martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

PD e PDL ovvero
lo squallore dei numeri primi
Pubblicato il 08-11-2013


Chi scrive ha manifestato più volte la sua perplessità di fronte alla “cura Napolitano”. Intendendo per tale, la pretesa di tenere in piedi una formula di governo non per i suoi meriti attuali e/o potenziali, ma semplicemente per evitare un appuntamento elettorale che i protagonisti del sistema bipolare non sarebbero in grado di affrontare. Perplessità che nasce da una serie di considerazioni, non ultima delle quali il fatto che il rinvio dei problemi contribuisce naturalmente ad aggravarli.

Un’opinione che conferma, aggiungendo, peraltro, che lo spettacolo che Pdl e Pd ci offrono in questi giorni giustifica, purtroppo, tutte le preoccupazioni del Colle.

Di Berlusconi è meglio tacere. Le sue angosce esistenziali lo hanno ridotto a caricatura di sé stesso. Neanche Crozza riuscirebbe a imitarlo. Nello specifico il suo antisemitismo da balera non può essere cancellato dalla sua amicizia con Netanyahu, si può essere antisemiti e filoisraeliani, lo dimostra ampiamente la destra religiosa americana.

Si dirà che il Cavaliere rappresenta il passato. La destra populista e irresponsabile. Quella “non europea”. Si potrebbe pensare che la tanto agognata destra europea porti i tratti di Angelino Alfano e dei suoi seguaci.

E però, almeno per ora, non ci siamo proprio. A partire dal documento elaborato dal Nostro e dai suoi amici, in vista del consiglio nazionale del partito del 16 novembre. Qui, anche a cercarlo con il lanternino, non c’è il minimo accento di autocritica o anche solo di presa di distanza da Berlusconi e dal berlusconismo. Si ama ancora il Cavaliere, si riconosce il suo ruolo di guida, semplicemente si ama ancora di più il governo, e non per quello che fa o dovrebbe fare, ma semplicemente perché il mantenimento delle larghe intese consente di evitare delle elezioni che “sarebbero sicuramente vinte dalla sinistra”.

Due anni fa, fu questa la linea di Scilipoti e dei “responsabili”. Allora, bollati come miserabili voltagabbana. Dovremmo, allora, considerare gli alfaniani come degli statisti?

Certo, quello che fino a ieri certificava con il suo voto che Ruby era la nipote di Mubarak avrà bisogno di tempo per diventare “europeo”. Aspettiamo con fiducia.

Quello che, invece, non manca mai di sorprenderci è il Pd. Appena un anno fa, lo scontro tra Bersani e Renzi fu una contesa tra gentiluomini. Con, alla fine, sorrisi e strette di mano. Magari perché tutti sapevano che Bersani aveva la vittoria in tasca, mentre Renzi era un outsider coraggioso cui si poteva tranquillamente rendere l’onore delle armi.

Oggi, invece, siamo allo scontro selvaggio di tutti contro tutti. In cui manca soltanto, a completare il quadro, un qualche accoltellamento, o la presenza, ai seggi, di Messina Denaro. Il tutto in un berciare feroce e scomposto in cui le ragioni politiche dei vari gruppi, non riescono mai,guarda caso, a emergere.

Ed è, tutto sommato, logico che sia così. Perché il Pd sta diventando sempre più un semplice strumento per la gestione del potere, passato, presente e futuro, dove il richiamo dei vari gruppi locali in contrasto tra loro a Renzi, Cuperlo, Tizio o Caio ha un valore puramente strumentale, anche perché privo di qualsiasi riferimento alla politica.

Si dirà che si tratta di uno sgradevole intermezzo. In attesa delle primarie di dicembre. Ci permettiamo di dubitarne. Perché Renzi segretario del partito, di questo partito, e in una prospettiva in cui l’appuntamento elettorale tende ad allontanarsi sempre più, rischia fortemente di logorare sé stesso e la sua immagine nelle sabbie mobili della quotidianità “piddina”, per finire, magari impallinato nelle nuove primarie dell’autunno 2014.

E, allora, la cura delle larghe intese sta avendo su Pdl e Pd risultati esattamente opposti a quelli preconizzati. Non una destra europea, ma una destra sfasciata senza rimedio. Non una sinistra con una sua identità alternativa ma un’accozzaglia senz’arte né parte.

Un campo di rovine. Ma anche un vuoto occupato da Letta ed Alfano. Come volevasi dimostrare.

Alberto Benzoni

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