lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

EUROSUICIDIO
Pubblicato il 16-12-2013


Italia-fuori-Euro

Con l’intensificarsi di alcune proteste di piazza, quali quella dei cosiddetti forconi, riemergono nel dibattito politico le posizioni anti-europeiste e populiste di alcuni Movimenti e Partiti politici, che non perdono l’occasione per criticare l’Europa e l’Euro. In particolare, si torna da alcune parti a chiedere l’uscita dall’Euro. In tal modo, si racconta, l’Italia tornerebbe libera di gestire la propria politica monetaria e, con la ritrovata possibilità di porre in essere svalutazioni della propria moneta, potrebbe tornare ad essere competitiva e riguadagnare quote di mercato nel commercio internazionale.

PERCHE’ USCIRE DALL’EURO NON CONVIENE ALL’ITALIA  Queste posizioni sembrano ignorare che l’uscita dall’Euro non è contemplata dai Trattati internazionali firmati dall’Italia. Potrebbe dunque avvenire solo in modo concordato con gli altri Paesi dell’Area Euro oppure, più probabilmente, in modo traumatico, senza il loro consenso. Prendiamo pure il caso che la separazione avvenga in modo consensuale, l’uscita dall’Euro quali conseguenze comporterebbe?  Dobbiamo innanzitutto considerare che l’Italia è un Paese che, non disponendo di grandi risorse in termini di materie prime, fonda la propria economia sulla capacità di trasformare prodotti grezzi o semilavorati in prodotti finiti e poi venderli nel nostro Paese ed all’estero. Se però, tornati alla Lira, la svalutassimo per rendere i nostri prodotti più competitivi sui mercati esteri, non è scontato che otterremmo l’effetto voluto. Infatti, dovendo noi acquistare le fonti energetiche dall’estero, ed essendo l’acquisto degli idrocarburi regolato in dollari USA, la svalutazione della nostra moneta ci porterebbe a pagare più cara l’energia necessaria per realizzare i prodotti made in Italy. Questo effetto ridurrebbe la competitività della nostra produzione, ma non solo. Quando pensiamo alle svalutazioni competitive, pensiamo ad un qualcosa a cui l’Italia ha fatto ricorso nella seconda metà del secolo scorso, quando non solo Cina ed India, ma anche i Paesi dell’Europa dell’est,  non si erano ancora affacciati sulla scena globale. Oggi, pur svalutando, non saremmo in grado di competere con la moneta tenuta artificialmente bassa dalla Cina e con il basso costo del lavoro delle produzioni dei Paesi asiatici e dell’Europa orientale. Si guardi alle quote di mercato nel commercio internazionale guadagnate dalla Cina negli ultimi anni, anche nei settori, quali quelli del tessile e dell’abbigliamento, in cui l’Italia storicamente vantava un certo vantaggio comparato.

QUALI GLI INTERESSI ESTERNI IN GIOCO – Quando poi pensiamo all’uscita dell’Italia dall’Euro dobbiamo anche riflettere su un’altra importante conseguenza. Il debito pubblico italiano è denominato in Euro, e tale resterebbe anche dopo il ritorno alla Lira. Il che vorrebbe dire che, a fronte del ritorno ad una moneta nazionale svalutata potremmo non solo ritrovarci con un prodotto interno lordo che, come abbiamo visto prima, non decolla  ma anche con un debito, almeno quello in essere, ancora in Euro. Si tratterebbe di un fardello ancor più gravoso di quanto non sia attualmente. Del resto, oltre un terzo del debito pubblico italiano è ancora in mani straniere, e difficilmente i creditori esteri accetterebbero una ridenominazione in Lire del loro credito con una perdita secca nel loro portafoglio. E se l’Italia non onorasse gli impegni internazionali non solo assisteremmo al fallimento del nostro Paese ma anche al conseguente isolamento sul mercato dei capitali internazionali. L’impossibilità di accedere ai capitali internazionali, che durerebbe almeno un decennio, vorrebbe a sua volta dire minori investimenti e minore ricchezza nel nostro Paese. Ma anche sul fronte interno, gli stessi cittadini italiani, popolo di formiche abituato ad investire in titoli di Stato, registrerebbero una perdita, almeno nella veste di creditori. Alla svalutazione della lira, è poi plausibile farebbe seguito una forte inflazione interna, con conseguente perdita di potere d’acquisto delle classi lavoratrici. Si potrebbe avere un certo recupero di disoccupazione, ma nel complesso staremmo peggio e saremmo più poveri.

COME GESTIRE LA QUESTIONE – E’ dunque inutile fare troppi voli pindarici. Piuttosto sarebbe meglio concentrarsi su come avere maggiore influenza in Europa e smussare con intelligenza le posizioni della Germania e dei Paesi del Nord Europa. Questi ultimi, in parallelo con la promozione di una politica di austerità fanno anche i propri interessi nazionali. L’obiettivo deve essere quello di conquistare maggiore rispetto e credibilità in ambito europeo per poi ottenere politiche più solidaristiche da parte dei Paesi nordici.  Meglio dunque abbandonare quanto prima le sirene populiste e concentrarsi sui classici compiti a casa: superare i limiti dimensionali della struttura produttiva italiana; focalizzarsi su marchio e design per differenziarsi dalla produzione dei Paesi asiatici ed intercettare la crescente domanda di beni di lusso; concentrarsi sulle fasi a maggior valore aggiunto nella progettazione del prodotto, non potendo fermarsi il fenomeno della delocalizzazione produttiva. Ma poi, in parallelo, promuovere con serietà i nostri interessi nazionali. Come? Ad esempio frenando il libero scambio tra aree economiche troppo disomogenee, come ad esempio sono Europa e Cina, in modo tale da frenare la concorrenza malsana sul costo del lavoro, sulla fiscalità e sul rispetto delle regole in generale. E questo non è un problema solo italiano. Quindi fare i nostri interessi nella comune casa europea costituendo diplomatiche alleanze con gli altri Paesi europei in modo da salvaguardare il nostro tessuto industriale. E’ questo il nostro compito…altro che anacronistiche scelte isolazionistiche o autarchiche.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Caro Alfonso
    per quanto riguarda la sostenibilità dell’euro comincio a nutrire la perplessità che, in assenza di una politica monetaria coerente con le necessità dei paesi più deboli, la valuta unica possa davvero divenire una gabbia. Tuttavia, come giustamente fai notare tu il vero problema però, con una “nuova Lira” sarebbe l’importazione delle materie prime di cui l’Italia è purtroppo carente.
    Comincio a pensare che forse un sistema di valute diverse coordinate da un istituto monetario centrale che ne mantenga i valori di cambio in intervalli concordati (simile dunque allo SME) ma protetto da limiti alla circolazione dei capitali al di fuori della UE e gestito da un ente non appartenente a nessun paese in particolare (e queste sarebbero le novità) possa essere più efficace.
    Credo anche che, una volta attuato un efficace sistema di “protezione” delle economie attraverso dei limiti al movimento di merci e capitali tra aree disomogenee, la tendenza alla multinazionalizzazione dell’economia si arresti (ed auspicabilmente arretri) e conseguentemente le proposte che indiche nell’articolo (aumento dimensionale, focus su marchio e design, delocalizzazione produttiva) vengano parzialmente meno.
    Dico “parzialmente” perché ad ogni modo l’impresa italiana è sempre stata particolarmente piccola e sottocapitalizzata per la miopia di una certa imprenditoria che preferiva guadagnare facile abbassando i prezzi con la svalutazione piuttosto che investire in innovazione. E’ però auspicabile che tali cambiamenti non siano violenti e totali, poiché nella struttura della piccola impresa manifatturiera vi è la storia culturale italiana e come tale va conservata. Diversamente, l’attuale sistema economico così com’è richiede per “competere” sul mercato globale un tale adattamento (come nelle proposte prima ricordate) che andrebbe ben oltre il necessario progresso organizzativo e tecnologico dell’impresa italiana in condizioni di normalità dello scenario economico, richiedendo tali cambiamenti strutturali di portata sociale oltre che economica i quali, a mio avviso, non gioverebbero al nostro Paese. Purtroppo tali cambiamenti violenti sono già in atto e stanno infatti modificando, non in bene, i rapporti sociali degli italiani minandone la speranza verso il futuro e togliendo loro punti di riferimento culturali le cui radici affondano in un lontano ed importante passato.

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