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Opinioni e commenti
 

Afghanistan, sì (con fiducia)
al rifinanziamento
della missione fino al 2014
Pubblicato il 04-12-2013


Truppe-italiane-afghanistanC’è voluto quasi un mese di discussione e c’è voluto un voto di fiducia, cosa che non avviene mai quando si tratta di politica estera, argomento bipartisan che in genere unisce maggioranza e opposizione, ma alla fine la Camera ha approvato il decreto che rifinanzia le missioni internazionali. Voto in extremis, dal momento che il provvedimento scadrà il 9 dicembre e che deve passare ancora al vaglio del Senato, per rifinanziare fino a fine 2013 con circa 535 milioni gli impegni internazionali assunti dalle Forze armate e di polizia tra Afghanistan, Libano, Balcani, Mediterraneo, Sudan (Darfur), Medio Oriente e contro la pirateria. La norma prevede anche misure in favore della cooperazione allo sviluppo e per la ricostruzione nell’ottica dei processi di pace e di stabilizzazione e programmi per la prevenzione ed il contrasto della violenza sulle donne.

Ma il vero motivo del contendere, quello che ha spaccato il Parlamento e provocato l’ostruzionismo di SEL e del Movimento 5 Stelle, al punto che il ricorso alla fiducia è stato obbligato per non far decadere il decreto e lasciare senza fondi i nostri militari all’estero, è stata la permanenza italiana in Afghanistan.

Il ritiro entro il 2014 era previsto da tempo e rientra nel programma di Governo che Letta a presentato alle Camere ed è chiaro che per quanto riguarda l’anima militare della missione l’impegno va attuato e rispettato, diverso invece il discorso sull’anima “civile” della presenza italiana in Afghanistan apprezzata e indispensabile in questi anni di transito dalla teocrazia talebana all’attuale bocciolo di democrazia. Per questo sono in molti a pensare che andarsene adesso non solo vanificherebbe gli sforzi fatti, ma potrebbe portare addirittura a un ritorno al passato sul tema di diritti civili.

L’allarme è arrivato la settimana scorsa da una delegazione di donne afghane nel corso del seminario “Afghanistan 2014, anno di svolta: bilancio e prospettive per le donne afgane”, organizzato alla Camera dal Gruppo di contatto delle deputate italiane, di cui fa parte anche Pia Locatelli, con le donne afgane e dall’organizzazione ActionAid. Presenti all’incontro anche la ministra degli Esteri, Emma Bonino, la vicepresidente e coordinatrice del Gruppo di contatto delle deputate italiane con le donne afgane, Marina Sereni, e la viceministro per gli Affari femminili dell’Afghanistan, Fawzia Habibi.

“Le donne afghane in tutti i loro interventi hanno portato avanti un’unica richiesta: non lasciateci sole perché, dicono, hanno ancora bisogno della nostra presenza” ha affermato Pia Locatelli, intervenendo alla Camera per la dichiarazione di voto per il PSI sulle missioni internazionali.

Il cambiamento avvenuto in Afghanistan in questo decennio è innegabile sul piano sociale e questo è dovuto in gran parte proprio alla presenza internazionale: più di 8 milioni di studenti frequentano la scuola e i servizi sanitari raggiungono il 64% della popolazione urbana. Dall’altra parte l’aspettativa di vita resta tra le più basse del mondo oscillando tra 49,1 e 50,11 anni, a seconda degli indicatori scelti; la frequenza scolastica è in media di soli 3,1 anni; il 42% di afghani vive sotto la soglia di povertà, mentre il 30% appena sopra tale soglia.

Anche per quanto riguarda la condizione delle donne la situazione, pur essendo decisamente migliorata rispetto a quando c’erano i talebani, resta più che preoccupante, nonostante l’Afghanistan sia tra i primi 20 Paesi al mondo per numero di parlamentari donne grazie a norme di carattere costituzionale che, fin qui, hanno assicurato percentuali femminili sia nella Wolesi Jirga, la Camera del Popolo, che nella Camera degli Anziani, Meshrano Jirga.

 Se – fatto 100 l’indice di scolarizzazione maschile – per le bambine abbiamo indice 66 per la scuola primaria, 45 per la secondaria, 21 per la post-secondaria (e per ciascuno di queste cifre l’UNDP segnala una progressione positiva dal 2003 ad oggi). Se guardiamo alla presenza delle donne sul mercato del lavoro che è pari a 15,7% (contro l’80% degli uomini) non possiamo non vedere un punto di grave disparità.

Gli stessi dati sulla mortalità per parto, ancora elevati, ci dicono che la tutela della salute femminile non è ancora sufficientemente garantita. Tutti dati che indicano la necessità da parte dell’Italia e della comunità internazionale non di un abbandono, ma di un continuo impegno. E questo a differenza di quanto sostengono in molti non vuol dire affatto essere guerrafondai. Anzi.

Cecilia Sanmarco

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