domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

IL REDDITO DI CITTADINANZA
PER LA TERZA REPUBBLICA
Pubblicato il 28-11-2013


Salario-minimo

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, recita l’articolo 36 della Costituzione Italiana. Difficile spiegare a quell’esercito di precari che, quotidianamente, rappresenta sempre più la forza lavoro italiana il significato di queste parole. Il salario minimo, infatti, nel nostro Paese non è previsto dalle leggi nazionali, ma solo dalla contrattazione fra le parti sociali. Una differenza sostanziale, che rende l’Italia, per l’ennesima volta, diversa dai principali Paesi europei con i quali (dovremmo) confrontarci.

«Non siamo entusiasti sul salario minimo perché il sistema contrattuale e normativo italiano è tale per cui sostanziante, chiunque abbia un rapporto di lavoro regolare, affida questa individuazione ai contratti di riferimento», dice Walter Galbusera segretario generale della Uil Lombardia e presidente della fondazione Anna Kuliscioff. Secondo il sindacalista, infatti, «il salario minimo ha una sua funzione effettiva dove non c’è contratto: in Italia per ogni tipo di lavoro esiste un contratto di riferimento che, di fatto, coincide minimo contrattuale. Il salario minimo ha funzione dove queste garanzie non ci sono». C’è di più: Galbusera sottolinea, infatti, che «da un punto di vista sindacale, l’introduzione di una norma che stabilisca un salario minimo, può essere un pericolo perché permetterebbe di non applicare più il contratto, ma il minimo».

Insomma, le garanzie ci sono, sempre che venga rispettata la legge.

Ma, secondo Luca Cefisi, responsabile del Psi, la questione è più complessa: «Secondo me il problema del salario minimo c’è, cioè della mancanza di una legge che stabilisca qual è il minimo salariale orario, di misure come quelle introdotte in Inghilterra da Blair, così come in Germania» con il nascente governo di Grande coalizione. Per Cefisi il salario minimo  rappresenta, inoltre, uno strumento da «affiancare al reddito di cittadinanza: il minimo salariale dovrebbe eliminare la possibilità di lavorare e rimanere sotto la soglia di povertà, e il reddito di cittadinanza dovrebbe scoraggiare il lavoro nero. Quindi i due strumenti vanno assieme».

Il Responsabile politiche europee e rapporti organizzazioni internazionali  del PSI sottolinea come «in Italia c’è un modello di cassa integrazione per lavoratori della grande industria al quale si somma l’assicurazione Inps per i lavoratori agricoli: un sistema che copre i due modelli di lavoro degli anni ‘50, operai e braccianti. Non è, però, coperto tutto quel mondo figlio della trasformazione sociale avvenuta nelle ultime decadi: precari, servizi, partire iva, professionisti, e anche piccoli commercianti non hanno nessun paracadute. Di conseguenza esiste una diseguaglianza di coperture per tipi diversi di lavoro».

La risposta che Cefisi propone, dunque, è quella di «abolire il welfare “particolare”, e pensare appunto un welfare “generale”». Una sfida per il futuro da affrontare. Una delle più importanti della “Terza Repubblica” se vuole continuare ad essere “fondata sul lavoro”. Anche e soprattutto di questo si parlerà a Venezia. Un tema socialista per il terzo Congresso del PSI.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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