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Opinioni e commenti
 

UGO INTINI: SENZA IDENTITA’ NON C’E’ FUTURO
Pubblicato il 30-11-2013


UGO INTINI: SENZA IDENTITA’ NON C’E’ FUTURO
Intervento Congresso PSI Venezia 30 novembre 2013

 “Essere”:è un bello slogan per questo congresso. Grazie a tutti voi di essere, di esistere, di tenere in vita una famiglia nella quale mi riconosco. Nello slogan c’è già la risposta alla domanda che sta nel cuore dei compagni. “Serve un piccolo partito socialista?”. Si.

Serve anche perché è piccolo. Sono spesso i piccoli quelli che possono dire la cruda verità, come il bambino della favola che grida : “Il re è nudo”.

Serve perché è l’unico partito orgoglioso di chiamarsi socialista. L’unico capace di ricordare tutti i giorni a una sinistra senza più identità che deve trovare una radice nel tempo e nello spazio. La radice nel tempo è la storia gloriosa del socialismo democratico. La radice nello spazio è la famiglia socialista internazionale. Attenzione. Le due radici sono inseparabili. Non si può abbracciare per convenienza la seconda senza riconoscersi pienamente nella prima. Non si appartiene a una famiglia se non ci si riconosce negli antenati della famiglia stessa. Stiamo parlando non del passato, ma del congresso del PD. Senza radici, un partito diventa una foglia al vento delle mode del momento. E dei personalismi. Una foglia al vento che rischia di finire nel precipizio.

Chi ha meno di 40 anni non sa cosa sono stati la politica e i partiti con la P maiuscola. La cancellazione della storia provoca l’analfabetismo politico. E l’analfabetismo politico mette in pericolo la democrazia. Posso assicurarvi che di questo si preoccupa il Presidente Napolitano. E per questo mi ha incoraggiato a scrivere il libro che conoscete, dove la storia cancellata è ricostruita attraverso le pagine del più carico, appunto, di storia, tra i giornali: l’Avanti!L’Avanti che avete conservato, insieme al Partito, non per nostalgia,ma perché è spesso, come alla sua nascita, uno strumento contro la censura di regime. Uno strumento elettronico. Ma dagli ideali sempre uguali. Grazie a voi e al compagno Mauro Del Bue.

Una generazione di socialisti e democristiani ha ricostruito l’Italia dopo il ventennio fascista. Lo ha ricordato il compagno Covatta poco fa’.Il giorno dopo la liberazione di Roma, Ignazio Silone ha scolpito sull’Avanti! il pilastro che è stato alla base di quella ricostruzione. La verità.”Il popolo italiano- scriveva- ha oggi più bisogno di verità che di dollari e di sterline. Le sole conquiste durature sono quelle che saranno costruite non sulla furberia, ma sulla verità”.

Anche oggi avremmo bisogno di dirigenti democratici capaci di dire la verità. Di leader che guidano. Di pastori dunque e non di pecore. Non di furbastri demagoghi, che leggono i sondaggi e seguono (appunto come pecore) quello che la gente vuole sentirsi dire. Diciamo la verità. Anche oggi usciamo come nel 1943 da un ventennio. Il ventennio perduto nato non con la rivoluzione fascista ma con la rivoluzione di Mani Pulite. Il ventennio è giunto alla resa dei conti finale, come il fascismo. E’ giunto alla “Italia del rancore”, come diceva la compagna Camusso.

Il ventennio perduto è nato non sulla verità, come l’Italia della ricostruzione, opera dei partiti democratici. Ma sulla grande menzogna. Sulla menzogna che ha indicato quegli stessi partiti democratici come partiti di ladri e basta. I partiti sono stati distrutti. E adesso i dirigenti politici rubano non per il partito, ma per sé. Molto di più. Anzi. Siamo arrivati al punto che gli amministratori dei partiti rubano ai loro partiti.

La verità è certificata innanzitutto dai numeri. Hanno fatto credere a una generazione di italiani che i governi di socialisti, democristiani e laici fossero stati delegittimati dal voto popolare già alla vigilia della rivoluzione di Mani Pulite. Niente affatto. Nel suo momento peggiore, nel 1992, quella coalizione democratica, pur senza i repubblicani, ha preso più voti di tutte le coalizioni vincenti nel successivo ventennio perduto. Due milioni di voti in più di Berlusconi nel 2008, quando tutti gli riconobbero un trionfo senza precedenti. Molti stentano a crederlo. Fate i conti. E’ proprio così.

La storia dà una risposta ai problemi più attuali.

La crisi economica. Il governatore della Banca d’Italia, nel 1946, fotografava a Nenni la realtà.“La nostra borghesia è la peggiore del mondo perché non paga le tasse. Non ha pagato sotto il fascismo, non ha pagato durante la guerra. Continua a non pagare”. Punto. E stiamo sempre lì. Pagare meno, pagare tutti- dicevano i vecchi socialisti. Se l’evasione fiscale fosse a livelli non sudamericani, ma europei, i conti pubblici sarebbero assolutamente in ordine. Ha detto bene il compagno Angeletti questa mattina.

La crisi della giustizia. Lo scontro con una parte della magistratura non lo ha inventato Craxi. Nel 1964 Nenni diceva a Moro e a Giolitti, che approvavano. “L’indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima un potere insindacabile e incontrollabile”. Punto. E stiamo sempre lì. Lo dico in modo meno articolato di Claudio. Anzi, stiamo molto peggio. Perché quando i partiti democratici si sono indeboliti, la magistratura politicizzata ne ha occupato lo spazio. Prima realizzando un quasi colpo di Stato, nel 1993. Poi approfittando del fatto che Berlusconi era ed è l’ultimo leader politico in grado di contrastare gli eccessi della magistratura, perché era ed è, per la sua spregiudicatezza da caudillo sudamericano, il meno credibile tra i riformatori della giustizia. I militari turchi di un tempo e quelli egiziani oggi, una tecnocrazia autoritaria, hanno messo sotto la loro occhiuta tutela la democrazia. La magistratura italiana svolge ormai la funzione dei militari turchi o egiziani. Ma anche qui va detta la verità sino in fondo. Le democrazie finiscono sotto la tutela di una tecnocrazia autoritaria quando diventa intollerabile la pochezza, la corruzione, la rissosità inconcludente dei loro dirigenti. A Istanbul, come al Cairo, come a Roma.

La legge elettorale. I padri della nostra Costituzione dicevano: le teste o si contano o si rompono. E contavano onestamente: una testa, un voto. I padri della sinistra, nel 1953, hanno fatto le barricate (letteralmente), ci sono stati i morti nelle strade, perché i democristiani centristi volevano la legge truffa. Ma quelli rispetto ai bipolaristi di oggi erano dei gentiluomini in guanti bianchi. Volevano dare un piccolo premio di maggioranza a chi conquistava il 50,1 per cento dei voti. Il 50,1. Non il 29,54 per cento come è accaduto quest’anno. Si può rinunciare al proporzionale? Si, certo. In nome della stabilità e della governabilità. L’Italia ci ha rinunciato sino alla violazione dei principi di democrazia costituzionale, come spero sarà tra breve decretato dalla Corte Costituzionale stessa. L’Italia ha rinunciato al proporzionale più di qualunque altra democrazia. Ha avuto in cambio, beffa del destino,instabilità e ingovernabilità più di qualunque altra democrazia.

Diciamo allora ancora una volta la verità. Con un meccanismo elettorale malato, hanno voluto imporre agli italiani (imporre per legge) il bipolarismo. E persino il bipartitismo. Hanno fallito. Hanno fallito e insistono. Fingono di non vedere, in nome del tabù bipolare, che i poli ormai sono diventati non due ma tre. Fingono di non vedere per quale ragione il bipolarismo è fallito. E’ fallito perché in tutti i sistemi bipolari normali, all’interno dei due poli, l’area dell’estremismo e della irrazionalità è ininfluente. Da noi invece l’area dell’estremismo e dell’irrazionalità è determinante, così che il bipolarismo si è ridotto a una guerra civile strisciante. Ma i bipolaristi insistono. E ormai diventano avventurieri. Avventurieri. Perché sperano di votare con il Porcellum. Avventurieri, perché sperano di prendere l’1 o il 2 per cento in più di quello che ha preso il povero Bersani e di portarsi così a casa tutto il piatto intero, la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e al Senato. Avventurieri che non conoscono più neppure l’aritmetica. Ma lo sanno che consenso avrebbe una coalizione che prende poco più del 30 per cento? Poiché un quarto degli elettori non va più a votare, avrebbe il consenso del 22,5 per cento dei cittadini. Avventurieri e irresponsabili. Con l’appoggio di meno di un quarto degli italiani vorrebbero governare nella situazione più drammatica dal dopoguerra. Berlinguer non voleva governare da solo neppure con il 51 per cento. Renzi vorrebbe governare da solo con il 25. E magari con il 25 per cento eleggere anche il presidente della Repubblica, che deve rappresentare tutti gli italiani.

La storia ci dà una risposta sul tema delle alleanze. L’Italia ha avuto tre periodi fortunati. La belle epoque, gli anni ’60 e oltre, gli anni ’80. Da cosa sono stati caratterizzati politicamente? Da una alleanza, o intesa, tra una sinistra riformista e un centro moderato. Tale da emarginare gli estremismi di destra e di sinistra. Turati e Giolitti. Moro e Nenni. Craxi con la DC e i laici. Tutti e tre questi periodi fortunati sono stati travolti da un magma ribellista fatto di antipolitica, di fascismo e comunismo, dove spesso estremismo di sinistra e di destra si confondevano. Nel primo dopo guerra, il comunismo e lo squadrismo. Poi gli anni di piombo. Poi la rivoluzione di Mani Pulite. Guardate il magma ribellista di oggi, a cominciare dal grillismo. E’ sempre lo stesso. E’ la maledizione dell’Italia. E’ il magma che riemerge ogni vent’anni come un fiume carsico.

Sulle alleanze, la lezione viene dal tempo dunque, ovvero dalla storia. Ma viene anche dallo spazio, ovvero dall’Europa. In Germania, la Merkel ha preso il 41,5 per cento dei voti (non il 30, come spera di prendere Renzi). E governerà con i suoi principali avversari: i socialisti. I socialisti potrebbero avere la maggioranza assoluta in Parlamento, alleandosi con i verdi e con gli ex comunisti, ma non ci pensano neppure. Socialisti e democristiani, i pilastri della sinistra e del centro, si sono alleati in Germania nonostante le loro forti e diverse identità. Ed è un grandissimo esempio. Sinistra e centro in Italia invece non osano allearsi stabilmente, nonostante siano pilastri di cartapesta, privi di identità. Lo dico dal 1994, per il bene dell’Italia, ma anche da socialista, perché il bipolarismo è da sempre la catastrofe dei socialisti. I quali, hanno considerato sempre una violenza il “o di qui o di là” 😮 con Di Pietro e Ingroia o con gli ex fascisti. L’ho ripetuto al congresso di Montecatini del 2008, quando per questo potevo essere considerato al di fuori della realtà. “ Il meglio della sinistra e il meglio del centro –dicevo- devono trovare una intesa. La parte raziocinante dei due schieramenti, quella che si richiama alla grandi tradizioni culturali della prima repubblica(socialista e democristiana) deve affrontare insieme le emergenze irrisolte e aggravate con uno sforzo di unità nazionale”. Lo ripeto oggi, mentre fuori dalla realtà sono ormai gli altri. Hanno fatto esattamente quello che proponevo nel 2008. Ma non vogliono dirlo apertamente. Qui sta la debolezza di Letta e Alfano. Se non troveranno il coraggio di combattere, di trasformare in una strategia politica quella che presentano come una tattica di ripiego, sofferta e momentanea, saranno spazzati dagli avventurieri prima ricordati. I quali stanno sia nella sinistra sia nella destra. Si insultano e strepitano, ma sono in verità alleati. Libero e il Fatto quotidiano. I falchi alla Santanchè e i falchi del PD. Vogliono correre il più presto possibile alla roulette del Porcellum e tentare il colpo grosso. Basta con questi giocatori d’azzardo. Basta con gli avventurieri che ordinando “o di qua o di là”, definendo inciucio ogni ragionevole compromesso, tengono in ostaggio gli elettori e impongono una camicia di forza alla democrazia italiana.

Parlando sin qui dell’Italia, ho lasciato da parte i temi della grande politica. Perché non sono urgenti. E’ amaro dirlo, ma è così. Nella politica, come nella musica, i tempi sono decisivi. Vendola e Bartolomei, questa mattina,avevano ragione. Ma indicano una prospettiva impossibile in qualunque singolo Paese, oggi, e ancor più impossibile in Italia. Bisogna accontentarsi. Nenni ricordava sempre: “la politica è l’arte del possibile”. Nella nostra miserabile condizione, in questo momento,basta l’alleanza tra i dirigenti di normale buon senso, di sinistra e di centro (forse persino di destra), basta la stabilità, l’ordinaria amministrazione, un governo di “decent persons”, come dicono gli inglesi (persone decenti, per bene, che non si insultino, che facciano pagare le tasse anche ai furbi, rispettare la legge, applicare le decisioni concordate a Bruxelles). Bastano dei dirigenti politici che comincino pazientemente a ricostruire i partiti veri, quelli che esistevano in Italia e che esistono in tutta Europa, anziché distruggere anche l’ultimo simulacro di partito rimasto,ovvero il PD. Senza i partiti non c’è democrazia.

Bastano dirigenti che, anziché accapigliarsi sulle pagliuzze, vedano le travi (almeno quelle che riguardano la sola Italia). Vogliamo ancora una volta dire che il re è nudo e indicare due di queste travi? Di cui non parla nessuno?

Prima trave. Si discute continuamente di competitività. Ma come si sa essa nasce innanzitutto dall’energia e dalla preparazione dei giovani. Ebbene, l’Italia è il Paese più vecchio d’Europa. Peggio. I suoi giovani (troppo pochi) sono anche i meno istruiti d’Europa. Tra i 30 e i 34 anni hanno una percentuale di laureati del 21 per cento contro il 45 della Gran Bretagna e il 43 della Francia. Sono gli ultimi, persino dopo la Romania. Non solo. Corrono a laurearsi in legge anziché in ingegneria. E un ingegnere su dieci (i più bravi) se ne vanno a lavorare all’estero. Anche perché in Italia si ciancia di merito, ma si celebra il simbolo del non merito. Applaudendo, ad esempio, l’assemblea dei giovani imprenditori, ovvero dei figli degli imprenditori.

Ed ecco la seconda trave. Nascosta dalla grande stampa, ovvero dai giornali degli imprenditori e dei loro figli. Le grandi aziende a capitale familiare in Italia sono il doppio che in Europa. Non solo. In esse, il 40 per cento delle posizioni di vertice è coperto dai figli e nipoti di papà, contro il 6 per cento in Germania. “Immensamente peggio- osserva l’economista Roger Abranavel, che non è certo un socialista- va nelle piccole e medie aziende”. E conclude. “Non è con questa leadership che le imprese italiane riusciranno a crescere”. Altro che merito! L’economia italiana è governata non dal merito, ma dal nepotismo. E cianciano di merito i nepotisti più spudorati.

Lasciamo le nostre miserie. La grande politica, la politica vera, deve tornare. Non può tornare a livello nazionale, perché la politica confinata nei singoli Stati non conta più nulla. L’orizzonte minimo per fare politica è l’Europa. Lo diceva Turati nel 1896(1896!): abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’Europa. Parafrasando lo slogan del congresso socialista del 1947 si può aggiungere: “Non c’Europa senza politica, non c’è politica senza Europa”.

La grande politica deve indicare la battaglia epocale, la battaglia epocale, che attende una nuova generazione di socialisti. Purtroppo non la mia. Martelli ne parlava poco fa’. I socialisti che sono cresciuti allo stesso modo, evidentemente, la pensano sul futuro allo stesso modo. In una singola Nazione, lo ripeto, è una battaglia perduta in partenza. Ma cominciando dall’Europa unita, la battaglia si può iniziare. I nostri nonni socialisti hanno combattuto i padroni delle ferriere all’inizio del ‘900. Ma la casta (quella si, non quella politica) dei finanzieri senza frontiere è molto peggio. Loro, i padroni delle ferriere, credevano nell’etica del lavoro. Le ricchezze nascono dal lavoro. Questi credono nell’etica del gatto e della volpe. I quali dicevano a Pinocchio: pianta come semi le monete d’oro e nasceranno altre monete d’oro. Loro erano patrioti, questi sono apolidi. Non hanno nazionalità. Anzi. Hanno creato Nazioni finte (vanno di moda le isole, meglio piccole), le hanno trasformate in paradisi fiscali e vi hanno nascosto una ricchezza pari al prodotto nazionale lordo di Stati Uniti e Giappone messi assieme. Una ricchezza immane rubata a noi e nascosta dai moderni pirati nelle isole del tesoro degli anni ‘2000. Loro (i padroni del ‘900) scommettevano sullo sviluppo e sulla conseguente crescita della Borsa. Questi scommettono a volte sulla crescita, ma a volte, indifferentemente, sul crollo, e lo provocano, speculando al ribasso, per guadagnare sulla rovina dei risparmiatori. Quelli rischiavano di persona e se fallivano magari si sparavano un colpo in testa. Questi hanno inventato un marxismo alla rovescia. Hanno privatizzato gli utili (quando guadagno mi prendo il malloppo). E pubblicizzato le perdite (quando perdo e rischio la bancarotta,paga lo Stato). Perchè sono troppo grandi per fallire (too big to fail, come dice il povero Obama). Quelli scommettevano in Borsa i soldi che avevano. Questi scommettono quelli che non hanno. Puntano sulla roulette delle Borse (trasformate in casinò senza frontiere) cento, ma possiedono dieci. Lo chiamano leverage. Leva.

Non sono stati i salari, o le pensioni o la sanità pubblica a far crollare l’economia mondiale. E’ stata questa banda di pirati irresponsabili, accecati dall’avidità e dall’arroganza. Hanno provocato più danni economici di una guerra mondiale (spiegano gli istituti studi). Hanno costruito una economia di carta che ha soffocato e distrutto l’economia reale, quella costruita dal lavoro dei salariati e degli imprenditori. Una economia di carta dove i capi guadagnano decine di milioni di euro all’anno, sia quando i risultati sono buoni sia quando sono catastrofici.

Come si è persa la bussola del buon senso e della morale comune? Si è persa perché, finita la terza guerra mondiale tra Est e Ovest, la destra ha puntato non più soltanto sullo Stato minimo, ma sulla politica minima, sulla privatizzazione della politica. Meno politica c’è, meglio è. Più ridicola, delegittimata e provinciale è la politica, meno è di ostacolo alla finanza senza frontiere. Se ci fossero stati la politica e i partiti con la P maiuscola avrebbero arginato il liberismo sfrenato. La sinistra italiana senza identità è caduta in pieno nella trappola, si è associata al coro della antipolitica e ha tagliato così il ramo sul quale sedeva. Rinascerà quando tornerà quando smetterà di guardare le pagliuzze indicate dalla grande stampa e vedrà finalmente la trave. Quando smetterà di combattere i consiglieri provinciali e avrà il coraggio di affrontare Morgan e Stanley. Questa è la grande battaglia del futuro. Da combattere con la testa, quella del 2020. E con il cuore, che per i socialisti è sempre lo stesso, quello dell’800. Purtroppo, anche sul tema del cuore, la sinistra italiana costituisce un caso unico al mondo. E’ l’unica, assolutamente l’unica, dove i militanti non si chiamano compagni. Come si fa da oltre un secolo, come si fa in tutti i continenti. Forse se ne vergognano. Eppure De Amicis, un socialista che di cuore se ne intendeva, scriveva. “ Questa parola “compagno”, che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee, è per noi un argomento di conforto e di gioia. Quando pure l’infermità o la vecchiaia ci condannasse nei nostri ultimi anni a essere soldati disarmati e inoperosi all’idea che ci splende nella mente, questa parola ci rimarrebbe sempre nell’anima. E all’ultima nostra ora, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta compagno, come nei nostri bei giorni di lavoro e di battaglia”.

C’è nelle parole di De Amicis la retorica del tempo. Certo. Ma quando la sinistra italiana riscoprirà il significato profondo della parola “compagno” farà un passo verso la riconquista della sua identità. Un passo decisivo. Perché senza identità non c’è futuro.

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