservare il voto segreto anche sulle leggi di spesa, i produttori di arance meridionali e i forestali calabresi. Non penso che questi due esempi siano responsabili del mostro che oggi è diventato il debito pubblico, essendo anzi esempi da una parte di un modo distorto di intendere l’intervento dello stato in economia, per cui negli anni 70/80 l’agricoltura meridionale è stata venduta a Bruxelles a scapito del manifatturiero e delle quote latte, dall’altra tutti i partiti, nessuno escluso, han ritenuto di nascondere la mancanza di una qualsiasi politica verso la calabria (compreso una politica di lotta alla ‘ndrangheta) con la copertura finanziaria per l’assunzione di migliaia di forestali.

    • Per carità, sarebbe davvero sciocco oltre che ingiusto addebitare lo sfondamento del bilancio statale alle ‘mance’ date ai produttori di arance meridionali o ai forestali calabresi. Era un esempio tratto dal libro di Ugo Intini (pag.648) che estrapolato dal contesto, appare indubbiamente riduttivo, ma serviva solo a spiegare il clima in cui in Parlamento maggioranza e opposizione veleggiavano in pieno accordo quando si trattava di spendere. Il voto palese avrebbe aiutato a far capire chi chiedeva cosa e dunque a stabilire della responsabilità politiche.
      Carlo Correr

  4. Io sono per il voto segreto quando si tratta di una persona. Detto questo sono anche per un parlamento “pulito” dove non può e non deve sedere chi è stato condannato definitivamente, qualunque sia la condanna; e se questa giunge quando si è già seduti, si decade automaticamente e non vi deve essere la necessità di ricorrere a voti aggiuntivi. Questa è democrazia.

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