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Opinioni e commenti
 

7 dicembre del 1941: i giapponesi attaccano Pearl Harbor
Pubblicato il 04-12-2013


Pearl-Harbor-7-dicembre1941Il 7 dicembre del 1941 i giapponesi attaccarono Pearl Harbor, nelle Hawaii, la più importante base navale orientale degli Stati Uniti. Quello del Sol Levante fu un colpo a sorpresa che inflisse gravi danni alla flotta statunitense consentendo ai nipponici di assumere il controllo temporaneo del Pacifico.
In realtà i dissapori e le relazioni sempre più tese tra l’impero asiatico e gli Stati Uniti si protraevano ormai da anni. L’espansionismo giapponese aveva già dato prova di sé fin dal 1931 con l’occupazione della Manciuria e poi nel 1937 con l’invasione della Cina. Mentre il presidente Franklin Delano Roosevelt espresse la linea politica stelle e strisce con una secca opposizione ai Paesi aggressori sia in Europa e sia in Asia.

Ma fu soprattutto dalla primavera del 1940 che gli eventi precipitarono. Gli interessi economici nipponici guardavano sempre più a Ovest entrando in piena rotta di collisione con gli Usa. Lo stato maggiore della Marina imperiale preparò allora un primo piano di attacco alla flotta statunitense. Secondo gli strateghi nipponici, coscienti della superiorità americana in caso di conflitto prolungato, bisognava agire con un colpo a sorpresa che decidesse le sorti della guerra sin dal primo giorno. Il 27 settembre del 1940 il Giappone firmò inoltre il Patto Tripartito con Germania e Italia, e anche quello fu un messaggio chiaro e aggressivo nei confronti della politica degli Stati Uniti.

L’ultima accelerazione, infine, arrivò con l’inizio della campagna di Russia da parte nazista, correva il 22 giugno del 1941. Il Sol Levante decise di non interferire con l’operazione Barbarossa e di conseguenza spostò tutte le proprie attenzioni sul Pacifico. Così, tra Giappone e Usa, iniziò una lunga serie di trattative alla ricerca di una possibile distensione. Ma la diplomazia fallì l’obiettivo, mentre velocemente bussava alle porte il caldo inverno delle Hawaii.

All’alba del 7 dicembre del 1941 entrò in azione la flotta comandata dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, che dirigeva le operazioni a bordo di una corazzata nelle acque della baia di Hiroshima. Il blitz giapponese poggiò su due divisioni navali: una forza di attacco che doveva dare inizio allo scontro e una seconda di scorta, pronta ad assestare il colpo finale. Gli aerei nipponici alle 7.50 ora di Honolulu iniziarono a bombardare Pearl Harbor. Presi completamente di sorpresa gli statunitensi tentarono di organizzare una prima difesa che sortì pochi effetti.

Alle 8.50, poi, una seconda ondata di caccia giapponesi si concentrò di nuovo sull’obiettivo. Inizialmente, per fiaccare le difese degli Usa, venne previsto anche un terzo attacco che invece non si concretizzò.
Erano circa le 13.30 quando la flotta nipponica invertì la rotta per fare rientro in Giappone. Al termine della battaglia i danni inflitti alla Marina militare americana furono ingenti: quattro corazzate su otto affondate, molte altre navi da guerra capovolte o rese inutilizzabili, oltre 150 aerei abbattuti. I morti furono più di 2.400, mentre oltre 1.700 soldati rimasero feriti.

Per quanto riguarda invece i giapponesi il bilancio dell’operazione era positivo. Secondo i calcoli di Tokyo la Marina imperiale perse solo 29 aerei, un sommergibile e altre imbarcazioni di piccolo pescaggio. In tutto i morti non arrivarono a 200. La strategia della sorpresa aveva funzionato a pieno. La dichiarazione di guerra agli Stati Uniti arrivò solo mentre l’attacco era ormai in corso, tanto che il presidente Franklin Delano Roosevelt ribattezzò quella data come il ‘giorno dell’infamia’. L’America era ancora scossa e sotto choc quando l’8 dicembre del 1941 entrò in guerra rendendo il secondo conflitto davvero mondiale.

La riuscita dell’incursione su Pearl Harbor diede al Giappone un vantaggio temporaneo sugli Stati Uniti costretti a riorganizzarsi e a fronteggiare un conflitto su due fronti dopo la dichiarazione di guerra da parte della Germania e dell’Italia datata 11 dicembre. Ma dopo una prima fase di difficoltà l’America riprese il timone delle operazioni. Il primo segnale deciso arrivò con il bombardamento di Tokyo, era il 18 aprile del 1942, che fece capire ai giapponesi che la guerra era lontano dall’essere vinta. Gli equilibri cambiarono profondamente nel momento in cui il Sol Levante tentò di sferrare un secondo colpo alla flotta americana nelle Hawaii. Era il 4 giugno del 1942 quando la Marina imperiale, ancora una volta guidata dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, considerato uno dei più grandi strateghi militari del secolo, andò all’attacco nelle Isole Midway. Ma la battaglia, in modo inaspettato, considerate le forze in mare, questa volta fu vinta dagli uomini dell’ammiraglio Chester William Nimitz.

Dopo le Midway gli Stati Uniti recuperarono lo svantaggio accumulato in seguito alla sconfitta di Pearl Harbor. Ma il conflitto tra America e Giappone era destinato a durare per altri anni ancora. Il fronte in molti casi si cristallizzò, trasformando lo scontro in una dura e cruda guerra di posizione e logoramento: con i soldati statunitensi che tentavano di avanzare verso il Giappone strappando lembo di terra su lembo di terra ai nipponici. Particolarmente cruenti, per esempio, furono gli sbarchi e la conquista delle isole di Iwo Jima (febbraio del 1945) e Okinawa (aprile-giugno 1945), dove i soldati americani si trovarono ad affrontare il fanatismo dei kamikaze asiatici.

La guerra del Pacifico si concluse definitivamente solo il giorno di Ferragosto del 1945, con il Giappone in ginocchio e l’imperatore Hirohito, figura sacra per il Paese, che accettò la resa incondizionata. Solo pochi giorni prima, per la decisione della presidenza di Harry Truman, gli Usa avevano scatenato sul nemico l’inferno. Erano le 8.15 del 6 agosto 1945 quando Hiroshima venne incenerita dalla bomba atomica, arma mai usata prima di allora. Il 9 agosto, invece, erano le 11.02, la stessa malasorte toccò alla città di Nagasaki. Le vittime delle esplosioni furono centinaia di migliaia, mentre altre centinaia di migliaia di giapponesi morirono negli anni seguenti per causa del fallout nucleare.

Cessata la guerra il Giappone si risvegliò da territorio occupato. Gli americani avevano affidato il Paese vinto e sottomesso al comando dell’autorità militare del generale Douglas MacArthur. Il 3 maggio del 1947 fu approvata una nuova costituzione. Mentre dal 19 gennaio 1946 era stato attivato il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente che operò sino al 12 novembre del 1948 emanando sette condanne a morte e 16 ergastoli per crimini di guerra.

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