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Opinioni e commenti
 

Ferrarotti: “Olivetti, un profeta in fabbrica”
ma oggi esplode il dramma dell’amianto
Pubblicato il 07-11-2013


Adriano OLIVETTI-IvreaVenti indagati tra industriali e manager e un’inchiesta aperta dalla Procura di Ivrea per 20 morti sospette: si teme che si tratti di altre vittime dell’amianto. Secondo i magistrati, alcuni operai che avevano lavorato negli stabilimenti della Olivetti – dove si fabbricavano telescriventi e personal computer – dopo la pensione si sarebbero ammalate di mesotelioma pleurico. Così, ma questa volta per motivi di cronaca giudiziaria, si torna a parlare della storica fabbrica italiana dopo il grande successo della miniserie trasmessa dalla Rai, dedicata ad Adriano Olivetti, l’imprenditore illuminato che mutò radicalmente il modo di fare industria in Italia. In particolare si distinse per i suoi innovativi progetti industriali secondo cui il profitto aziendale doveva essere reinvestito a beneficio della comunità. Avanti! ne ha parlato con Franco Ferrarotti, sociologo e intellettuale poliedrico, nonché collaboratore di Olivetti stesso per almeno 15 anni. “Sono l’ultimo superstite, e come tale un super teste”.

Ferrarotti, come spiega il consistente successo – oltre sei milioni di telespettatori medi – della fiction dedicata ad Adriano Olivetti?

Credo che il successo risieda nel deserto politico, culturale e morale in cui siamo e ci muoviamo. Una figura come la sua – capace di uscire in tutti i sensi dalle coordinate – evidentemente attrae il pubblico. Olivetti aveva anticipato una serie di problemi che 40 anni erano considerati dai benpensanti, anche della sinistra, dei vaneggiamenti.

E oggi?

Oggi ci si accorge che alcune sue intuizioni erano piene di senso. Per esempio la crisi dei partiti: Olivetti era un socialista – in senso generale – come il padre Camillo. Secondo lui, in qualsiasi contesto di vertice – che sia un partito, un’azienda – se si instaura una oligarchia inamovibile, comincia ad emergere un approccio basato sulla protezione e sulla scelta di circondarsi di persone mediocri. E la mediocrità si auto-riproduce. L’intuizione politica di Olivetti fu quella di riformare gli organi di rappresentanza perché non erano più rappresentativi.

Olivetti ebbe anche un’intuizione sull’aspetto sociale che deve avere l’industria.

L’idea fu mia, lui la accettò in pieno. Il concetto di base è che la proprietà non è né privata, né pubblica, bensì è plurima, composta da quattro componenti: quella tecnologica, quella della comunità dove ha sede l’impresa, gli operai, e infine una piccola percentuale destinata agli azionisti privati. Gran parte dei profitti non andava infatti agli azionisti di maggioranza, ma venivano spesi per i salari e i servizi sociali. Un’altra destinazione era rappresentata dalla costruzione di biblioteche per gli operai che vivevano altrove, con lo scopo di farli istruire e dare loro una cultura.

Secondo lei, dopo quasi mezzo secolo com’è cambiato il capitalismo?

Il capitalismo è proteiforme, mobile e insuperabile, perché si supera da sé. Non è ideologico né dottrinale, intende solo fare denaro per i privati. E contiene una mortale contraddizione: per fare più profitti bisogna aumentare la produzione, e diminuire i salari. In tal modo si innesca però il corto circuito – che vede contrapposte la sovra-produzione da una parte e il sotto-consumo dall’altra – che conduce alla crisi complessiva. Olivetti non licenziava mai: in caso di sovra-produzione non si doveva ricorrere al licenziamento, ma bisognava trovare nuovi sbocchi, nuovi mercati.

Silvia Sequi  

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Commenti all'articolo
  1. La bella fotografa lasciò la bambola e la foto sul sedile della macchina. Era il messaggio cifrato per chiedere ad Adriano un appuntamento segreto. Il luogo era quello della foto, in campagna dove lei cadde col paracadute e fu aiutata a fuggire dai nazisti. Solo Adriano poteva associare la bambola, comprata in una bancarella a Pozzuoli, dove sarebbe sorto il nuovo stabilimento Olivetti, con la persona e il luogo dell’incontro. Nessun biglietto. Scrivere qualsiasi cosa sarebbe stato pericoloso.

    “Le ho chiesto di venire qui perché, qui, nessuno ci può ascoltare. Lei è una grande persona e questo non era previsto. Deve stare molto attento: gliela faranno pagare. Interverranno pesantemente contro la Olivetti, sia a livello politico che economico …”

    E’ una delle drammatiche scene finali della fiction televisiva su Adriano Olivetti che, di li a poco, sarebbe morto per un malore, in treno, diretto a Losanna. Una tragica coincidenza o l’effetto di un veleno fatale che non lascia tracce?

    Ho già scritto che le vicende legate alla spia dei servizi americani sono pura fantasia. Sono una licenza poetica che però sostiene tutta la fiction e rende bene l’idea di quale fosse il clima, nell’Italia del boom economico e in piena guerra fredda. Ci fa anche capire che lo spionaggio e le intercettazioni non sono una novità ma hanno sempre unito, in ogni epoca, le tecnologie più sofisticate, l’ingegno e la perfidia. Hanno anche ispirato i romanzi e dei romanzi sono stati il contrappunto.

    Mi ricordo Il conte di Montecristo, di Alexandre Dumas, dove il protagonista corruppe un operatore del telegrafo ottico Chapple per fargli trasmettere un messaggio falso. La notizia fasulla informava che Don Carlo era fuggito da Bourges ed era rientrato in Spagna. La fuga avrebbe fatto crollare il valore dei titoli del prestito spagnolo. Il finanziere Danglars, nemico di Edmond Dantes, vendette sottocosto tutti i titoli in suo possesso. Il giorno dopo i giornali scrissero che, per colpa della nebbia, un segnale telegrafico era stato frainteso così da diffondere la falsa notizia. I titoli ritornarono subito al loro prezzo ma Danglars perse più di un milione di franchi. La vicenda narrata da Dumas è del 1838. In quegli anni, dall’altra parte dell’oceano, Samuel Morse inventava il telegrafo elettrico che, in pochi anni, avrebbe mandato in pensione migliaia di operatori Chapple, ognuno con la sua torre. E resa inutile la loro singolare abilità di leggere le aste snodate che danzavano tutto il giorno su una torre lontana, di replicarne forma e configurazione in favore dell’operatore della torre successiva. La danza delle aste snodate conteneva messaggi in codice il cui significato non era noto agli operatori lungo la linea, ma solo agli addetti della stazione ricevente e trasmittente distanti centinaia di chilometri. Erano perlopiù comandi militari che trasmettevano informazioni al quartier generale e ricevevano ordini con codifiche che variavano frequentemente per adattarsi al mutare delle esigenze e per ragioni di sicurezza.

    Il telegrafo ottico nacque in Francia alle fine del 1700 ed ebbe una notevole diffusione in Europa per merito di Napoleone Bonaparte. Contribuì a far crescere la cultura dei messaggi teletrasmessi e della loro codifica su cui si innesto facilmente il più sicuro telegrafo elettrico che si diffuse a partire dal 1850. Con il 1900 arrivò la radio e la telegrafia senza fili e, dopo un altro mezzo secolo, il primo calcolatore elettronico.

    Gli antenati della corsa alla digitalizzazione e alla tele-trasmissione di volumi sempre più consistenti di dati sono i segnali di fumo degli indiani d’America e i tam-tam africani.

    Come per i segnali di fumo, la caratteristica dei dati digitali è quella di essere visibile o udibile da tutti. Il telegrafo ottico poteva essere osservato da chiunque. Le trasmissioni del telegrafo elettrico e del telefono dovevano essere duplicate, amplificate, smistate, quindi facilmente intercettate. Idem per le trasmissioni radio e televisive. I pacchetti di bit della rete internet e dell’universo odierno delle telecomunicazioni hanno la stessa caratteristica. Ciò che li rende non immediatamente intellegibili da chiunque è la loro codifica. Ma un codice, per quanto furbo possa essere, è sempre una sequenza di combinazioni logiche svelabile con una serie di tentativi: dipende dal tempo e dalla velocità di calcolo. L’unico modo per proteggere la comunicazione fra due o più punti è condividere una sequenza di chiavi che cambino, in modo sincrono, per esempio ogni secondo. Così non si da il tempo agli spioni di decodificare il segnale. I comandi militari e i servizi segreti, lo fanno. Anche il Presidente degli Stati Uniti, a cui è stato aggiornato, di recente, il BlackBerry. Ma per noi, comuni mortali, è troppo complesso oltre che costoso. Ci dobbiamo rassegnare alla possibilità di essere permanentemente sotto osservazione e a tenere un comportamento conseguente. Ci deve consolare che nessuno è interessato a quello che facciamo nella vita di tutti i giorni, escluse le nostre preferenze che orienteranno le offerte commerciali. A meno che non commettiamo dei reati. Se però dobbiamo condividere un gran segreto o abbiamo fatto una scoperta straordinaria di eccezionale valore, dobbiamo parlarne solo a quattr’occhi, non al telefono. E nemmeno mandare un’email.

    Se è un segreto può rimanere tale. Se invece è un’idea commerciale o un trovato tecnologico tuteliamoci in fretta con un brevetto e facciamo presto a metterlo in pratica. Anche in questo caso il tempo è determinante come la nostra capacità di elaborazione e di realizzazione.

    Daniele Leoni

  2. La grandezza dell’intuizione di Olivetti produce anche oggi gli stessi effetti di all’ora. Ostrascismo della finanza ed i suoi seguaci e portaborse, Sindacalismo impotente che addebita i problemi attuali a responsabilità altrui. Lobbi industriali parassite del sistema partitico che con i loro apparati(Confindustria e CCIAA) si autoconservano , Nello specifico i cavi elettrici con l’amianto in polvere tipo talco non erano prodotti in Olivetti ma chissà dove.
    Gli USA che con le loro massonerie ci hanno impedito di diventare la Microsoft di Bill Gates anche perchè le nostre massonerie sono emenazione di quelle britanniche, e le spie in azienda non mancano mai.L’industria italiana che si è sviluppata nel dopoguerra finanziata anche con il piano Marshall al dunque ci ha presentato il conto, e che l’dea di Olivetti non è nelle corde degli USA ce lo dimostra la feroce opposizione dei repubblicani al piano del walfare di Barak Obama.

  3. Non ho capito perché le considerazioni da me sottoscritte (sopra) siano state messe a commento di questa intervista di Silvia Sequi a Franco Ferrarotti. Non erano destinate a questo scopo bensì ad introdurre il tema della violabilità delle telecomunicazioni. Telecomunicazioni che, per definizione, sono sempre state violabili e violate. Comunque …
    Vorrei invece dire che anch’io sono convinto dell’attualità delle intuizioni di Adriano Olivetti. Infatti, proprio oggi, più che negli anni 50, quelle intuizioni, se applicate, potrebbero garantire la massima efficienza produttiva e la migliore qualità del prodotto. Efficienza e qualità come risultato della qualità della vita delle maestranze.
    Per quanto riguarda l’amianto, invece, credo che sia lo strascico dell’ignoranza abissale in tema di salute e di nocività che ha caratterizzato tante attività. Solo da pochi anni ci si pone seriamente il problema, a meno che la salute pubblica non si scontri pesantemente con interessi consolidati. Come per le microonde emesse dai telefonini, i raggi x emessi dai televisori e dai monitor della precedete generazione. Anche alcuni farmaci, che hanno conservato il nome e non la composizione chimica, erano micidiali. Per esempio le pastiglie per la gola Formitrol, a base di formaldeide o il disinfettante mercuro cromo, contenente mercurio.

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