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Opinioni e commenti
 

L’Argentina cerca i suoi figli in Italia
I desaparecidos hanno diritto all’identità
Pubblicato il 27-11-2013


Desaparecidos«C’è ancora da fare la storia» dice Enrico Calamai, diplomatico italiano di stanza a Buenos Aires che, negli anni della dittatura, riuscì a mettere in salvo più di trecento persone iscritte nelle liste nere dei militari della Junta. Si è parlato di storia all’Università Roma Tre: di storia, di memoria, ma soprattutto di identità. Alla presenza del rettore Mario Panizza, è stata infatti inaugurata la “Campagna per il diritto all’identità” promossa dall’Ambasciata Argentina in Italia.

«Un primo passo di un percorso», ricorda il ministro Carlos Cherniak. Su circa 500 casi accertati di bambini nati da madri sequestrate e uccise durante la dittatura e poi ceduti illegalmente in adozione, fino ad oggi, ne sono stati rintracciati solo 109. Alcuni fuori dall’Argentina. «Per riaffermare una risposta della società democratica rispetto alla tragedia dei desaparecidos» si continua a cercare quei ragazzi. E lo si fa con una campagna che mette al centro l’università «nel Paese più italiano nel mondo dopo l’Italia stessa», fa sapere l’Ambasciata che sottolinea: «Siamo sicuri che alcuni di quei ragazzi sono qui, in Italia. Se qualcuno di loro dovesse avere un dubbio, un sospetto potrà mettessi in contatto con la sezione Diritti Umani dell’ambasciata e ritrovare la sua identità».

Sono passati trent’anni dal ritorno della democrazia in Argentina e la “abuelita” Estela Carlotto, ospite d’onore dell’iniziativa, parla con uno sguardo vispo e il tono di chi porta dentro un pezzo di storia. «Sin agli anni ’30 l’Argentina era abituata, periodicamente, a vivere nella dittatura. Eravamo stati educati, con la complicità dei mass media, all’obbedienza e all’accettazione. Ma, quando i militari presero il potere il 24 marzo del 1976, trovarono una società diversa. Soprattutto i giovani che vivevano l’impegno politico, avevano chiara l’idea di quale progetto di società volessero mettere in piedi e per questo resistettero al piano della Junta».

Come sua figlia Laura che, ricorda la nonnina di Plaza de Mayo, «iniziò a fare politica quando ancora non aveva ancora 18 anni: noi le dicevamo di andarsene, di scappare all’estero, altrimenti l’avrebbero uccisa. Lei un giorno mi rispose: “Mamma nessuno vuole morire, tutti abbiamo un progetto di vita”». Come lei, altri trentamila ragazzi furono fatti sparire, desaparecidos. Una tecnica scientifica che mirava non solo all’eliminazione fisica degli oppositori, ma alla distruzione del tessuto sociale attraverso il tormento perpetuo delle famiglie.

Era incinta, Laura. Estela non ha mai potuto riabbracciare il suo nipotino, che sa essere nato nell’ospedale militare di Buenos Aires il 26 giugno del 1978 e chiamarsi Giulio. Lo ricorda il console Calamai: «Di solito in guerra le spoglie vengono consegnate ai familiari. Nel caso dell’Argentina fu negato anche questo». Una lacerazione ancora viva nella società argentina, soprattutto perché, da qualche parte, ci sono ancora 400 bambini, nati nei centri di tortura clandestini, e mai restituiti alle famiglie.

Per cento di loro la storia è cambiata quando, un giorno come gli altri, qualcuno ha bussato alla porta dicendo che veniva da parte delle Nonne di Piazza di Maggio. Oggi raccontano di aver «ritrovato una famiglia senza genitori». Un processo per molti difficile, ammette Carlotto: «Su cento ragazzi ritrovati, abbiamo ancora due casi che rifiutano di conoscere la loro vera famiglia».

Una storia ancora da scrivere, dunque, che si tesse riallacciando i nodi della memoria e dell’identità e rompendo il muro di silenzio che, ancora oggi, circonda molte delle storie dei desaparecidos argentini. Per farlo, il console Calamai sottolinea l’importanza di recuperare quello «sciame di comunicazioni istituzionali che riguardavano anche l’Italia e le sue aziende che operavano in Argentina come la Fiat, Finmeccanica e Ansaldo. Il sistema produttivo italiano, Fiat, ad esempio, aveva un suo uomo a Buenos Aires che incontrava regolarmente i ministri e chiedeva di mettere in sordina alcuni episodi per l’interesse economico nazionale e per non intaccare le relazioni. E’ un tassello importante della storia che merita di essere recuperato perché dietro quanto accaduto ci fu anche quella che veniva chiamata “solidarietà occidentale” nei confronti dei generali saliti al potere dopo il golpe. Si voleva affermare il modello neoliberista con la forza, aprendo la strada alla penetrazione selvaggia delle multinazionali».

Un progetto neoliberista rispetto al quale l’eliminazione e il massacro di una generazione era considerato necessario, come ha ricordato nella sua ultima intervista prima di morire lo stesso generale Videla a capo della Junta protagonista degli anni del “proceso”, dalla dittatura argentina.

Sono passati trent’anni ed Estela Carlotto non si stanca di ripetere che i «trent’anni di democrazia in Argentina sono di per sé una vittoria. Soprattutto l’ultima decade, quella della presidenza di Nestor e Cristina Kirchner, la consideriamo come anni vinti. I trentamila desaparecidos non sono morti invano: sono loro che hanno fatto la democrazia argentina».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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