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Opinioni e commenti
 

E adesso il dollaro sale ancora in cattedra
Pubblicato il 01-11-2013


EUROPA-Crisi-Germania-Euro

Dopo aver spiato tutt’Europa, messo sotto controllo i segreti commerciali del Vecchio Continente, intercettato addirittura il cellulare della Cancelliera Merkel, ora gli americani bacchettano la Germania, la “locomotiva” europea, proprio sul tema dell’economia. Una bacchettata ancora più grave perché non arriva da istituti privati, think tank, o professori universitari interessati a farsi pubblicità: a dirlo è il Tesoro degli Stai Uniti d’America nel suo rapporto sulle valute e sulle politiche economiche dei Paesi concorrenti degli Usa.

Dure critiche, insomma, che stridono con l’ammorbidirsi, addirittura, delle posizioni contro la Cina. Da oltre Oceano fanno sapere, infatti, che, con la sua economia tutta orientata verso l’export, e poco verso il consumo interno, la Germania creerebbe deflazione non solo all’Europa, ma al mondo intero. Inoltre, secondo gli americani, la Germania avrebbe un attivo nelle partite correnti più alto di quello del Dragone rosso.

Da Berlino arriva una replica piccata per bocca del ministero dell’Economia che bolla come «incomprensibili» le critiche del Tesoro americano sottolineando come «il surplus commerciale è il risultato della forte competitività dell’economia tedesca». Anche la Commissione Europea fa quadrato intorno alla Germania definita «una locomotiva per la zona euro e per la Ue».

Nulla di nuovo per Giuseppe Pennisi che, all’Avanti!, ha detto che «non è la prima volta che gli americani dicono queste baggianate, anche a livello del Tesoro». Romano, classe ’42, Pennisi offre un quadro molto chiaro della situazione. Parla con cognizione di causa senza ricorrere a tanti paroloni e fumosi ragionamenti come molti economisti improvvisati. La sua carriera inizia proprio negli Usa alla Banca Mondiale. Poi, rientrato in Italia, diventa dirigente generale ai Ministeri del Bilancio e del Lavoro oltre che docente di economia al Bologna Center della Johns Hopkins University e della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione di cui ha coordinato il programma economico dal 1995 al 2008. Docente alla Università Europea di Roma ed alla Unilink, Pennisi ha pubblicato una ventina di libri di economia e finanza in Italia, Usa, Gran Bretagna e Germania.

Il professore non crede affatto alla teoria che vuole la Germania come paese creatore di “deflazione”. «Indubbiamente la Germania è stato uno, se non il solo, paese europeo che si è adeguato, e lo ha fatto per tempo, ai cambiamenti dell’economia mondiale.  Già a partire dagli anni ’80  i tedeschi hanno messo in atto una politica drastica in materia normativa, su lavoro, previdenza e concentrazione delle imprese».

Insomma, non ci sarebbe alcuna ragione di “accusare “ la Germania: «Berlino punta sul mercato internazionale, ma nessuno, tantomeno gli Usa, possono ergersi a giudici di questo. Se i tedeschi producono soprattutto macchine utensili e il mercato tedesco ha, ovviamente, solo una certa capacità di assorbimento di questi prodotti, è chiaro che devono rivolgersi all’esterno. C’è una violazione di qualche principio? O forse gli americani vogliono solo mantenere l’egemonia sia monetaria che sulle esportazioni?».

Secondo Pennisi, dunque, «la bilancia commerciale tedesca non ha alcun effetto deflazionistico nei confronti dell’area euro, anche perché la Germania, a differenza dell’Italia, cresce. Se poi i tedeschi hanno uno stile di vita più austero e frugale, non li si può certo spingere ad essere più consumisti». Una combinazione di produttività e vita spartana, un fatto culturale? «Semplicemente loro esportano perché sono più competitivi, ma nulla vieta agli altri Paesi di adeguarsi allo standard. Anche perché’ margini di esportazione ce ne sono, il mercato globale non è affatto saturo. Dobbiamo calcolare, tanto per avere un’idea, che un’azienda italiana mediamente impiega 3 lavoratori, mentre una tedesca 800: se gli italiani mettessero in atto politiche atte a favorire l’aggregazione delle aziende forse otterrebbero gli stessi effetti e smetterebbero di lamentarsi».

Certo, uno dei luoghi comuni più frequenti, una vera e propria vulgata anti-tedesca risiede nella teoria che la Germania approfitterebbero dell’enorme vantaggio sul finanziamento delle loro imprese a tassi di interesse molto bassi. Anche su questo punto il professore cerca di sgomberare il campo da confusioni e facili conclusioni populiste: «I tassi di interesse sull’euro sono fissati dalla BCE sono gli stessi per tutti i Paesi. Il tema è che, ad esempio l’Italia, per vendere le sue obbligazioni, paga di più perché chi compra non si fida del fatto che noi restituiremo i debiti nei termini, ma questo è un altro tipo di problema».

Un’altra accusa “da bar” molto frequente, per il professore, è quella che vuole la Germania come un paese “egoista”, non incline ai valori di solidarietà alla base dell’Europa. «Ci sono accuse nei confronti della Germania di essere un paese poco solidale, ma anche questa è una menzogna: dovrebbero spiegare perché i tedeschi non sono solidali se vanno in pensione a 67 anni con un trattamento previdenziale che ammonta alla metà dello stipendio, mentre sono solidali i greci che vanno in pensione a 55 anni con l’80 per cento dello stipendio. O perché sono solidali i francesi, primi beneficiari della PAC (la politica agricola europea ndr) che assorbe la maggior parte del budget europeo. I tedeschi lavorano molto e bene, non si capisce perché si vorrebbe far passare sotto il nome ‘solidarietà’ la pretesa che sovvenzionino con il loro lavoro gli sprechi e le inefficienze di altri, di chi non vuole lavorare o lavora male».

Quali sono dunque le cause alla base delle affermazioni americane? «È in corso una miniguerra valutaria non sullo scacchiere europeo, ma su quello asiatico, tra il Dollaro, lo Yen e il Yuan. In mezzo a questa guerra c’è un’Europa tormentata e dilaniata, soprattutto dal fatto che l’unione monetaria non ha portato convergenza, ma divergenza. Certo, ci sono dei lati positivi, come il fatto che, proprio a Roma, il 14 ottobre il primo ministro finlandese ha detto che bisogna rinegoziare i trattai europei. La stessa Merkel ha scritto una lettera finita sul tavolo del Consiglio Europeo in cui si parla di una reinterpretazione dei trattati europei che, però, vuole anche dire che Italia, Spagna e anche Francia tengano presente la necessità di adoperarsi per operare serie riforme».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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