martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Una brutta fine
Pubblicato il 04-11-2013


La seconda repubblica muore esattamente come era cominciata. Con la sospensione della democrazia.Nel 1992,la maggioranza parlamentare di pentapartito assistette passivamente  alla cancellazione  dell’eredità della prima  repubblica e, nel contempo, della sua classe dirigente. Un percorso di espiazione, culminato nell’eutanasia assistita del Parlamento stesso; procedimento motivato, secondo il Napolitano dell’epoca (il presidente Scalfaro), da superiori esigenze di rinnovamento: quelle espresse dal popolo dei referendum, soprattutto con la modifica della legge elettorale.

Procedimento costituzionalmente assai discutibile; ma che aveva almeno dalla sua la legittimità politica rappresentata dalla contrapposizione tra paese reale e paese legale. Perché, a torto o a ragione, il pentapartito, assieme ai valori che rappresentava era, all’epoca, già oggetto di un generale rigetto da parte della pubblica opinione e di un abbandono da parte dei suoi stessi elettori.

Il quadro generale rimaneva comunque anomalo. Avevamo dei governi tenuti insieme dal voto del vecchio pentapartito ma che rispondevano dei loro comportamenti all’opposizione e alla magistratura. Una roba mai vista né prima, né dopo. Ma si era, o comunque si riteneva che si fosse in una situazione rivoluzionaria in cui, a furor di popolo, si abbattevano tutti i simboli del vecchio ordine; e, allora, le distorsioni paurose alle regole della democrazia liberale si giustificavano con la necessità che gli esponenti della prima repubblica lasciassero il campo in silenzio e senza fare storie.

Certo, una sospensione della democrazia. Ma giustificabile alla luce della tradizionale distinzione tra democrazia legale e democrazia reale. Ora, se vogliamo, anche l’esperienza analoga, nell’autunno del 2011 aveva una sua giustificazione oggettiva. Anche se, per la verità, del tutto diversa dalla precedente. Avevamo un governo che era arrivato al capolinea, incapace di affrontare la crisi in atto, probabilmente sfiduciato dai suoi stessi elettori ( ma, stranamente, questo sembrava interessare poco); sicuramente messo in mora dall’Europa e dai Mercati (con la maiuscola…). Avevamo i protagonisti del bipolarismo che non avevano né la capacità né la volontà di assumersi la responsabilità di gestire la crisi. E avevamo un popolo le cui grida inarticolate richiedevano una capacità di ascolto e di interpretazione che nessuno sembrava possedere. E, allora, il potere ai tecnici appariva una soluzione obbligata.

E’ lecito, dunque, chiedersi in nome di chi e di che cosa si propongano oggi le larghe intese: come soluzione obbligata e per un arco di tempo potenzialmente illimitato. Il paese reale e le sue aspirazioni, magari vanificate dai politici come nel 1992? Un tema che, per elementare decenza, non è proprio il caso di evocare. E, infatti, gli stessi zeloti dell’accordo Pd/Pdl si guardano bene dal farvi ricorso. Limitandosi ad evocare, a ogni piè sospinto, “il bene del paese”; nella implicita convinzione di essere i soli autorizzati a rappresentarlo.

Le riforme, l’allentamento dei vincoli europei? Il meno che si possa dire è che le prospettive non sono buone né sull’uno, né sull’altro fronte. L’assenza di alternative, a partire dal ricorso alle urne, anche per la esplicita impossibilità per Pd e Pdl di metterle in campo? Nel 2011 era certamente così. Oggi, no. E, allora, le larghe intese sono l’espressione di un grande disegno pedagogico; Pd  e Pdl devono vivere insieme perché, separati e contrapposti, hanno fatto solo danni; e devono vivere insieme, e il più a lungo possibile, per imparare a comportarsi bene. Adesso e in futuro.

Propositi legittimi e magari anche corretti. Ma che nascono da vertici istituzionali politicamente irresponsabili; il che rende ancor meno fondata la loro pretesa di interferire, e in modo assai pesante, nei processi politici. E qui, per dirla tutta, non siamo più soltanto alla sospensione della democrazia. Siamo alla sua negazione. Per la seconda repubblica la fine che, forse, si merita.

 Alberto Benzoni

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