lunedì, 16 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Può costare caro ai democratici
il tifo per Alfano
Pubblicato il 18-11-2013


Alfano-Pdl-Berlusconi-scissioneÈ finito il Popolo delle Libertà. Da parte del Pd e della stampa di “area”, immediatamente, si sono levati cori di giubilo ed applausi per la scissione di Alfano; Eugenio Scalfari, enfaticamente, ha parlato di “Destra repubblicana”. Sembra riecheggiare la vecchia “egemonia” gramsciana depurata dall’orizzonte palingenetico e rivoluzionario, dei vecchi “compagni di strada” del Pci, che il grande statista e leader socialdemocratico Giuseppe Saragat declinava come “utili idioti”, prendendo a prestito una definizione di Lenin a proposito dei sostenitori dell’Unione Sovietica in Occidente.

Alfano sembra voler ripercorrere la non felice strada di altri alleati del Pci-Pds-Ds-Pd nella Seconda Repubblica: da Bossi definito “una costola della sinistra” a Lamberto Dini, già ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi nel 1994, sostenuto dal centrosinistra nella costruzione del movimento “Rinnovamento Italiano” nelle elezioni del 1996 sino a Gianfranco Fini, l’ex “fascista”, delfino del “repubblichino” Almirante, assurto al rango di uomo delle istituzioni democratiche.

Ma Alfano, metaforicamente, porterà il loden, che dal tempo di Mario Monti è divisa di ordinanza dell’antiberlusconismo, cappotto senza il quale non si può entrare nei palazzi che contano, nei salotti buoni della finanza, della borghesia chic, nelle sacre stanze. La direzione di marcia sarà, verosimilmente, non un nuovo centro alleato della sinistra, ma il tentativo di costruire una forza neocentrista, ispirata al modello del Partito popolare europeo, in grado di candidarsi da sola al governo del Paese, drenando il consenso moderato di Berlusconi.

Interlocutori naturali, di un’operazione un po’ retrò di stampo neodemocristiano, sono ciò che resta dell’Udc di Casini e il pezzo di Scelta Civica che ha seguito il ministro della Difesa Mario Mauro e, forse, Fini.

E così, la rottura del Pdl potrebbe essere per il Pd una vittoria di Pirro, generando un competitor agguerrito in grado di attrarre gli ex Dc del partito di Epifani, all’insegna del broccardo latino simul stabunt simul cadent: alla fine del Pdl potrebbe seguire quella del Pd, partiti nati entrambi da fusioni a freddo, il primo tra Fi e Alleanza Nazionale, il secondo tra ex comunisti ed ex democristiani; oppure si rafforzerà proprio Berlusconi e la “nuova” Forza Italia, che, c’è da giurare, riprenderà i temi cari a molti italiani: lotta all’Europa della Merkel e all’euro, ai carrozzoni pubblici, alle tasse, alle banche.

Le scorciatoie spesso conducono nei vicoli ciechi, il Pd, invece di tentare di legittimarsi quale forza di governo attraverso incursioni nei campi avversi, dovrebbe seguire la strada maestra delle sinistre riformiste in Europa: la socialdemocrazia dei diritti di lavoratori e pensionati, dell’equità fiscale, del welfare state, della piena occupazione, del primato della sovranità democratica su banche e organismi tecnocratici internazionali.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Separarsi per colpire uniti. Questo potrebbe essere lo slogan della frattura del PDL che nelle alleanze per le prossime elezioni potrebbe trovare la forza per sconfiggere ancora una volta la sinistra troppo frastaglia e disunita. Infatti a Sx il partito maggiore prima o poi dovrà fare i conti, sia con sè stesso, per le diverse anime che lo compongono, sia con gli alleati. Ormai le baruffe e la deriva interna al PD fa perdere la rotta e l’unico progetto ancora in grado di ritrovarla e aderire con convinzione al PSE, non solo per le elezioni europee, ma per la costruzione anche in Italia di un’area riformista e socialdemocratica da tempo abbandonata per rincorrere il berlusconismo con i personalismi e sistemi ancora oggi troppo vicini a quel sistema che ha fallito su tutti i fronti.

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