martedì, 19 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Grillo batte Fassina 1-0
sul reddito di cittadinanza
Pubblicato il 11-11-2013


FASSINA-GRILLO-BigFinalmente l’Italia s’accorge che la partecipazione del lavoro alla ripartizione del prodotto sociale tende sempre più a ridursi; mai come in questo periodo, il concetto di reddito minimo garantito, o più in generale di reddito di cittadinanza, è stato al centro dell’attenzione della pubblica opinione e del dibattito politico. Non sempre però i termini del dibattito sono all’altezza dell’importanza dell’argomento; ad offrire una prova di ciò sono le dichiarazioni, apparse su “la Repubblica del 9 novembre, del viceministro Stefano Fascina sulla proposta del Movimento 5 Stelle di introdurre in Italia il reddito minimo garantito. Sono dichiarazioni quelle del viceministro inopportune, considerato che in Italia del reddito minimo garantito, nella specie di “reddito di cittadinanza“, se ne discute da tempo, anche se “a porte chiuse” da parte di quelle istituzioni, i sindacati, che da tempo avrebbero dovuto porre il problema della sua istituzione al centro della loro riflessione e della loro azione; non solo per tutelare il livello della rimunerazione della forza lavoro, ma anche per fare fronte in anticipo alle conseguenze di un’evoluzione della realtà economica della quale, già a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, era possibile comprenderne le tendenze e gli effetti che avrebbero prodotto sul mercato del lavoro e sull’organizzazione dell’attività produttiva.

Ora è uno studio dell’“Organizzazione Internazionale del Lavoro” (ILO) a riproporre la necessità che si discuta del reddito di cittadinanza, in conseguenza del fatto che la quota del prodotto sociale imputabile a titolo di rimunerazione alla forza lavoro si sta contraendo, dopo che già l’OCSE ha rilevato che, negli ultimi vent’anni, la quota imputabile al lavoro ha subito una crescente contrazione a vantaggio dei profitti e delle rendite.

A livello mondiale, il “monte salari” è stato sino a non molto tempo addietro pari a circa il 66% del prodotto complessivo. Dopo la Grande Recessione, l’incidenza ha teso a stabilizzarsi intorno a quel livello; attualmente, il monte salari è passato dal 66% al 61-62% e l’ILO ha mostrato che il fenomeno è generale, nel senso che interessa tutte le economie del mondo, indipendentemente dal fatto che queste siano, sia pure in misura diversa, colpite o meno da una crisi.

Il manifestarsi sempre più intensamente del fenomeno impone, perciò, di testare la correlazione che è possibile ipotizzare esista tra la contrazione del monte salari e la crescita economica nei diversi paesi del mondo, tenendo presente che, se è vero che la crescita economica è stata molto contenuta nei decenni in cui nella maggior parte delle economie del mondo industrializzato si è verificata la contrazione del monte salari, è altrettanto vero che la Cina e l’India hanno fatto eccezione, nel senso che le loro economie, pur avendo sperimentato una contrazione percentuale del monte salari, la loro crescita è stata molto sostenuta. Perciò, capire se esiste o meno una correlazione positiva o negativa tra l’evoluzione della distribuzione del prodotto sociale tra i vari fattori produttivi e la crescita economica diventa essenziale ai fini della predisposizione degli strumenti di politica economica adeguati a prevenirne gli eventuali esiti negativi.

Il dubbio che aleggia sulla correlazione è che sia la crisi economica, o il rallentamento della crescita prima dello “scoppio” della crisi del 2007-2008, a trascinare verso il basso la quota di prodotto sociale imputabile a titolo di rimunerazione alla forza lavoro, sebbene, come si è detto, ciò non sia vero in generale. Un altro dubbio è se le economie nazionali che hanno “liberalizzato di più” i loro sistemi produttivi rispetto ad altre hanno registrato delle diminuzioni del monte salari; al riguardo, le rilevazioni sul campo hanno messo in evidenza che i paesi che più hanno liberalizzato (Stati Uniti e Regno Unito) hanno registrato contrazioni del monte salari minori di molti altri paesi, tra questi l’Italia, nei quali la propensione a liberalizzare non si è manifestata con la stessa intensità. Il problema del come interpretare la correlazione tra l’evoluzione della distribuzione del prodotto sociale e la crescita economica abbisogna, perciò, di altri approfondimenti, utili se non altro a stabilire le modalità con cui introdurre in Italia, così come è avvenuto nella maggior parte dei paesi europei, il reddito di cittadinanza.

Sennonché accade che in Italia la soluzione del problema è oggetto di uno “scontro” tra alcune parti politiche, nel più assoluto silenzio delle organizzazioni che dovrebbero essere quelle più direttamente interessate all’esito dello scontro. Accade, infatti, che la proposta del Movimento 5 stelle di istituire il Reddito di cittadinanza per 9 milioni di persone, per una spesa complessiva di 19 miliardi, venga contestata dal viceministro democratico all’economia Fassina, che altro argomento non ha da opporre alla “proposta grillina” se non quella di accusare Grillo d’essere il propositore di “balle” sempre “più grosse” e che i conti sui quali sono fondate le sue proposte sono “strampalati”.

Tutto ci si può attendere da un responsabile governativo, ma non risposte così banali, che mancano tra l’altro di considerare che il reddito di cittadinanza è stato adottato, sia pure con modalità diverse, da molti Paesi dell’Unione Europea e che il disaccordo rispetto all’iniziativa di un gruppo politico di opposizione su un problema così importante come quello dell’istituzione di un reddito minimo garantito può essere motivato solo sulla base della necessità di ulteriori studi e ricerche, soprattutto se si tratta di un’iniziativa riguardante l’istituzionalizzazione di una forma rimunerativa del lavoro indipendente dal suo status occupazionale.

Il viceministro dell’economia, da politico, ha motivato la sua opposizione alla proposta del “M5S” affermando, sconclusionatamente, “d’essere per il lavoro di cittadinanza (?), non per l’assistenza”. La proposta del “M5S”, “oltre ad essere irrealistica, rinuncia a dare alla persona la dignità che solo il lavoro consente di aggiungere”.

Si possono perdonare le parole in libertà del viceministro, non gli si può però perdonare che, da responsabile economico del governo italiano e del suo partito, ignori completamente la letteratura prodotta da chi da anni ha elaborato il concetto di reddito di cittadinanza e motivato “ad abundantiam” le sue finalità; queste non sono mai state identificate con una qualsiasi forma di protezione sociale, ma come una forma alternativa di rimunerazione del lavoro, utile a garantire al lavoro in sé e per sé considerato quella dignità che il lavoro subordinato non è più in grado di garantire.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. fassina la stessa risposta che ha avuto misiani collega del tuo partito voi avete la botte piena aggiungo il detto il sazio non crede al digiuno.senza lavoro dateci un reddito per mettere un piatto in tavola anche per i nostri figli,sono molto deluso che persone del pd la pensano come voi ho il voltastomaco di tutti i partiti,ma voi avete passato tutti i limiti i soldi si trovano se volete in attesa di lavoro.LA GENTE STA PER ESPLODERE NON NE’ PUO’PIU’.

  2. Il reddito di cittadinanza è demagogia? Bene allora quasi tutti gli stati Europei sono demagoghi visto che loro lo applicano ma in Italia ovviamente le cose per il cittadino non si possono fare perchè i soldi servono per finanziare le banche, i consulenti, i politici, le pensioni d’oro, l’amico da piazzare in quell’ufficio,le province (in Svizzera se vuoi costruite una casa se la vede tutto il comune per le autorizzazioni e le pratiche), ecc.. Il reddito di cittadinanza spingerebbe l’imprese a pagare anche di più il lavoratore, toglierebbe molto del lavoro in nero e ricatti scellerati che fanno alcuni imprenditori ( ti do 500 euro ma dichiaro in busta paga che ti do il minimo sindacale), farebbe crescere anche i consumi interni.Inoltre una persona vivrebbe con più dignità in caso di perdita di lavoro perchè una Nazione che non garantisce i servizi essenziali al proprio cittadino è uno Stato fallito. Arriverà il tempo in cui i cittadini si riprenderanno in mano il proprio Paese deturpato da questi cialtroni e questa non è demagogia ma un dato oggettivo: Se io pago fior di soldi un meccanico voglio che questo mi ripari la macchina se no cambio meccanico e mi faccio restituire i soldi!

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