martedì, 25 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Agricoltori in rivolta: difendiamo Made in Italy e sicurezza alimentare
Pubblicato il 05-12-2013


Coldiretti-prosciutto-ItaliaDobbiamo difendere il “made in Italy”. Questo il grido di battaglia che ha spinto migliaia di agricoltori a bloccare il valico del Brennero, frontiera, anche simbolica, che divide l’Italia dall’Austria, dall’Europa. Coldiretti l’ha ribattezzata la “Battaglia di Natale”, una battaglia di cui l’azione di oggi sarebbe solo l’inizio: una campagna che vuole spingere i consumatori a “scegliere l’Italia” e a difendere i prodotti nazionali dalle importazioni contraffatte spacciate come italiane. Le associazioni dei coltivatori, infatti, denunciano che il danno economico delle frodi alimentari sarebbe non di poco conto.

Secondo Mario Serpillo, presidente dell’Unione Coltivatori Italiani, il problema «non è nuovo, sono anni che lo denunciamo senza riuscire, per altro, ad arrivare a una iniziativa coordinata ed efficace rispetto al problema». Un problema non di poco conto viso che, lo stesso Serpillo, sottolinea che «stiamo parlando di una cifra che si aggira intorno ai 60 miliardi di danno, considerando anche l’indotto, oltre al danno alimentare». Per questo «il Ministro fa bene a sostenere le giuste battaglie con la sua presenza alle iniziative della categoria ma é ancora più urgente ed efficace che porti con forza l’argomento sui tavoli di Bruxelles dove ha origine e può trovare soluzione forte il problema».

Un problema, senza dubbio. Ma, di quale natura? «Il mercato – spiega il presidente dell’UCI –  utilizza la nostra immagine, il valore della nostra tradizione e, soprattutto, utilizza il richiamo che esercita l’agroalimentare italiano nel mondo che viene sfruttato per avvantaggiare produzioni elaborate secondo tecniche per niente coerenti con le tradizioni e i processi che i nostri prodotti subiscono». Un problema di natura, soprattutto, legislativa che  affonda le sue radici nella mancanza di «capacità di tracciare i prodotti, di controllare le produzioni così come la movimentazione di merci alle frontiere».

Proprio in quest’ottica si inserisce l’interrogazione parlamentare portata avanti dal deputato socialista Oreste Pastorelli che, nei giorni scorsi, si è rivolto proprio al ministro De Girolamo chiedendo che venga adottato «anche per le carni suine ad uso alimentare, un sistema analogo a quello previsto per gli oli di oliva» che assicuri «l’accessibilità da parte dei consumatori delle informazioni sulle importazioni e sui controlli concernenti l’origine delle carni suine». Pastorelli ha chiesto anche di «promuovere, a tale scopo, la creazione di collegamenti a sistemi informativi ed a banche dati elettroniche gestiti da altre autorità pubbliche» affinché venga tutelato «l’agroalimentare Made in Italy» e «l’identità dei prodotti nazionali contro le frodi alimentari, garanzia per la solidità delle imprese agricole italiane».  L’esponente socialista ha ricordato che «la libera circolazione di alimenti sicuri e sani è un aspetto fondamentale del mercato interno» sottolineando che «sempre più spesso, la salute dei consumatori e la corretta e sana alimentazione appaiono compromesse da cibi anonimi, con scarse qualità nutrizionali, o addizionati e di origine per lo più sconosciuta».

Una tesi che sposa anche Gianfranco Castelli, presiedete del Consorzio tutela prosciutto amatriciano Ipg: « Il problema è che manca una politica veramente comunitaria. Non ci sono regole comuni, ad esempio, sugli additivi che è concesso utilizzare. Se noi non possiamo utilizzare per legge un additivo e in Spagna è concesso e poi noi importiamo quel prodotto, chiediamo che almeno venga specificato: così i consumatori potranno almeno scegliere coscientemente. La filiera è importante: quando io risalgo al prodotto posso scegliere».

Insomma, da più parti si evidenzia la necessità di intervenire sia sulla legislazione nazionale che in sede europea. Lo stesso Serpillo continua il suo ragionamento sottolineando che «a livello europeo esiste un conflitto tra Europa continentale ed Europa mediterranea che non consente di mettere a punto politiche di tracciabilità ed etichettatura che rendano trasparenti i luoghi d’origine e i processi all’interno della filiera».

L’Europa, dunque, è ancora una volta divisa, anche sul terreno agricolo e alimentare. «Questo conflitto attiene al fatto che i Paesi del nord non sono interessati ad evidenziare le caratteristiche di trasformazione e organolettiche, i luoghi di origine dei prodotti perché hanno un sistema di sfruttamento industriale delle loro produzioni. Mentre noi siamo ancora ai mille campanili, alle mille agricolture e alle decine di regioni che esprimono un potenziale produttivo caratterizzato da storia e tradizioni, più si va a nord più l’agricoltura è un fenomeno industrializzato e meno riconoscibile che punta più all’economia e meno alla salute e qualità».

Manca dunque un tavolo comune di interesse a livello europeo che possa esprimere una soluzione politica al problema: «Il nostro Paese non ha mai messo al centro la salvaguardia della ricchezza caratterizzata dalla nostra agricoltura e dal settore agroalimentare come valore alto per l’economia. Non ci abbiamo mai creduto. Anche per questo l’Europa è caratterizzata dal prevalere degli interessi imposti dai più forti, non dei migliori. Quei mille campanili che fanno la qualità dei nostri prodotti, li scontiamo quando si tratta di essere uniti per portare avanti i nostri interessi».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Condivido totalmente l’analisi fatta da Roberto Capocelli ed è giusto che il problema vada affrontato in sede Comunitaria.
    Bisogna chiedere con forza la revisione dei trattati e smetterla con le quote, se il Paese è in grado di produre più latte. più grano ed altro è giusto che lo faccia, avremmo più terre coltivate, più posti di lavoro per i giovani e meno giovani.

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