martedì, 17 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Lavoratori atipici
tre volte discriminati
Pubblicato il 16-11-2013


Lavoro al computerHanno redditi bassi e precari quando lavorano, sono insufficientemente protetti dai sistemi di sicurezza sociale quando restano disoccupati, perdono una parte dei loro diritti quando si trasferiscono in un altro Paese Ue. In pratica, sono discriminati non una, ma tre volte.

È la condizione dei lavoratori ‘atipici’ europei, rilevata dall’Inca, il patronato della Cgil, che ha promosso con altri partner sindacali europei (Cgil per l’Italia, Ces per l’Europa, Tuc per il Regno Unito, Fgtb per il Belgio, Dgb per la Germania, Ccoo per la Spagna) il progetto ‘Accessor’ (acronimo di ‘Atypical Contracts and Crossborder European Social Security Obligations and Rigths’), i cui risultati sono stati recentemente presentati, a Londra, in occasione del convegno ‘Il lavoro atipico tra tutela individuale e rappresentanza collettiva. Quali strategie per le organizzazioni sindacali europee?’.

Pur nella diversità dei sistemi nazionali in vigore, i lavoratori con contratto atipico degli 8 Paesi europei presi in considerazione (Regno Unito, Germania, Svezia, Spagna, Italia, Belgio, Slovenia e Francia) hanno in comune minore stabilità del posto di lavoro, retribuzioni più basse e discontinue, meno opportunità di formazione e di carriera, condizioni di salute peggiori, meno diritti sindacali. E ancora, per quanto attiene la sicurezza sociale, scarsa copertura, soprattutto per le indennità di disoccupazione, e forti difficoltà a costruire una pensione di vecchiaia dignitosa. In altre parole, impossibilità di fare progetti di vita.

Ma i rapporti nazionali Accessor mettono in luce pure un altro aspetto della questione: i lavoratori atipici, sempre più mobili, si trovano a dover interagire nel corso della loro vita con molteplici e differenti sistemi nazionali di sicurezza sociale, ciascuno con le proprie regole di apertura dei diritti, spesso anch’esse per così dire atipiche e flessibili. “Da un lato, le lavoratrici e i lavoratori con contratti atipici – si rimarca – sono più degli altri spinti a migrare alla ricerca di migliori condizioni economiche e sociali in altri Stati; dall’altro, è proprio tra gli immigrati (comunitari e cittadini di nazioni terze) che le condizioni di lavoro atipico si presentano più frequentemente come unica opportunità di occupazione”.

Una situazione, si avverte, che si pone “spesso fuori, o comunque ai limiti, degli schemi attorno a cui era stato costruito e strutturato il sistema europeo del coordinamento”. “Il risultato paradossale -si spiega- è che, avendo rinunciato, in nome del coordinamento, a qualsiasi forma di armonizzazione sociale dei sistemi nazionali di welfare, gli stessi principi del coordinamento oggi sono, di fatto, impraticabili a una schiera crescente di lavoratori atipici e precari, di cui non si conoscono esattamente dimensioni, caratteristiche e bisogni. E anche la terza generazione di regolamenti sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale entrata in vigore nel 2010 (in nome della semplificazione e della modernizzazione) non ha inciso sotto questo profilo il problema, nonostante un periodo d’incubazione durato più di 7 anni”.

L’analisi Accessor, quindi, sintetizza i problemi che si pongono a diversi livelli, sulla base dei dati raccolti dagli otto rapporti nazionali. Il primo è quello della mancanza di copertura assicurativa: “E’ il problema -si legge- soprattutto dei contratti tipo mini-job, ossia senza obbligo contributivo o con coperture assicurative soltanto per alcune branche della sicurezza sociale. Questi contratti rendono ovviamente impraticabile la totalizzazione dei periodi lavorativi in caso di esercizio della libera circolazione”.

Secondo problema, la totalizzazione impossibile anche in presenza di contributi assicurativi: “Il problema si manifesta -si ricorda- quando i periodi di accredito assicurativo maturati in uno Stato membro non trovano corrispondenza nel regime assicurativo dell’altro Paese membro, a causa di limiti speciali stabiliti dall’ordinamento nazionale di una delle due nazioni. E’ il caso, principalmente, di quei rapporti di lavoro la cui natura sia intermedia tra lavoro subordinato e lavoro autonomo”.

Al terzo posto, l’impossibilità a esportare prestazioni di disoccupazione: “È conseguenza -si precisa- della tendenza, sempre più frequente, a proteggere i lavoratori con contratti atipici attraverso misure parziali e speciali, non contributive. Oltre alla oggettiva pauperizzazione che queste modalità comportano, il problema si pone al momento in cui il lavoratore disoccupato, titolare di una prestazione di tipo non contributivo, volesse cercare un’occupazione in un altro Stato membro”.

C’è poi, come quarto punto, la mancanza dei requisiti assicurativi minimi: “Un altro ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori atipici -si aggiunge- deriva dalla varietà dei requisiti assicurativi minimi per l’apertura del diritto a taluni trattamenti previdenziali. In alcuni Paesi, tali requisiti sono relativamente bassi, in altri sono elevati e complessi, e quindi difficilmente conseguibili per coloro che hanno lavorato in diverse nazioni, con carriere parziali e frammentate”.

Infine, quinto problema evidenziato, i metodi di calcolo delle prestazioni: “In alcuni casi, è il metodo stesso di computo dei trattamenti a svantaggiare le persone con periodi assicurativi (o di residenza) brevi, o per così dire incompleti, perfezionati in più Stati”.

Carlo Pareto

 

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