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Opinioni e commenti
 

Il putsch di Monaco
Pubblicato il 07-11-2013


Monaco-PutschTra l’8 e il 9 di novembre del 1923 si consumò nella regione tedesca della Baviera un tentativo di colpo di Stato che passò alla storia come il putsch di Monaco. Il protagonista di quel golpe subito abortito fu Adolf Hitler, presidente della Nsdap (Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). Il futuro fuhrer, in quei giorni, cercando di rovesciare il governo, si avvalse dell’alleanza del Kampfbund (una sorta di Lega di società patriottiche operanti nella regione). Il colpo di mano, passato alla storia con il nome di putsch della birreria, visto che la fiamma era divampata tra i tavoli del noto e molto frequentato Burgerbraukeller, era nato in modo del tutto improvvisato, senza che vi fosse la minima organizzazione.

Tutto ebbe inizio quando Adolf Hitler, la sera dell’8 di novembre, fece irruzione nelle stanze dell’affollata Burgerbraukeller in cui stava tenendo un discorso Gustav von Khar, avvocato bavarese ed esponente della destra, nominato dal primo ministro del Land Eugen von Knilling commissario di Stato con poteri dittatoriali. Assieme a von Khar nel locale si trovavano anche il comandante regionale dell’esercito (Reichswehr), Otto von Lossow, e il capo della polizia di Stato, Hans von Seisser. I tre avevano formato una sorta di triumvirato pronto a sfidare il potere centrale di Berlino. E si dicevano persino disposti a una risalita armata verso la capitale, in stile marcia su Roma.

L’obiettivo di Hitler, che si presentò all’assemblea scortato dalle Sa (Sturmabteilung, squadre d’assalto) poste sotto il comando di Ernst Rohm, era quello di costringere il triumvirato che deteneva il potere in Baviera a insorgere con i nazisti appoggiandoli nel colpo di Stato. Il capo del nazismo giunse davanti al palco con una rivoltella in pugno e per attirare l’attenzione della platea sparò un colpo in aria. A quel punto Gustav von Khar smise di arringare la folla, mentre Hitler, conquistato il centro della scena, bluffò comunicando che la rivoluzione nazionale era già scoppiata e che l’esercito e la polizia stavano al fianco dei nazionalsocialisti. Le circa 3mila persone in sala rimasero sconcertate e attonite per le notizie appena udite. Hitler intanto procedeva a tutta velocità con il suo piano tentando di convincere su due piedi il triumvirato ad accettare il programma della Nsdap.

Il momento era concitato e la confusione stava per annacquare l’operazione quando sul posto si presentò l’eroe della prima guerra mondiale e figura di riferimento per i conservatori e i nazionalisti tedeschi, il generale Erich Ludendorff. Questi dapprima si infuriò con Hitler per averlo scavalcato nella guida dell’imminente insurrezione, ma poi si schierò con i nazisti convincendo anche i tre uomini del blocco d’ordine bavarese a perorare la causa della rivolta. A quel punto il fuhrer era raggiante. Pensò che la vittoria fosse li a portata di mano, già cucinata e servita su un vassoio, pronta solo per essere consumata.

Quell’eccesso di sicurezza culminò con lo scioglimento della riunione, mentre Hitler girò i tacchi e si allontanò dalla birreria che rimase sotto il comando e la sorveglianza del generale Erich Ludendorff. Quando il capo dei nazisti tornò, von Khar e i suoi collaboratori erano già liberi. Era stato il vecchio militare prussiano Ludendorff a lasciarli andare contando solo sulla loro parola di ‘gentiluomini’. Ma al contrario, cambiando aria, i tre mutarono anche l’atteggiamento: prima dichiarandosi estranei al putsch e poi chiedendo la repressione della rivolta annunciata dai putschisti. A quel punto i giochi erano fatti. Adolf Hitler capì che non vi erano più speranze di riuscita. Ma non volle fermarsi.

Fu così che accettò il piano di Ludendorff. Hitler e il generale l’indomani avrebbero marciato l’uno al fianco dell’altro verso il centro della città con l’intento di impadronirsene. Nessun ex combattente in divisa da poliziotto o da soldato, sostenne il militare prussiano, avrebbe avuto il coraggio di aprire il fuoco contro un eroe della prima guerra mondiale che aveva già condotto quegli stessi uomini in battaglia. Adolf Hitler si mostrò al quanto scettico sulla riuscita dell’impresa. Ma ormai la macchina era in moto e non si poteva più fermare.

Così il 9 di novembre, lo stesso giorno della ricorrenza della fondazione della Repubblica di Weimar, Adolf Hitler e Erich Ludendorff si misero alla testa di qualche migliaio di uomini che marciarono per le vie di Monaco. Era circa mezzogiorno quando esercito e polizia puntarono i loro fucili contro i manifestanti nei pressi della Feldherrnhalle. Gli insorti allora intimarono di abbassare le armi perché alla testa della rivolta vi era il generale Ludendorff. Ma quella richiesta non sortì alcun effetto. Così, dopo i fischi delle pallottole, i cadaveri contati sulla strada furono 9, tre dei quali poliziotti. Mentre numerosi altri furono i feriti.

La rivoluzione di stampo nazionale caldeggiata da Adolf Hitler era finita miseramente ancora prima di avere avuto realmente inizio. Schiacciato il putsch anche per il nazismo sembrava essere giunta la fine. La Nsdap che nel 1923 contava circa 55.300 iscritti venne dichiarata illegale. Mentre, ristretto in carcere, il capo del partito Adolf Hitler raccontò di avere considerato più volte l’idea del suicidio. Ma la situazione di estremo sconforto mutò rapidamente.

Al processo davanti alla Corte suprema di giustizia che si tenne tra il marzo e il febbraio del 1924, Hitler trasformò il banco degli imputati in una tribuna dalla quale attaccare a testa bassa il sistema. Egli si assunse tutte le responsabilità per il putsch e fece dei suoi intenti sovversivi una sorta di professione di fede. La Repubblica di Weimar, dal canto suo, giunta ormai al capolinea, confermò di sapere essere molto più severa con i nemici radicali di sinistra piuttosto che con quelli di destra. Così per il futuro fuhrer arrivò una mite sentenza: cinque anni di reclusione, un nulla per chi venne condannato per avere cospirato contro lo Stato. Per di più, trascorso neppure un anno, correva il 20 dicembre del 1924, giusto il tempo per terminare la guida ideologica e programmatica del nazismo, il ‘Mein Kampf’, Adolf Hitler era già fuori di prigione grazie al beneficio della sospensione della pena.

Il putsch di Monaco, nel contingente, si mostrò come un sanguinante fallimento per i nazisti e il loro capo. Ma gli insegnamenti che il leader seppe trarre da quell’esperienza furono fondamentali per lo sviluppo del nazionalsocialismo. Adolf Hitler capì allora che la strada di una rivoluzione violenta in Germania non era più percorribile. Per arrivare al potere andava dunque seguita la via della legalità. Il fuhrer, come nel giro di breve tempo ebbe a dimostrare la storia, nel gestire la tattica legalitaria dimostrò di possedere uno smisurato talento condito con un ascendente che risultava magnetico per le masse. L’unico punto debole di questa nuova strategia, però, era quello di svilire fino a seccare la linfa ideale e rivoluzionaria che il nazismo voleva trattenere alla base dei propri valori. Per questo motivo il putsch di Monaco venne celebrato ogni anno dai nazionalsocialisti, a testimonianza del fatto che il partito per la sua credibilità poteva contare su un’alba rivoluzionaria.

Poco prima di diventare cancelliere del Reich, era l’8 novembre del 1933, ricorrenza del decennale del putsch, Adolf Hitler ricordò: “Quella sera e quel giorno ci hanno permesso più tardi di combattere legalmente per dieci anni. Infatti, non vi dovete ingannare: se allora non avessimo agito, io non avrei mai potuto fondare un movimento rivoluzionario, forgiarlo e mantenerlo in vita, e contemporaneamente restare nella legalità. Qualcuno mi avrebbe potuto a ragione obiettare: tu parli come gli altri e farai tanto poco quanto hanno fatto gli altri. Ma quel giorno e quella decisione mi hanno consentito di tener duro per nove anni, nonostante tutte le critiche”.

Ferruccio Del Bue 

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