giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

ADDIO PRESIDENTE
Pubblicato il 06-12-2013


Mandela-morto

«Mio padre è in pace e tutta la famiglia non si augura altro che il passaggio a miglior vita sia tranquillo» aveva detto la figlia maggiore di Nelson Mandela, Makawize. In pace, come chi sa di aver compiuto la sua missione nella vita, di aver chiuso il cerchio. Senza dubbio, il volto di Nelson Mandela incarna l’essenza stessa di un’epoca, di quel “secolo breve” così ricco e denso di eventi come lo è stata l’esperienza dell’ex presidente africano. Un’icona. Passò 27 anni in carcere, ma non si arrese mai. Poi arrivò il riconoscimento del premio Nobel per la Pace. Infine, la sua elezione alla presidenza del Sudafrica che segnò la fine di un incubo, la fine di quella odiosa apartheid che, con il suo carico di odio, aveva prosciugato la società sudafricana. Da quel momento, l’African National Congress,  il partito del presidente Mandela, è sempre stato rieletto e ha governato, non senza difficoltà, la società sudafricana, con il suo carico di sofferenze e contraddizioni. Apparteneva alla tribù degli Xhosa gruppo etnico di origine Bantù e, sin dalla nascita, si era guadagnato il nomignolo di “Rolihlahla”, cioè “colui che provoca guai”. Ne provocò tanti di guai a quel regime razzista, per fortuna. Un cuore grande e una «faccia bella», come la ricorda Pia Locatelli, deputata del Psi e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne che, all’Avanti!, ha raccontato i suoi incontri con Mandela.

Come fu l’incontro con Mandela?

Ho incontrato Mandela due volte nella mia vita, a distanza di breve tempo. La prima fu in Portogallo. C’era un riunione dell’Internazionale e io ricordo chiaramente che mi trovavo nella hall dell’albergo che ci ospitava e l’ho visto entrare. La prima impressione che ho avuto è stata quella di conoscerlo da sempre. Lui si è accorto della mia emozione e mi ha sorriso, gli sono corsa in contro e l’ho abbracciato. Aveva una bella faccia, dei lineamenti che trasmettono serenità, ma rimasi stupita dal fatto che camminava come un vecchio, strascicava i piedi. Questa cosa mi colpì molto perché non lo immaginavo vecchio eppure la sua camminata appariva quella di un vecchio.

Poi c’è stata una seconda volta?

Poi, poco tempo dopo sono andata con una delegazione dell’Internazionale a fare l’osservatrice internazionale in occasione delle prime elezioni libere in Sudafrica, quelle che decretarono l’elezione di Mandela come presidente. Abbiamo fatto dei briefing per prepararci e, il penultimo giorno della campagna elettorale, tutte le delegazioni estere internazionali hanno fatto un incontro con Mandela. Qualcosa era cambiato in lui: era una persona con la stessa faccia, con la stessa bella faccia e con una camicia verde coloratissima, ma aveva preso quella camminata strascicata  e stanca. Sembrava un uomo rinato, elastico. Credo fosse la carica delle elezioni ad averlo trasformato, anche fisicamente. Notai un cambiamento nel modo di muoversi, sembrava una persona giovane, in perfetta forma.

Cosa trasmetteva Mandela?

Quello che mi ha lasciato davvero allibita di lui, in senso positivo, fu che, durante il discorso alle delegazioni straniere, mostrò una sua caratteristica fuori dal comune, ovvero la capacità di farci sognare restituendoci grandi visioni e speranze per il futuro pur continuando a mantenere i piedi per terra rispetto alla realtà paese. Dimostrò di fronte a noi tutti una concretezza incredibile e scevra di ogni ipocrisia, quando cominciò a parlare della difficoltà di creare una classe dirigente nuova, capace di lavorare gomito a gomito con la precedente che aveva animato l’apartheid. Ma, anche, una capacità di analisi politica che lo portò a intuire e a sognare che, di lì a pochi anni, il Sudafrica sarebbe esploso nel mondo.

La difficoltà di cui parlava Mandela l’abbiamo vista, infatti, sia nelle contraddizioni recentemente evidenziate dalla società sudafricana che si scaglia contro i migranti dei paesi limitrofi che dalle “problematicità” dell’Anc.

Le ferite possono guarire, ma le cicatrici restano. Del resto, come dicevo, Mandela aveva previsto la difficoltà nel costruire una nuova classe dirigente e, infatti, lo stesso Anc non sempre si è rivelato all’altezza della situazione e continua ad avere grossi problemi interni. Ma, dobbiamo considerare che 20 anni, nella storia di un paese sono solo un battito di ciglia.

Quale eredità lascia Mandela?

Io credo che la prima eredità che Mandela ci lascia sia la testimonianza della sua capacità di resistenza. Ventisette anni in prigione gestiti senza cedere non è qualcosa che tutti riescono a fare soprattutto se la si coniuga, nel frattempo, alla capacità di costruire  di costruire un progetto futuro che poi ha realizzato. Ha saputo andare oltre il dolore, costruendo un progetto per il suo paese insieme ai suoi stessi persecutori. Una grandezza incredibile.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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