domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Relazione di apertura del segretario nazionale Riccardo Nencini
Pubblicato il 29-11-2013


III ° CONGRESSO P.S.I. – V e n e z i a 
29/30 novembre – 1 dicembre 2013
Relazione di apertura del segretario nazionale Riccardo Nencini

Il mondo è cambiato.

Al Terzo Plenum del 18° Comitato Centrale del P.C. Cinese, dopo quattro giorni di conclave segreto, i mandarini hanno deliberato: ‘Deciderà il mercato’.

La Cina si affida al capitalismo dei falansteri, primordiale e senza diritti, proprio mentre l’Occidente ripensa il rapporto tra mercato e democrazia e tenta di porre un freno al predominio della finanza fissando regole più stringenti.

E’ solo l’ultimo salto della vertigine.

Può accadere che la storia provochi discontinuità nelle consuetudini sociali e nei tradizionali assetti di potere. Un tempo erano le guerre a rovesciare i regimi e sulla bocca dei cannoni viaggiavano la morte e la civiltà. Oggi sono la complessità e il turbocapitalismo a generare lutti e a ridicolizzare il potere pubblico proprio nell’anno in cui si celebrano i cinquecento anni del ‘Principe’, il manuale della ragion di stato e della esaltazione della politica.

Il mondo è cambiato e non sempre la politica, affogata com’è nel presente e deficitaria della prima delle virtù – lo strabismo -, riesce ad annusare in anticipo il vento come i buoni marinai interpretavano i cieli.

La sinistra non fa eccezione.

Slavoj Zizek ha bollato in pagine di fuoco questa deficienza: ‘La sinistra manca di visione globale e non ha uno straccio di programma alternativo alla spesa pubblica’.

Ovunque si voti in Europa, la sinistra riformista non rappresenta che ¼ degli elettori, tra il 25% e il 30% dei votanti. Troppo poco per governare con successo.

Questa stessa riflessione ha coinvolto i candidati alla segreteria del PD.

Noi non fischiamo nessuno ma tifiamo per chi sposa l’eresia e non si accontenta di sbirciare nei sacri testi per rispolverare soluzioni antiquate ai drammi moderni.

Non si tratta di un racconto diverso da quello già scritto a cavallo tra anni ’70 e anni ’80. Ciclicamente, lo scontro tra conservatori e innovatori si acutizza. Non parlerò di noi, che eravamo tifosi. Cito Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore e comunista, in libreria con ‘ Il desiderio di essere come tutti’. Quando la sinistra perde la colpa è degli italiani. E prosegue: dalla parte giusta, sulla scala mobile, c’era Craxi e non Berlinguer. La parte giusta era salvare la vita di Moro, scommettere sul riformismo moderno, realizzare la ‘Grande riforma’. Da quella parte c’erano i socialisti e non Berlinguer. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri.

Piccolo Francesco, Caserta, 1964. Non Riccardo Nencini, Firenze, 1959.

Le cause maggiori del cambiamento ruotano attorno alla globalizzazione economica, all’invecchiamento demografico, alle biotecnologie e all’esaurimento delle risorse pubbliche.

Quattro sono i nodi che la sinistra europea affronta con l’ondivaga incertezza di chi teme di tradire il suo passato pur sapendo che le società contemporanee con quel passato sono in conflitto. Questioni pesanti che il Novecento non ha conosciuto.

– Povertà di ritorno

– Rapporto tra migranti e sicurezza

– Welfare senza spesa pubblica e senza crescita

– Disagio crescente della democrazia rappresentativa.

Quattro nodi che si ingigantiscono in Italia perché si mescolano a deficit strutturali e ad un eccesso di rigorismo, senza tacere l’errore di chi scambia la stabilità con il mare calmo quando invece ci sarebbe bisogno di un passo più veloce e di una missione più audace. E invece viviamo ancora nel dominio dello stato di sopravvivenza

La società civile è in ombra, ferita dall’antipolitica che ha promosso e accarezzato assieme a diversi quotidiani– al popolo dei girotondi si sono sostituiti i cortei antagonisti e l’astensionismo non si piega –, c’è vuoto di classe politica e carenza di leadership collettive e si profila una società accidiosa, dedita a mille furbizie, spesso necessarie per arrivare a fine mese.

Una società malcontenta dove l’impoverimento del ceto medio – il ‘mediano’ del centrocampo italiano, Lodetti per i milanisti, Furino per i bianconeri – ha allargato le disuguaglianze e rotto la coesione sociale.

D’altra parte, in uno stato dove i dipendenti dichiarano più dei loro datori di lavoro, c’è più di una cosa che non va.

– Disoccupazione che cresce su base annua di oltre il 16%.

– Peso del fisco al 44.3% (nel 1986=36.9%).

‘Meno male che Silvio c’è’ promette nel 2001 di abbassare la pressione al 38% e invece si sale al 42%. Nel 2008 promette di nuovo di scendere al 40% e invece si risale al 44.5%. Numeri non opinioni.

– 2008/2013: scomparse 400.000 partite IVA tra artigiani, commercianti e agricoltori, un popolo che non gode di indennità di disoccupazione, di mobilità né di cassa integrazione. Vogliamo occuparcene o li consegniamo alla protesta perpetua?

– Cresce l’evasione fiscale – 182 miliardi in meno per l’erario nel 2012 – ma scaviamo per vedere dove alligna. La fetta più grande (43%9 ) prospera nell’economia criminale, il 20% nel sommerso ( il 21% del PIL), poi vengono le società di capitali e le big company (33%). I ‘mancati scontrini’ rappresentano il 4% del totale.

Economia di sopravvivenza, è stato detto, e c’è del vero.

Guardare la luna e non il dito che indica la luna.

– Raddoppiati i poveri, oggi quasi 5 milioni, e dilatata la povertà relativa, di casa per 9.5 milioni di cittadini, soprattutto giovani, anziani, maschi divorziati.

O la sinistra viene meno alla sua funzione o non può rinunciare a combattere l’apartheid della disuguaglianza.

Fino agli anni ’90, giustizia sociale significava compensare le disparità indotte dal mercato, oggi invece si pensa a rendere equo il funzionamento del mercato. Un mondo giusto è quello dove il mercato risponde a regole certe e in cui ciascuno viene remunerato secondo merito. Una rarità.

Consentire la maggiore uguaglianza possibile al cancello di partenza per spostare l’attenzione dai risultati alle opportunità, alle chance di vita, per promuovere dignità e mobilità sociale, questo è il dovere dei riformisti.

Punto di riferimento deve essere l’intera esistenza, il reddito con la qualità della vita dentro un sistema che si rivolga ai meno favoriti, valorizzi chi ha coraggio e idee e chi si mette in gioco.

Non solo pensioni e risarcimenti, non tanto politiche di difesa quanto creazione di una possibilità. Non solo welfare per il lavoro dipendente ma investimenti e attenzione per chi ha un diritto di cittadinanza parziale, sia un artigiano in difficoltà o un laureato senza professione, una ragazza avvocato con cinque clienti che ogni mese deve lottare per pagare la cassa forense e l’affitto del monolocale. Se obblighiamo quella ragazza a scegliere tra tasse e affitto, addio.

Un welfare che non guardi solo al capofamiglia maschio ma apra la finestra su un mondo fatto di donne e di giovani spesso affidati al caso o al portafoglio scarno dei nonni.

Va aiutata l’Italia del bisogno e va sostenuta l’Italia che ha coraggio.

Dobbiamo guardare a chi, grazie a una sorprendente vitalità, ha trasformato la sopravvivenza in opportunità: export manifatturiero, turismo e cultura, economia digitale, comparti di impresa che operano nell’agroalimentare e nel made in Italy, imprese medie che nonostante la sofferenza dei crediti bancari ce l’hanno fatta.

La fotografia italiana è solo più sfuocata dell’immagine che l’Europa offre di sé ma la cornice è la stessa.

I socialisti devono seguire le tracce dei padri fondatori. Loro seppero intuire la direzione della società industriale e organizzarono il mondo del lavoro perché gli opifici non divorassero i derelitti. Noi dobbiamo essere i pionieri di questo tempo nuovo.

Strabici ed eretici.

1. COMBATTERE LA POVERTA’ DI RITORNO

Chi precipita nell’indigenza dopo esserne uscito è rancoroso, rabbioso, scontento. Diventa un potenziale populista, acerrimo nemico del giusto. Il socialismo è nato per combattere le ingiustizie, ma governa con difficoltà la povertà di ritorno, il tuffo nella miseria di un pezzo largo del ceto medio.

Lo dico ai parlamentari grillini (per i quali andrebbe ripristinata la ‘prova di alfabetizzazione’ un tempo prevista per gli eletti nel consigli comunali) che hanno presentato un emendamento per abrasare l’aggettivo ‘socialista’ dalla P.d.L. Di Lello sulla Fondazione Di Vagno, morto ammazzato dai fascisti pugliesi. Laurea ad honorem al ‘revisionismo accattone’.

Se potete essere eletti è grazie anche a quei morti.

– Reddito minimo di cittadinanza: per chi si forma e per chi è pronto a mettersi in gioco rendendosi disponibile a una varietà di lavori. E’ l’idea lanciata da Bertrand Russell nella carneficina delle trincee del 1918: ‘Una certa somma di reddito per chi è disposto a impegnarsi in attività utili alla collettività’. La presentammo in Campania cinque anni fa. Ricordate Fausto Corace? Lui con i nostri consiglieri regionali. Grillo è più giovane. Nella legge di stabilità c’è un primo tentativo di recuperare questa proposta. Sperimentare e allargare.

– Sussidi per disoccupati che si impegnano in servizi di pubblica utilità

– Riforma della riforma Fornero: trattiene 550.000 persone al lavoro ed è un tappo per chi è in cerca di occupazione.

– Allargare la rete della rappresentanza. Le strutture istituzionali che hanno tessuto l’unità della nazione stanno regredendo dalla loro funzione. Caduta la loro terzietà, l’intermediazione tra potere e cittadini si è persa. Si fanno strada fenomeni interessanti – reti di neoprofessioni, unità d’intenti tra associazioni di categoria un tempo divise – ma la precarietà resta senza diritto di cittadinanza.

Il sindacato non si occupa di chi non ha un lavoro fisso. Un sindacato a maggioranza di pensionati (54% degli iscritti) quanta parte dei lavoratori rappresenta se gli oltre 4 milioni di donne e di uomini con contratti a tempo parziale non vi aderiscono? Alla fine dell’800, a un dilemma simile che aveva al centro le forme atipiche di lotta dei lavoratori siciliani, Critica Sociale rispose così: ‘Lavarsi pilatescamente le mani perché la loro iniziativa fuoriesce dallo schema marxista della lotta di classe o assumersi una responsabilità?’. I socialisti scelsero la seconda strada. Quella giusta.

La povertà di ritorno si combatte anche con un sistema scolastico efficiente, la strada alternativa alla formula bismarkiana ‘burro e cannoni’.

Chi è dotato di un vocabolario più vasto, guadagna di più. Conviene laurearsi e laurearsi in tempo anzichè sposarsi con la famiglia giusta, sistemarsi come speravano le mamme. Va rovesciato il canone fissato a Barbiana da Don Milani negli anni sessanta perché oggi la competizione è più ampia e lo slogan ‘scuola per tutti’ ha un valore se a sostenerlo sono la dedizione e il desiderio di apprendere di professori e studenti.

Perché una scuola di bassa qualità toglie ai più bisognosi uno strumento per competere con chi ha di più.

Si cominci con le banalità: c’è mai stato un anno scolastico iniziato senza supplenti e a orario pieno? No!

– Sostenere gli studenti meritevoli con famiglie in difficoltà. Quanti sono i fuori sede costretti a interrompere gli studi perché il capofamiglia ha perso il lavoro?

– Via i docenti universitari a 65 anni di età (oggi restano fino a 70+2) per favorire il ricambio e investire su ricercatori e associati (ns. OdG in Parlamento)

– Investire nella scuola pubblica accettando il principio che la scuola è pubblica anche se lo stato non la gestisce in prima persona ma a condizione che copra un disservizio statale e si doti di programmi compatibili.

– Valutare i docenti, obbligare alla formazione continua, adeguare i giudizi scolastici al merito, accrescere i fondi per i progetti di alta qualità (37 milioni annui, come gli alimenti della ex signora B. dopo il divorzio). Chi pensa ‘scuola’, dovrà pensare subito, come fosse un riflesso condizionato, ai socialisti e alle loro battaglie per riformare l’istruzione.

2. NUOVO WELFARE

Incerto sui bisogni da coprire e carente di spesa pubblica da cui attingere, lo stato sociale langue. Per farlo vivere va trasformato radicalmente.

Alle tante forme nuove di welfare – aziendale, comunitario, mutualistico, privato – non ha corrisposto la riforma dei pilastri del welfare statale. Eppure la famiglia non è più la stessa da almeno trent’anni, a Milano single e unioni di fatto sono già la maggioranza degli iscritti all’anagrafe e il numero degli anziani che convive perché con la sola pensione minima non si arriva a fine mese aumenta ovunque. Perché la spesa pubblica non si spenga, vanno rafforzate forme di gettito alternativo.

Mungere il gioco d’azzardo è la più urgente tra le misure da assumere. La battaglia parlamentare fatta da Marco e dalla nostra delegazione è sacrosanta. Controllare che i minorenni non ne abbiano accesso e moltiplicare la tassazione di quei 90 miliardi spesi da 15 milioni di famiglie conferirebbe all’erario 7 miliardi. Se fossi Saccomanni li destinerei ad abbattere il cuneo fiscale e ad aumentare le pensioni minime.

– Patrimoniale sulle grandi ricchezze: una tantum sul 10% di famiglie detentrici del 50% della ricchezza italiana. Anche il F.M.I. si è convinto della necessità di far pagare di più il grande Gatsby rispetto a Geppetto falegname.

– Correggere la sanità pubblica: chi ha il mio reddito si paghi l’operazione alle tonsille per consentire a chi ha di meno di usufruire di un servizio sanitario gratuito.

– Ridurre le pensioni d’oro, gli stipendi dei manager pubblici e regolamentare le lobby. Basta che il dottor Cottarelli applichi il contenuto delle proposte che abbiamo depositato in Paramento per recuperare denaro. Può iniziare con una telefonata al presidente dell’INPS, pluridecorato come il generale Ike. Uno vinse la guerra più sanguinosa della storia, il nostro ingaggia ogni giorno una lotta spazio/tempo senza pari per sedere in 24 consigli di amministrazione ben retribuiti.

Quanto agli stipendi, non è affatto impossibile fissare un ‘reddito massimo consentito’, una retribuzione che non superi il multiplo di 12 rispetto alla paga più bassa.. Le differenze di retribuzione sono del tutto giustificate, meglio se hanno un tetto e soprattutto meglio se nascono dal merito e se si rivelano un vantaggio per le aziende e per i dipendenti più svantaggiati. I frutti, insomma, non possono essere dividenti per i soli azionisti ma tornare utili anche per i più sfavoriti.

Lotta al gioco d’azzardo, alle pensioni d’oro e agli stipendi poco virtuosi dei manager pubblici saranno i nostri prossimi appuntamenti.

3. SICUREZZA, POPULISMO, MIGRANTI, EUROPA

Con la proporzionale, l’Europa comprerà ai suoi nemici la pistola per spararle. La sparatoria avverrà l’ultima domenica di maggio e tutto lascia pensare che si tratterà di una rissa con ferite gravi.

L’euroscetticismo si nutre di diffidenza verso lo straniero, accresciuta in tempi di decrescita economica e di globalizzazione planetaria. Il populismo esploso in mezza Europa si nutre anche di queste paure. In ventuno paesi dell’U.E. partiti e movimenti di natura ‘lepenista’ sono nati con il secolo nuovo. In una decina di casi si tratta di partiti con il voto a doppia cifra. Governano già in Norvegia e in Ungheria.

Cresceranno se l’Europa, prima di allargare ancora i suoi confini istituzionali, non si darà una politica estera e di difesa comune, se non procederà rapidamente all’integrazione bancaria, insomma se non aprirà un terzo tempo – quello dell’unità politica – dopo l’unione realizzata nell’immediato dopoguerra e la seconda tappa scritta con il trattato di Maastricht.

La prima generazione di immigrati si mosse per lavorare, la seconda per integrarsi, la terza si è trovata coinvolta in un processo di disintegrazione socio-economico terribile. La terza ondata ha incontrato la crisi ed è più permeabile ai richiami religiosi.

L’economia italiana non può fare a meno dei migranti.

Lo Stato deve lavorare su due fronti: fermare la xenofobia con le leggi e con l’educazione civica e favorire l’integrazione da entrambe le parti. Rifuggendo dal buonismo e da un certo permissivismo di cui sono imbevute le culture cattolica e comunista. Ospitando chi fugge dalle guerre, accogliendo chi viene per studiare e per lavorare, allontanando chi delinque e pretendendo che l’Europa faccia la sua parte, con la diplomazia degli accordi e con la sorveglianza delle coste.

– Togliere il reato di immigrazione clandestina: lo jus migrandi venne teorizzato da Francisco de Vitoria nel 1539 per giustificare la conquista spagnola del nuovo mondo. Da diritto si è capovolto in reato. Il risultato: una terribile catastrofe umanitaria

– Cittadinanza conferita ai nativi figli di genitori che vi risiedano da almeno cinque anni.

– Attestare la disponibilità all’integrazione (frequenza scolastica, conoscenza della lingua, lavoro regolare)

– Difendere il multiculturalismo ma combattere con decisione costumi tribali lesivi dei diritti individuali (infibulazione, matrimoni indotti, etc…)

4. L’EVOLUZIONE DELLA DEMOCRAZIA

I socialismi sono nati negli stati nazionali e si sono avvalsi, per realizzare le loro idee, della democrazia rappresentativa. L’asse democrazia/capitalismo/ parlamento è in crisi da oltre un decennio, combattuto dalla mondializzazione, da una stravolgente rivoluzione tecnologica, dall’affermarsi di un individualismo demagogico che stimola le emozioni più che la ragione.

In Italia, la disintegrazione dei partiti e il discredito della classe politica hanno fatto il resto.

Ricucire lo strappo è una priorità.

Due sono le urgenze.

Affidare i partiti all’art. 49 della Carta (democrazia interna, libertà di accesso, procedure codificate, finanziamento pubblico – il poco che resterà – solo a chi ha bilanci certificati ed è in regola con il diritto). Può convivere con il regolamento parlamentare il gruppo grillino se applica nella sua condotta l’art. 35 della Costituzione cinese: libertà di giudizio ma solo se conforme ai principi generali del movimento? Domenica saranno nostri ospiti la sen. Adele Gambaro, espulsa dal gruppo 5 Stelle per aver manifestato liberamente il proprio pensiero, e il ministro Quagliariello. Chiederemo una consulenza anche a lui.

Allargare la platea della partecipazione. E’ già pronto un disegno di legge che conferisce il diritto di voto ai sedicenni. Partire con le amministrative per arrivare presto alle politiche. Troppo piccoli? Lo dicevano anche i nostri nonni di fronte ai diciottenni di un paio di generazioni fa.

Debat publique: coinvolgere i cittadini prima di assumere le decisioni su questioni di forte impatto. Fosse stato fatto con la Tav cosa sarebbe successo?

– Referendum consultivi in Costituzione

– Leggi che ci consentano il godimento dei diritti di terza generazione prima che siano i tribunali a imporre un diritto nuovo. L’ultimo caso è il Tribunale minorile di Bologna che concede in affidamento una bimba di tre anni a una coppia omosessuale. Meglio ‘zii’ che l’orfanotrofio.

Urge una sessione parlamentare straordinaria sui diritti alla persona. Unioni di fatto, bioetica e testamento biologico, libertà della scienza: campi presieduti dalla religione che devono tornare nella disponibilità dello Stato laico e delle coscienze individuali.

 Che la malagiustizia sia una lesione terribile della democrazia è un fatto. Ed è un fatto che colpisca solo i deboli.

Che le norme che regolano la giustizia italiana siano intoccabili perché chi vi si avvicina è servo di B. è il segno tangibile della debolezza della politica e della costante servitù resa al protagonismo dei pubblici ministeri, spesso un trampolino verso il Parlamento.

Protetta la loro indipendenza dal potere politico, responsabilità civile dei magistrati e separazione delle carriere tra giudice e PM restano una meta di civiltà. La colpa di B. sono state le leggi ad personam e la mancata riforma della giustizia; la colpa del PD non aver combattuto il populismo giudiziario. Il risultato: la parola ‘garantismo’ ha finito per significare difesa dell’impunità del potente e non imparziale ricerca del vero.

Quando abbiamo preteso di studiare gli atti e di rispettare le procedure prima di esprimere un giudizio sul caso B., un navigatore solitario della rete ha scritto al compagno Buemi: ‘Non vi bastano le sue malefatte per giudicarlo?’. Sono fioccate le offese e anche qualcuno di voi ha fischiato, ma non sono mancati gli apprezzamenti per una condotta imparziale.

Noi siamo uomini liberi e la libertà consiste nel non essere prigionieri né di un nome né di un cognome, si tratti di B. o di Marcello Miniscalco, cancellato nel 2013 dal C.R. molisano per un reato – abuso d’ufficio – commesso nel 1995: da sindaco, aveva modificato gli orari di assegnazione della piazza di paese ai partiti per poter tenere, a sua volta, un comizio elettorale.

Anche in tema di amnistia conviene precisare. La pubblicazione del ‘Dei delitti e delle pene’ avvenne in Livorno, città cosmopolita dal seme libertario. La giustizia vi veniva rappresentata come una bilancia. Su un piatto, una vanga e una zappa.

Meglio commutare la pena in lavoro utile per la comunità che consentire a chi è stato condannato l’uscita dal carcere senza altro merito o ragione che il sovraffollamento del penitenziario.

 A Martin Schulz e alla delegazione del PSE che assiste ai nostri lavori, agli ospiti degli altri partiti e agli italiani consegneremo queste riflessioni. Sono le nostre ma non sono buone solo per l’Italia. Senza un portolano che interpreti i disagi e spinga le potenzialità, senza una missione che leghi, senza una opportunità per chi vive alla giornata, nella calma piatta vince chi buca il video con la teoria delle ovvietà.

L’urlo della parola ammaestra ma non governa. Il resto lo fa la passione. Il sentimento che Saccomanni sfiora ma non conosce. Fosse per lui, saremmo governati da un paniere di ragionieri. ‘Contabili di tutto il mondo, unitevi’ ha impresso nel cartellino dentro la giacca grigia. Più colore, ministro, e soprattutto più politica se non vuol perdere il duello con Brunetta e fare degli italiani il popolo più triste dell’universo mondo. La legge di stabilità, l’atto di governo più rilevante, non si affronta come un esame alla Bocconi.

Su lotta alla ludopatia, recupero ICI da attività commerciali del Vaticano e tassazione una tantum delle grandi ricchezze metteremo noi la nostra fiducia. Lo faremo alla Camera. Uomo avvisato mezzo salvato! Salvo che qualcuno ci dimostri che possiamo fare a meno di una cinquantina di miliardi per abbattere la pressione fiscale, aumentare le pensioni minime e investire in sviluppo.

 Mai come oggi il sistema politico-istituzionale italiano si è avvicinato al baratro.

Mai come oggi possono presentarsi aspettative a condizione di cancellare consunte tradizioni. E’ Gramsci a venirci in soccorso: ‘Il vecchio ordine è morto, il nuovo non è ancora nato. Questo è il momento in cui possono nascere i mostri se l’ottimismo della volontà…’. E’ l’ottimismo che fa germogliare i segni di una storia nuova ed è nello stato di eccezione che la sovranità trova la sua legittimazione più alta.

 In Italia, la frontiera destra/sinistra è stata eretta su una linea di confine segnata a fuoco dalla ‘giustizia’ e presidiata da un partito personale, dal suo leader – unico e autentico highlander ben oltre le sorprendenti scoperte della genetica – e da un partito fecondato in due uteri già antagonisti (‘gemelli diversi’, se Guglielmo non si offende). Su quella frontiera si sono bruciate in un ventennio tutte le possibili forme di governo: governi tecnici (Dini e Monti), grandi coalizioni, esecutivi progressisti allargati alla sinistra radicale (Prodi I e Prodi II), financo gabinetti di sinistra sostenuti da un grande vecchio della politica italiana – Francesco Cossiga. Il formidabile, invidiato, plurisecolare genio italiano, la virtù rarissima madre della moda, della letteratura e delle arti moderne, della rivoluzione dei cieli e del telefono, ridicolizzato in meno di vent’anni!

Nove esecutivi figli di soluzioni diventate tutte provvisorie con l’eccezione del Berlusconi II e del Berlusconi III caduto nel 2011. Anche la rielezione di Giorgio Napolitano – che Dio ce lo conservi perché gli uomini, sostengono i Vangeli, sono peccatori – va inserita nella categoria delle eccezioni, la conferma che il sistema è difettoso e non è detto che la legge elettorale sia l’unica oppure la maggiore causa del difetto.

Prima che il ciclo berlusconiano tramontasse, la sinistra soffriva più della destra. Poche le vittorie e ottenute grazie a intelligenti combinazioni elettorali. La maggioranza dei voti reali, salvo un caso, si sedimentava nel suo contrario.

Mentre in Europa si alternavano esecutivi e presidenti di differente parte politica e la sinistra vinceva sorretta da maggioranze numeriche eccellenti, in Italia le speranze si concretizzavano grazie a sbalorditive alchimie per poi crollare alla prova del governo.

Gli italiani sono un popolo tendenzialmente di destra o c’è una responsabilità della sinistra, una sua incapacità a rappresentare cuore e testa della nazione?

Hic Rodhus… A cominciare dal febbraio scorso.

 Le cause della sconfitta di ‘Italia Bene Comune’ affondano le radici nel rigore senza speranza del Governo Monti e nell’aver giudicato la campagna elettorale una uggiosa appendice delle primarie. Berlusconi archiviato, cappotto!

Una campagna elettorale incentrata sul PD e non sulla coalizione, avara di proposte incisive quando il signor B. incitava gli italiani a recarsi alle Poste per riprendersi i soldi versati per l’IMU. Responsabilità senza emozioni contro demagogia purissima. Lo squalo contro il pesce rosso. Altro che il giaguaro …

All’indomani del voto, Bersani è stato trattato dai suoi come l’avvocato tratta Renzo nei ‘Promessi sposi’: ‘Qui si vince, qui perdi’. Tu perdi!

Si vince insieme e si perde da soli. Un cannibalismo che non fa onore a chi lo predica perché tace le colpe collettive e usa l’ordalia per farsi giustizia.

 Il Governo Letta nasce nel cuore di una congiuntura drammatica resa più pesante dall’emergenza imposta da un risultato elettorale tripolare, come la Gallia di Cesare. È storia recente, troppo nota per dilungarsi. La ricordo per inquadrare nelle giuste proporzioni lo sforzo che Letta compie ogni giorno. Una prova complicata, infine, da una ragione tutta italiana: presiedere un esecutivo composto da partiti che non si sono mai riconosciuti – comunisti gli uni, puttaniere l’altro -, consorterie medievali che reputano l’avversario un nemico da abbattere, non un antagonista da sconfiggere. E infatti la coalizione si è rotta. Poi vengono le fabbriche che chiudono e altre pessime notizie.

Proviamo, invece, a occuparci delle novità che tutto il male non vien per nuocere.

La prima riguarda il sistema politico. Benché Casini porti bene i suoi anni, è scomparso il ‘centro’, già fragile, e si consolida, come ovunque in Europa, un partito antisistema – euroscettico e destrorso – che attrae consensi da una platea vasta di scontenti.

La seconda registra lo stato di difficoltà permanente in cui si muovono partiti dal futuro incerto. Tutti tagliati a metà da crisi di leadership, da pulsioni nostalgiche, da ambizioni personali, forse, lo spero, anche dalla competizione tra progetti alternativi. Una ‘partitocrazia senza partiti’ affetta da ‘presentismo’ – l’orizzonte è stasera, forse stanotte – e da individualismo sfrenato.

‘No leader no party’ in Italia. ‘No party no leader’ altrove.

La terza investe il governo in carica. Anzi, il secondo tempo del governo in carica. Perché dopo aver riannodato il filo con l’Europa e rinnovato la cambiale della credibilità in Italia – operazioni tutt’altro che scontate – al Presidente del Consiglio resta solo una via, e sono certo che la prenderà per non restare prigioniero della palude.

Dovrà sacrificare un agnello alla ‘discontinuità’ ora che i confini della maggioranza si sono fatti più chiari e dalle larghe intese si è passati a un governo europeista.

Dovrà imporre un’agenda oltre l’IMU sì l’IMU no e rischiare il sogno dell’avventura.

Dovrà rafforzare la compagine di governo rendendola più equilibrata – quel che resta del centro conta più membri di governo che voti in parlamento – e, aggiungo, inclusiva di chi il governo lo sostiene.

Dovrà parlare alla nazione come Brandt parlò ai tedeschi nel 1967, da leader della SPD nel governo di Gross Koalitionen: ‘Questo governo serve alla Germania. Ma è una parentesi’.

Vedo trappole scattare. Più del presente, se altro non emergerà, è un passato florido di relazioni la zavorra del Ministro di ‘molta’ Grazia e Giustizia. Dovrà abituarsi anche lei al salotto delle dicerie. I calabresi le chiamano ‘cugna’. Il Devoto-Oli è più sobrio: pedata, protezione, spintarella, favore, appoggio, calcio, insomma la raccomandazione, cui segue – leggo – l’assegno della liquidazione all’erede con più zeri che mesi di lavoro …

 La desertificazione della destra italiana si stempererà, prima o poi, in un’oasi. Ci sarà bisogno di tempo ma, se l’approdo europeo sarà il partito popolare, Casini e Alfano condivideranno lo stesso tetto anche in Italia. Bilocali prima di una villetta a schiera. Chiuso il ventennio, l’auspicio è che la normalità uccida la naturale tendenza al caos. B. giocherà le sue carte, ma è un uomo ferito – e non è San Sebastiano – e sa bene che gli italiani sorridono sulle olgettine, ma non perdonano il portafoglio vuoto.

Il destino immediato di Forza Italia non sarà quello del partito liberaleggiante del ’94 in cui accorsero elettori e dirigenti del pentapartito. Soffrirà la concorrenza di Lega e M5Stelle sul fronte migranti, accentuerà la sua natura antiparlamentare e si qualificherà come stampella di Putin in Europa e come guardia repubblicana del suo duce sul suolo patrio.

La progressiva scomparsa di B. non segnerà la fine della storia. Favorirà invece scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico italiano. Né durerà all’infinito l’emergenza.

Il nuovo ciclo va preparato ora, combattendo le anomalie che ci hanno reso vulnerabili.

 Una collocazione europea ondivaga, un eccesso di ambiguità sui filoni maestri della inclusione, del merito, dei diritti civili, della giustizia, la rappresentazione di divisioni che lasciano sconcertati. Solo nelle ultime settimane: caso Cancellieri appena più recente del caso kazako, F35, IMU, staminali, legge elettorale, province sì province no, applausometro quotidiano sull’esecutivo. E l’anno non è ancora finito.

La legge elettorale è la coda non il capo. Se fossimo una coalizione coesa, l’effetto sarebbe diverso. Intanto perché l’Italia viene prima di ciascuno di noi. Dico subito come la penso: restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro parlamentari, prediligere il sistema bipolare, pensare al semipresidenzialismo come soluzione istituzionale. Proponemmo in giugno la Costituente e non fummo ascoltati. Vediamo cosa partoriranno litigi e pazienza.

Se le modifiche al Porcellum saranno parziali, il PSI chiederà l’apparentamento e avrà il proprio simbolo sulla scheda elettorale. Il contrario di quanto accadde a febbraio. E non per nostra responsabilità. A domanda, la risposta del PD fu inappellabile: nessun apparentamento.

Se invece torneremo al Mattarellum o comunque a leggi elettorali a tendenza uninominale, il PSI sarà uno dei soci fondatori della coalizione e come tale camminerà sulle sue gambe.

‘Italia Bene Comune’ non era un’idea sbagliata. L’universo riformatore non è un arcipelago senza confini.

Ripartire da PD, SEL e PSI, intanto nel sostegno alla candidatura di Martin Schulz ai vertici della Commissione Europea. La candidatura è più forte se nella testa di Martin ci saranno quegli Eurobond che Spd e Angela Merkel hanno espunto dal loro programma (perché aveva ragione Thomas Mann: ‘La Germania vive se si europeizza’. L’Europa muore se si “germanizza”).

L’occasione si presenterà tra cinque giorni, quando il Senato discuterà la nostra mozione che invita i partiti a dire prima del voto a quale casa europea intendano aderire e chi intendano sostenere alla guida della Commissione. Insomma, non ci si può più nascondere.

Sottoscrivere pubblicamente in Italia il programma del PSE varato a Lipsia e farlo a Milano, patria del riformismo municipale e faro italiano sull’Europa.

Considerare il congresso PSE del prossimo febbraio, che organizzeremo a Roma assieme al PD, l’avvio della campagna elettorale.

Coinvolgere nel patto quanti si riconoscono nel progetto di una nuova Europa, siano i figli di tradizioni liberalrepubblicane e radicali, gli eredi laici di Scelta Civica o i movimenti democratici che fioriscono nelle città.

Infine, costruire l’ “Alleanza del fare”, la casa italiana del socialismo europeo, e candidarla alle elezioni europee del maggio 2014.

Non un’alleanza elettorale e basta ma un patto politico per il futuro, la condizione migliore perché il semestre di presidenza italiano dell’U.E. possa sortire effetti benefici.

L’organizzazione congiunta del Congresso PSE conforta questa tabellina di marcia.

Va in questa direzione l’attività in corso per allargare gli organismi internazionali a partiti e movimenti provenienti da culture democratiche. Urge aprire un dialogo tra Internazionale Socialista e Alleanza Progressista. Meglio un unico soggetto autorevole che due entità che si guardano in cagnesco.

Va in questa direzione la presentazione sul territorio di coalizioni che si richiamano a questo indirizzo. Domani l’Abruzzo e i comuni chiamati al voto di primavera, ieri la Basilicata, con il partito all’8%, la percentuale più alta dal 1992.

So che i compagni lucani hanno chiesto di essere rappresentati alle Nazioni Unite. Facciano in fretta perché il vento torna a gonfiare e presto non saranno da soli.

Va in questa direzione la proposta, che formulo ai nostri ospiti, a Guglielmo, a Nichi ed a Stefania Giannini, neosegretaria di Scelta Civica, di dare vita a un ‘osservatorio parlamentare’ che tratti le questioni di più alto profilo prima che approdino al lavoro d’aula.

Questo cammino ha un’alternativa: il disordine e l’ennesima sconfitta.

Nessuna legge elettorale, con il radicamento di un forte partito antisistema, consentirà mai ad un solo partito autosufficienza tale da coincidere con la vittoria elettorale. Nemmeno le grandi potenze vivono in splendido isolamento. Il presidente Wilson dichiarò superata la ‘dottrina Monroe’ e Veltroni non ha fatto cambiare idea ad Obama. Non sarà l’età a tradire Renzi, il predestinato. Sono le coalizioni coese, con un’idea concreta dell’Italia e con la capacità di trasmettere fiducia, impeto, speranza, le alleanze destinate a vincere.

La più rivoluzionaria delle virtù, nell’Italia della politica, è la normalità. La creatività, per una volta, lasciamola alle arti.

La fine del ventennio coinciderà con l’accettazione del canone politico europeo.

Alfano, Mauro e Casini – non fidatevi, colpiranno uniti – faranno carte false per accreditarsi nel PPE e obbligheranno la sinistra riformista a fare altrettanto nella casa socialista. Conviene anticipare, non aspettare. Determinare gli eventi, scrivere l’agenda, discutere ora la nostra mozione parlamentare per dire agli italiani chi siamo e dove vogliamo stare in Europa, insomma battersi perché larga parte della sinistra italiana non resti apolide. Se Fioroni si lamenta, sorrideranno Viterbo e la Tuscia.

Mezzo secolo fa, a Venezia si intensificarono i preparativi che portarono alla formazione del primo governo di centro-sinistra. L’allora vescovo della città, futuro pontefice, indirizzò al congresso un messaggio che si rivelò uno straordinario segno di apertura. Molti anni dopo, Angelo Scola, patriarca di Venezia e prima ancora vescovo di Grosseto, mi ha ricordato la storia di suo padre, camionista, socialista, nenniano.

Venezia porterà bene anche a noi.

 I partiti vivono quando la memoria nutre un’idea di futuro e quando hanno qualcosa da dire nell’interesse generale. Tertium non datur.

Dei partiti nati tra la fine dell’ 800 e il ‘900, siamo l’unico movimento ancora vivo.

Della quindicina di partiti sorti dopo il ’92, due terzi si sono estinti ma noi ci siamo ancora. Con il vantaggio di chi ha rappresentato la buona storia del Novecento, quella che ha reso Italia ed Europa più civili e più libere. Con la difficoltà che hanno i partiti più piccoli a coesistere con sistemi bipolari disseminati di sbarramenti elettorali.

Le radici ci hanno aiutato a conservare il nome. L’azione politica è indispensabile per farlo vivere.

Perché non basta il richiamo al passato per attrarre consenso. Rifugiarsi nel passato è un formidabile errore, la giustificazione alle nostre inadempienza, una cantilena di nessuna utilità su come eravamo bravi, giovani e belli. La politica, invece, è passione, presente, sporcarsi le mani.

Restiamo vivi solo se interpretiamo i sentimenti di parti di una comunità. Con l’azione e non con i soli comunicati stampa o, peggio, con una battuta su facebook.

Bisogna parlare agli italiani prima ancora che ai socialisti e bisogna parlare loro lingue comprensibili. Come i nonni e i bisnonni quando convincevano un bracciante, un operaio, una maestra a iscriversi al sindacato di Bozzi e della Altobelli o al partito di Turati e di Matteotti.

La storia del socialismo italiano va divisa in tre tempi. Dalle origini al 1992; dal 1994

al fallimento della Costituente socialista; dall’uscita dal Parlamento – non era mai successo dal 1887, accadrà solo nel ventennio fascista – a Venezia.

Possiamo affrontare questo terzo tempo raccogliendo attorno a noi tutte le energie.

Quelle nuove se sapremo valorizzarle. Quelle più ricche di esperienza se sapranno essere generose. Loro c’erano quando il partito è caduto. Poi, da qualche parte, ho letto che la colpa era solo di quel diavolo di Bettino e che dal ’92, in Italia, dicono loro, di un partito che si richiami al socialismo non si può più parlare. Spudoratamente bugiardi! Quelli che ancora oggi si fanno campare dal centro-destra e quelli che, per far dimenticare le loro responsabilità, hanno fermato l’orologio alla XI Legislatura. Le nostre responsabilità, sì, e il berlusconiano “Panorama” con in copertina “Di Pietro facci sognare” ad aprire la strada alle trombe del giustizialismo di sinistra.

Ringrazio tutti i compagni che sono venuti a darci una mano, e non sono pochi, e chiedo di tornare a “casa” a quanti vogliono dare senza nulla pretendere.

 Bisogna trasformarsi nel partito di chi ha coraggio e nello scudo di chi è senza tutele.

Scegliere i ricercatori e gli associati contro i baroni universitari. Meglio i ragazzi che si dividono un panino mentre traducono un incunabolo dei presidi di facoltà rieleggibili per tre mandati di fila come fossimo nella Corea del Nord.

Scegliere gli imprenditori ‘fai da te’ contro gli assistiti dalla mano pubblica. Meglio chi collauda un brevetto di chi usufruisce per la propria azienda di cassa integrazione e poi si scopre con i soldi in un paradiso fiscale.

Scegliere i pensionati che hanno versato ogni centesimo contro i beneficiari di pensioni d’oro dai contributi fallaci. Non tagliare un centesimo a chi si riprende in vecchiaia ciò che ha versato; chiedere un giusto sacrificio a chi vive con pensioni pregiate cui non hanno corrisposto uguali versamenti.

Scegliere i magistrati che esercitano il loro mestiere nel silenzio contro quei magistrati che utilizzano le inchieste per candidarsi. Meglio Falcone del sindaco di Napoli.

 Il partito avrà un impianto organizzativo di taglio federativo. Comitati regionali coinvolti nella direzione, organismi più snelli e quindi più autorevoli, apertura delle nostre sezioni a circoli tematici e soprattutto ad associazioni insediate sul territorio. Meglio una sede tenuta aperta ogni giorno da chi si occupa dei problemi della gente che la luce accesa una volta a settimana.

Movimenti politici e liste civiche con cui condividiamo le campagne potranno federarsi con noi.

Le ‘primarie delle idee’ verranno rese obbligatorie per stilare i programmi di governo locale, regionale e nazionale, e obbligatorie dovranno essere le ‘primarie di coalizione’ quando si tratterà di scegliere candidati a sindaco, presidente di regione e, naturalmente, a capo del governo.

Le vicende estive ci inducono infine a muovere con fermezza in una doppia direzione.

Il dibattito nelle assemblee provinciali e il voto espresso sulle tre mozioni hanno chiarito gli obiettivi e definito la linea politica. I congressi non sono fatti per cancellare gli errori, ma per non ripeterli. Anch’io non ne sono immune, ma il partito oggi siede nel parlamento italiano, ha delegazioni autonome alla Camera e al Senato per sua libera scelta, presenta i suoi emendamenti e i suoi disegni di legge senza chiedere il permesso a nessuno.

I gruppi dirigenti prima provano a correggere insieme gli errori poi, ma solo poi, se non ci riescono, se la politica li separa, si dividono. Quando accade il contrario, perlomeno non se ne faccia motivo di vanto. Chi cambia idea ha il dovere di dire che ha cambiato idea. Si chiama trasparenza.

Ho ragione di pensare che il congresso possa ricomporsi in una unità piena.

È l’appello che rivolgo ai 600 delegati e ai compagni che rappresentano gli altri documenti congressuali. C’è l’opportunità di tornare a parlare agli italiani ora che il disgelo è alle porte. Sanare le ferite e dedicarci alla ‘politica del fare’ è il nostro dovere.

Domenica dobbiamo stipulare un patto associativo nel segno dell’unità interna e dell’apertura verso un mondo socialista che si è allontanato dal partito.

Una campagna straordinaria di adesione che ci consenta di allargare i nostri confini ben al di là dei 25.000 iscritti attuali. Adesione al manifesto del PSE ed al programma del PSI così come verrà sancito dal Congresso di Venezia.

È tempo di favorire un secondo ‘Midas’ se vogliamo realizzare un programma ambizioso. Tra domenica e il prossimo febbraio, dobbiamo assumere l’impegno pubblico a utilizzare al meglio le energie fresche che si sono formate nelle università, nel lavoro e nelle istituzioni. Io lo farò e voi dovrete fare altrettanto. È un innesto necessario ad assicurare continuità alla forza più antica d’Italia ed a rinnovarla.

Buon congresso compagni

Riccardo Nencini

Riccardo Nencini

Segretario Psi - viceministro dei Trasporti

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