mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

E “Repubblica” cominciò a divorare i suoi figli
Pubblicato il 18-11-2013


Scalfari che liquida con disprezzo Renzi e De Benedetti che vede in lui l’unica carta da giocare per il futuro della sinistra. Caselli che, sulle soglie della pensione, si dimette da Magistratura democratica. Liti scomposte sulla presunta trattativa stato-mafia. Incertezze e ripensamenti su Monti e sullo stesso governo delle larghe intese. Qualcosa non funziona più nel cosiddetto “partito di Repubblica”: da una parte crescenti divaricazioni nei giudizi politici; dall’altra una presa sempre più incerta sulla realtà.

Cosa sta succedendo?

Per capirci qualcosa cerchiamo di chiarire di chi e di che cosa stiamo parlando.

Ricordiamo, allora, che Repubblica nasce,verso la metà degli anni settanta, “ come organo della borghesia “riflessiva”, diciamo di quella elite che, ormai libera dalla paura del comunismo, può dirigere la sua ostilità contro la prima repubblica, i suoi partiti di governo, le sue pratiche di gestione della cosa pubblica.

Una contestazione di fondo; così come lo erano state quelle delle altre due grandi minoranze illuminate dei decenni precedenti: gli amici del Mondo e gli eredi dell’esperienza azionista. Ma con una fondamentale differenza di impostazione: perché questi ultimi vivevano senza problemi la loro condizione minoritaria sino ad investirsi di un ruolo di testimonianza critica e a rifiutare il ruolo di consiglieri del principe. “Il nuovo “giornale/partito”si muove, invece, in questa prospettiva. E, a questo fine, offre al Pci di Berlinguer una sorta di patto faustiano: “Diventa rispettabile sul terreno economico e sociale e io farò di te il protagonista della questione morale”.

Il progetto cui vengono associati i comunisti è quello del “governo degli onesti”. Un disegno di dominio elitario in nome e per conto della “società civile”e in contrapposizione a una politica brutta sporca e cattiva. Da una parte i giudici, unici garanti della virtù. Dall’altra i tecnici, unici garanti della razionale gestione del sistema.

Non stiamo parlando di un disegno astratto o oscuro. Stiamo parlando dei due grandi parametri su cui è nata e cresciuta la seconda repubblica. Stiamo parlando di disegni di grande attualità e ancor oggi all’ordine del giorno.

Il fatto è che il partito di Scalfari non è sopravvissuto alla realizzazione del suo stesso disegno.

In primo luogo perché erigere i giudici a guardiani della virtù ha avviato un processo incontrollabile che non ha risparmiato nulla e nessuno. E in cui i bersagli non sono più soltanto Berlusconi e il berlusconismo, ma un intero sistema costruito sulle convenienze e le connivenze. Un tritacarne in cui possono cadere tutti: come è esemplificato appunto dall’indagine sullo stragismo e la trattativa stato-mafia, partita con l’ipotesi di mettere definitivamente al bando i Cattivi della prima repubblica (Craxi e Andreotti) e i loro sodali della seconda (Berlusconi) e approdata alla chiamata in causa di icone indiscusse del perbenismo nazionale (da Conso a Ciampi, da Scalfaro allo stesso Napolitano). Di qui la spaccatura dello stesso fronte giustizialista di cui Repubblica ha patito in modo particolare.

La caduta decisiva è avvenuta però su di un altro fronte. Quello su cui il giornale aveva giocato tutte le sue carte. Ci riferiamo all’evocazione dei tecnici e degli onesti; espressione di una società civile che libera dai condizionamenti e dalle servitù della politica politicante, avrebbe affrontato i nodi strutturali della nostra arretratezza mediterranea, riposizionandoci in Europa.

Ora questa nuova èlite di riferimento è stata partecipe importante sia delle esperienze di governo che del processo di riforme, soprattutto agli inizi e alla fine del ventennio, quando ha potuto esercitare la sua missione libera da condizionamenti politici ed elettorali. Il meno che si possa dire è, allora, che il risultato di questa missione è stato fallimentare.

Al termine del percorso, rimangono Letta e Napolitano. Un punto di riferimento provvisorio. In attesa di ripensare criticamente alle proprie esperienze.

Alberto Benzoni

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