martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Europa, il dollaro e la deflazione.
Usa invadenti, ma tedeschi miopi
Pubblicato il 04-11-2013


EURO-Dollaro-deflazioneSi può convenire sul fatto che gli USA non siano nella condizione di “bacchettare” qualcuno, né sul piano politico e del “buon vivere tra tradizionali alleati”, né su quello dei comportamenti economici nei mercati mondiali. L’“invadenza” degli USA, tuttavia, non può essere utilizzata per respingere eventuali critiche che i loro organi di governo indirizzino verso la Germania d’avere adottato una politica economica orientata a soddisfare solo i “propri” interessi nazionali; in tal modo, per gli organi di governo statunitensi, la Germania avrebbe concorso e continuerebbe a concorrere a creare condizioni deflazionistiche all’interno dell’eurozona poco compatibili con la necessità di promuovere la ripresa del suo sviluppo e della sua crescita. Né la “levata di scudi” in favore dell’economia più potente dell’Unione contro la ”salita in cattedra del dollaro” può essere utilizzata per criticare gli errori e le insufficienze dei Paesi in difficoltà; ciò non perché questi, tra i quali l’Italia, non possano essere criticati, ma perché non si può dire che essi non dispongano di qualche motivo di cui lamentarsi nei confronti del “potente vicino”, la Germania, appunto.

Sul piano strettamente politico ed economico, molte delle affermazioni contenute nell’intervista di Roberto Capocelli a Giuseppe Pennisi, pubblicata sull’”Avanti on line” del 2 novembre, appaiono quanto meno controcorrente; non perché le dichiarazioni dell’intervistato non siano valide in sé, ma perché sono riferite a giustificazione dei comportamenti politici ed economici di un Paese che, sino a prova contraria, è tenuto a rispettare i Trattati, da esso stesso egemonizzati, che lo vincolano ad essere solidale, non nel senso di Pennisi, nei confronti degli altri Paesi contraenti in stato di bisogno; e ciò, non in funzione di un malinteso altruismo che la Germania dovrebbe sempre manifestare nei confronti dei “vicini” in crisi, ma in funzione degli obblighi che, secondo la “ratio” di quei Trattati, anche se non esplicitati, la Germania nel suo stesso interesse dovrebbe sempre soddisfare.

Pennisi non concorda sul fatto che la Germania “con la sua economia, tutta orientata verso l’export, e poco verso il consumo interno”, concorra a creare condizioni deflazionistiche, anche se è vero che periodi di stagnazione e recessione economica, comprimendo la domanda, originano deflazione; né mostra di concordare con chi afferma che la Germania, per via del suo enorme attivo nelle partite correnti della bilancia commerciale, rallenta il superamento della crisi economica, non solo dei Paesi dell’eurozona, ma anche dell’economia di tutti i Paesi industrializzati integrati nel mercato mondiale. In altri termini, Pennisi non riconosce che l’introduzione della moneta unica, per un verso, ha arrecato enormi vantaggi all’economia tedesca e, per un altro, ha accresciuto l’interdipendenza delle economie dei Paesi dell’eurozona e con essa la loro vulnerabilità collettiva.

Secondo Pennisi, «la bilancia commerciale tedesca non ha alcun effetto deflazionistico nei confronti dell’area euro, anche perché la Germania, a differenza degli altri Paesi cresce. Se poi i tedeschi hanno uno stile di vita più austero e frugale, non li si può certo spingere ad essere più consumisti». Questa particolare situazione interna della Germania sarebbe l’esito, per Pennisi, di una combinazione di efficienza e di vita spartana e nulla vieterebbe che anche gli altri Paesi possano adeguarsi allo standard tedesco.

Ma come possono adeguarsi con la sola politica di austerità che la Germania ha “imposto” ai Paesi in crisi, da realizzarsi con l’introduzione di riforme nella loro struttura economica ed istituzionale unicamente orientate al contenimento della spesa pubblica? Pennisi non considera, contrariamente a come pensa una parte consistente e autorevole della società civile e politica tedesca, che la Germania è cresciuta grazie alla posizione di vantaggio che dentro l’eurozona le è stata assicurata dall’adozione di un moneta unica, secondo le condizioni da lei stessa dettate; grazie a ciò, la Germania ha accumulato enormi surplus che, anziché utilizzare per garantire una maggiore circolazione interna all’eurozona con i surplus commerciali (come hanno fatto gli Usa dopo la seconda guerra mondiale nell’interesse di tutti i Paesi ad economia di mercato) per finanziare le riforme richieste, ha preferito, essa sì, “salire in cattedra”, per imporre comportamenti più virtuosi ai Paesi coi conti pubblici in deficit e uno stile di vita più austero e frugale che ha avuto l’effetto, non di rilanciare le economie, ma di aumentare i suicidi per cause economiche.

Certo, a lungo andare, anche il mercato interno europeo è divenuto insufficiente per “assorbire” le esportazioni tedesche; ragione, questa, per cui la Germania è stata costretta ad orientare il proprio export verso la Cina. Sennonché, a causa degli esiti della crisi mondiale, pure il mercato cinese ha negli ultimi tempi diminuito le importazioni dalla Germania; per cui, anche per la “locomotiva dell’Europa”, i ritardi nel superamento stabile della crisi rappresentano un pericoloso segnale che questa possa ripercuotersi all’interno della propria economia. C’è solo da augurarsi che tale pericolo possa finalmente indurre la “Cancelliera di ferro” a guidare il proprio Paese sulla via delle reinterpretazione dei Trattati europei, in modo da indurre i Paesi “poco virtuosi” a tenere ”presente la necessità a adoperarsi per operare serie riforme», ma anche per rendere possibile, per chi crede nel progetto politico dell’Unione Europea, un pieno ricupero all’Europa della Germania: non per consentire ai Paesi oggi in crisi d’essere dei “mantenuti” e di permettere alle loro popolazioni di lavorare poco, ma per realizzare le condizioni utili all’Europa politicamente unita di affrontare, in condizioni di stabilità, le sfide che originano dal mondo globale attuale. Qualora la Germania insistesse sulle sue vecchie posizioni e continuasse, come osserva Anthony Giddens su “la Repubblica” del 31 ottobre, ad imporre condizioni di austerità ai Paesi in condizioni difficili, “le sorti dell’Europa, e in definitiva quelle della stessa Germania, rischierebbero di volgere al peggio”.

Gianfranco Sabattini

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