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Opinioni e commenti
 

Deflazione, non tutte le colpe sono della Germania
Pubblicato il 08-11-2013


DeflazioneL’ultimo Rapporto semestrale del Tesoro americano sulla situazione economica internazionale addebita tutte le responsabilità della mancata stabilità dell’economia mondiale alla Germania. Il suo surplus commerciale sarebbe la causa di tutti i mali. Più che un’esagerazione ci sembra una pura provocazione non solo nei confronti della Germania, ma dell’Unione Europea. I malfunzionamenti e gli squilibri nel Vecchio continente pur ci sono e spetta a noi affrontarli e risolverli. In passato nel mirino c’era soprattutto la Cina a cui si addebitava che la mancata rivalutazione dello yuan avrebbe aggravato le difficoltà economiche degli Usa e di conseguenza anche del resto del mondo.

Oggi il problema sarebbero le troppe esportazioni tedesche. Nel 2012 il surplus tedesco è stato di 238,5 miliardi di dollari superando di gran lunga i 193,1 miliardi della Cina. E nel primo semestre del 2013 il surplus tedesco è aumentato ancora andando oltre il 7% del Pil.

Questi andamenti, secondo il Tesoro americano, e in mancanza di una crescita della domanda interna tedesca, starebbero provocando una situazione di deflazione, con un’inflazione più bassa delle aspettative ed una stagnazione nei consumi in tutta Europa. Con conseguenze negative per gli Usa e il resto del mondo.

Fa un certo effetto sentir dire che una inflazione contenuta e un surplus commerciale, che solitamente è un sintomo di alta competitività e di una domanda globale di prodotti tecnologici di qualità, possano destabilizzare il sistema economico.

Il Rapporto in verità sembra soprattutto voler esaltare il successo degli Usa nella crescita dell’occupazione che dal 2010 ad oggi sarebbe stata di ben 7,6 milioni di nuovi posti di lavoro. In Europa, invece, e in particolare in Italia, la disoccupazione, soprattutto giovanile, purtroppo è aumentata pericolosamente. Ma non è tutto oro ciò che luce.

Infatti il vero problema sistemico americano è legato ad una ripresa drogata da continue iniezioni di nuova liquidità. Si spiega così il persistente deficit commerciale che, nel solo settore dei beni, è stato di circa 740 miliardi di dollari negli anni 2011 e 2012. Evidentemente oggi si pagano le conseguenze della deregulation selvaggia, della delocalizzazione e della deindustrializzazione effettuate negli ultimi 20 anni. Ovviamente la stessa qualità dell’occupazione creata è assai discutibile.

Perciò è stravagante e miope giustificare i propri fallimenti con i comportamenti e le difficoltà altrui. Lo stesso varrebbe per l’Europa se volesse sempre richiamare le responsabilità della finanza americana nello scatenamento della crisi globale.

Ciò detto, le discrepanze all’interno dell’Unione Europea non sono più tollerabili. L’economia tedesca ha una indubbia forza interna dovuta alla sua nota capacità di innovazione tecnologica, di qualificazione della sua forza lavoro e soprattutto di saper operare come “sistema-paese”.

Certamente la Germania ha meglio sfruttato le opportunità del mercato unico europeo e forse ha guadagnato anche sulle debolezze dei suoi partner.

Sarebbe però la fine dell’Unione e di fatto anche l’indebolimento dell’economica tedesca se la Germania non comprendesse che la vera forza dell’Europa sta nella stabilità economica dell’intero continente.

Non si tratta di elargire sovvenzioni alle regioni europee più deboli, ma di coinvolgerle, per esempio, in una strategia di vera integrazione economica, tecnologica e infrastrutturale del continente euro-asiatico. In quest’ottica ci sembra interessante il progetto, recentemente enunciato nel seminario “Conoscere l’Eurasia” di Verona, del corridoio infrastrutturale eurasiatico Razvitie, che in russo significa “sviluppo”.

Non sarebbe solo una moderna “via della seta” ma un nuovo approccio complessivo e un programma di massicci investimenti di lungo periodo nei settori dei trasporti, dell’energia, delle comunicazioni e delle nuove tecnologie oltre che nella ricerca, nella cultura, nell’istruzione e nelle risorse umane per elevare le condizioni di vita e per modernizzare l’intero territorio continentale con eventuali nuovi insediamenti e nuove realtà urbane.

E’ una sfida alta. Ma la risposta vincente alla persistente crisi economica non è solo nella crescita lineare di più merci prodotte o di più consumi misurata in punti percentuali di Pil. Sta in una nuova idea di sviluppo che punti sulla crescita sociale e che colga le grandi sfide della modernizzazione tecnologica da una parte e della coesione tra i popoli e i continenti dall’altra.

Mario Lettieri, già Sottosegretario all’economia (governo Prodi)
Paolo Raimondi, Economista

da L’AVVENIRE DEI LAVORATORI

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