martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un piano Marshall in ‘salsa tedesca’ conviene a tutti
Pubblicato il 25-11-2013


German-and-EU-flagsDi recente, su “la Repubblica”, Barbara Spinelli ha avviato un “processo alla Germania”, per eccesso di egoismo che l’ha condotta, non solo a un nazionalismo deleterio, ma anche ad un affievolimento della memoria dei misfatti compiuti nei confronti dell’intera umanità in anni a noi non molto lontani. L’affievolimento della memoria, per la Spinelli, ha portato la Germania a trascurare il fatto che la “lungimiranza dei vincitori” l’hanno aiutata a “rilegittimarsi” a livello internazionale, allorché dopo il secondo conflitto mondiale si è trovata in stato di necessità e di isolamento, nonché anche tramite l’impegno ed i sacrifici dei suoi cittadini a risollevarsi, nell’interesse di tutti, dalle condizioni disastrose in cui la sconfitta l’aveva ridotta.

Tuttavia, a parte le giuste riflessioni svolte sul piano etico dalla Spinelli, ciò che conviene ricordare ai tedeschi, nella fase attuale della loro storia, è che l’affievolimento della loro memoria, oltre ad obnubilare in essi l’obbligo che dovrebbero avvertire nei confronti degli altri, soprattutto quando questi fanno parte di accordi suggellati da Trattati istitutivi di un’Unione della quale anche i tedeschi fanno parte, fa perdere la capacità di valutare con attenzione le opportunità che il nazionalismo sacrifica e vanifica per l’attaccamento a un non più giustificato “ordoliberalimso”.

A tal fine, conviene ricordare, che se è vero che il motivo originario che ha spinto la Germania ad aderire al progetto comune di un’Europa politicamente unita era la percezione dei disastri che il nazionalismo aveva procurato alla vecchia Europa ed al mondo intero, non è meno vero che oggi il nazionalismo è dannoso, come lo è stato allora, perché impedisce la giusta percezione del come soddisfare gli interessi propri senza ledere quelli altrui. L’affievolimento della memoria storica, evidentemente, ha prodotto anche un affievolimento della capacità di valutare i danni che esso può provocare alle condizioni di vita attuali, se si pretende, come fa la Germania di oggi, di soddisfarli e di difenderli sulla base di pratiche vetuste e obsolete, quali sono quelle seguite ai tempi in cui la difesa degli interessi di ogni singolo Paese era affidata alla logica difensiva dello Stato nazionale. Oggi, nessuno Stato-nazione può pretendere di tutelare i propri interessi senza l’aiuto e la solidarietà costante degli altri; lo sviluppo e l’aumento della complessità dei sistemi economici nazionali hanno indotto la necessità di aumentare l’interdipendenza delle economie all’interno di spazi economici multinazionali, possibilmente omogenei sul piano delle tradizioni storiche, culturali ed istituzionali. A tal fine, la funzionalità dello Stato-nazione è del tutto inadeguata ad affrontare la complessità delle sfide del mondo contemporaneo e di quelle ancora più complesse previste in un futuro non molto lontano.

Se si ipotizza che tali sfide possano essere affrontate con la continuità del paradigma dello Stato-nazione, l’azione di governo a livello di un’area integrata sul piano economico, qual è quella del mercato unico dell’Unione Europea, dovrebbe essere assicurata attraverso la costruzione di un’unica organizzazione statuale federale, dotata di una sovranità ad essa delegata senza residui dagli Stati federati. In tal modo, però, l’organizzazione statuale dello spazio economico-sociale integrato avrebbe principalmente la funzione di assicurare la capacità di conseguire l’autonomia economico-finanziaria dell’area integrata con l’esercizio di una politica estera fondata sull’uso della forza, economica o militare che sia.

Uno Stato-nazione federale, transnazionale e democratico, perde la tradizionale possibilità di ogni singolo Stato federato originario di pervenire all’autosufficienza con l’esercizio di una qualche forma di condizionamento fatto valere nei confronti dell’esterno; il ricorso all’uso della forza era proprio dello Stato nazionalistico, in ossequio al principio che sarebbe stato meglio “mettere sul lastrico il proprio vicino” (beggar thy neighbour) con una qualche politica di stabilizzazione ottenuta con l’“esportazione della propria instabilità”, piuttosto che subire gli esiti di una crisi interna. Inoltre, lo Stato-nazione federale democratico di un’area economico-sociale integrata perde, sia pure limitatamente alle funzioni delegate, ogni forma di concentrazione decisionale, fondate sulla riconduzione delle procedure decisionali ad un unico “centro”; ciò significa che lo Stato federale democratico riferito ad una area economico-sociale integrata non legittima più azioni unilateralmente decise, ma solo azioni multilateralmente adottate.

Per tutte le ragioni sin qui illustrate, il governo democratico di un’area economico-sociale integrata implica la rottura del paradigma organizzativo originario dello Stato-nazione e la costruzione di una federazione di Stati indipendenti, caratterizzata da una combinazione di autogoverno (potere residuo degli Stati federati) e di governo condiviso per le funzioni delegate; in tal modo, tutti gli Stati federati riconoscono la loro reciproca interdipendenza (in alternativa all’autosufficienza), la propria eterogeneità (in alternativa alla perfetta coincidenza tra organizzazione statuale e nazione, propria del pensiero nazionalista) e la multicentricità nell’esercizio del potere decisionale (in alternativa all’unicità del centro decisionale), nel senso che i diversi centri decisionali plurimi degli Stati federati diventano elementi di una rete multicentrica diffusa all’interno dell’intera area integrata e governata dallo Stato-federale.

A causa del suo egoismo, la Germania ha perso la memoria non solo degli obblighi contratti nei confronti degli altri Paesi per i suoi errori di un recente passato, ma anche delle ragioni “tecniche” che hanno giustificato la sua adesione al progetto europeo alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso; e per questa sua smemoratezza è bene “processarla”, nella speranza di poterla ricondurre al rispetto dei patti stipulati, ma anche per indurla a rimediare agli aspetti negativi del suo “boom” economico attuale che, come alcuni suoi economisti e uomini politici denunciano, s’accompagna a tendenze verso il ribasso della sua economia e a un’indifferenza verso lo stato di bisogno dei Paesi dell’area dell’Unione Europea che hanno concorso a renderla forte. Uscire da questa impasse, per la Spinelli, è possibile, a patto che i Paesi europei in stato di bisogno vengano sorretti da una cooperazione internazionale, da attivare durante e non dopo la “messa in ordine della loro casa”, onde evitare che il rigore sinora subito li faccia “fuggire” definitivamente dalla realizzazione del disegno dell’Europa unita.

Per evitare questo pericolo, la Spinelli afferma che occorrerebbe un piano Marshall, sorretto da una preventiva conferenza sui debiti dei Paesi deboli dell’Unione Europea, che preveda consistenti aiuti da parte di chi occupa ora posizioni di forza. I riferimenti a passate esperienze storiche per risolvere i problemi correnti sono senz’altro legittimi ed utili; non vanno però dimenticate le condizioni in cui versavano, ai tempi in cui è stato attuato il piano Marshall dopo il 1945, tutti i Paesi, sia forti che deboli, ed il modo in cui questi ultimi, partendo da zero, hanno aderito alle “durezze” della “pax americana” di allora. ciò che deve essere evitato è il pericolo che un piano Marshall in “salsa tedesca” adottato oggi per favorire la ripresa economica dei Paesi in crisi serva solo ad impedire, da un lato, il fallimento dell’Unione Europea e, dall’altro, che essi, dopo aver rilanciato le loro economie lascino inalterati gli squilibri distributivi esistenti al loro interno, dimenticando che questi sono stati in parte la causa della crisi, che poi ha concorso ad approfondirli. Il piano Marshall originario ha consentito al Paese “forte” di uscire dall’impasse nella quale era caduto dopo l’eccessivo orientamento della sua economia a scopi bellici, ma anche ai Paesi deboli e poveri di risollevarsi in condizioni di stabilità e di pace sociale.

Il piano Marshall in “salsa tedesca”, quindi, oltre a favorire un migliore equilibrio dei conti esteri della Germania, non deve favorire solo la ripresa “tout court” dei Paesi deboli, trascurando che anche questi meritano d’essere processati per gli errori commessi contro la tenuta della coesione sociale delle loro società civili; la coesione, nel caso dell’Italia, si è incrinata prima ancora che la crisi scoppiasse. In conclusione, l’attuazione di un possibile piano Marshall, finalizzato a coinvolgere la Germania per rimettere in corsa i Paesi “schiacciati dal debito”, non deve essere proposta solo in funzione del “saldo” dei debiti morali che la Germania stessa ha contratto in un recente passato; deve essere anche proposta in funzione di una migliore tutela degli interessi dei suoi cittadini, nonché dell’assolvimento degli obblighi che i Paesi deboli hanno verso le rispettive società civili di rimuovere gli esiti del rigore dell’austerità sinora subita e di effettuare le necessarie riforme strutturali utili a realizzare un’equità distributiva meno condizionata, soprattutto per l’Italia, dai privilegi, dalla corruzione e dall’evasione fiscale.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. non ha senso un piano Marshall “tedesco”.
    Ha senso soltanto una ripresa della solidarietà tra gli europei. Per iniziare può bastare dare alla BCE la funzione di prestatrice di ultima istanza e l’emissione di bond europei.
    Deve poi seguire una politica di maggiore integrazione politica, sola via che può portare ad una politica economica che affronti i nodi della produzione e del lavoro.

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