domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La vita di Adele: un inno all’amore e alla libertà
Pubblicato il 08-11-2013


La-vita-di-AdelePalma d’oro al sessantaseiesimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” del regista franco tunisino Abdellatif Kechiche giunge nelle nostre sale con tutto il carico di curiosità, di polemiche e di scandalo che hanno accompagnato la sua uscita alla Croisette nell’ultima edizione presieduta da Steven Spielberg.

ADELE ED EMMA – Sotto i riflettori c’è l’amore saffico tra le due giovani protagoniste, che si traduce nella messa in atto di ardite e prolungate scene di sesso esplicito all’interno di una relazione condita dall’incoscienza e dalle turbolenze emotive tipiche della prima esperienza sentimentale nata, in questo caso, sotto gli strali di un irresistibile colpo di fulmine. A partire dalla graphic novel “Le bleu est une couleur chaude” di Julie Maroh, l’autore di “Cous Cous” e della “Venere Nera”, compie un’operazione di adattamento cinematografico ispirandosi ai modi del romanzo di formazione, dell’odissea del passaggio dall’adolescenza all’età adulta e, nel fare ciò, sceglie un’interprete, Adele Exarchopoulos, miracolosamente espressiva, capace di trasmettere con la sua fisicità tutto il tumulto interiore che anima l’essere umano alla ricerca di un’ identità sociale, affettiva, sessuale. Emma, la “traghettatrice”, colei che inizia alla vita l’ancora acerba e confusa Adele, ha le sembianze di Lea Seydoux: il physique du rôle ideale per rappresentare un personaggio forte di maggiore esperienza e spregiudicatezza.

LO STILE DI KECHICHE AL SERVIZIO DELLA VITA – Il film indaga le ragioni del desiderio mettendo da parte i potenziali ostacoli insiti nel pregiudizio sociale per raccontare l’evolversi di una maturazione intellettuale che passa attraverso gioie e dolori. Poco o nulla sembra incidere il contesto politico-culturale sulla storia d’amore tra Adele ed Emma come si può evincere, sul piano visivo ad esempio, dall’assenza di inquadrature descrittive la città dov’è ambientata la vicenda; inquadrature invece centrate sui corpi di coloro che la abitano. La macchina da presa di Kechiche si incolla sui personaggi, pedina la protagonista, scruta le sue reazioni emotive con un numero esponenziale di primi piani senza farsi sentire, abolendo qualsiasi filtro tra il dispositivo cinematografico e lo spettatore, così da favorire i meccanismi di immedesimazione, mentre il montaggio lavora sulla percezione di un ritmo che rifletta i tempi dell’esistenza a scapito di quelli ellittici della storia. Le passioni del corpo, il sesso, il cibo, la gioia e il dolore si mescolano armoniosamente a quelle dello spirito, alla letteratura (i ragazzi a scuola leggono la Marianna di Marivaux), alla pittura (Emma frequenta le Belle Arti), alla filosofia (le amanti discorrono di Sartre), al cinema (l’amore per Kubrick e Scorsese) componendo un mosaico in cui la vita sembra poter esplodere da ogni tassello e volare via lontana da qualsiasi costrizione.

UN MESSAGGIO DI LIBERTÀ SENZA CONFINI – Ed è soltanto da una visione d’insieme che emerge con chiarezza la sostanza politica di questo film apparentemente fuori dal tempo e dalla storia: il vero scandalo, se ancor oggi questo termine mantiene una qualche assonanza con il suo significato originario, consiste nell’implicito messaggio di libertà incondizionata che si porta dentro con grande fierezza. Un film d’autore, carnale e poetico, che lascia il segno ed illumina, a suo modo, sul nostro caotico presente.

Nicola Cordone

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